Gaetano Vicari: GUIDA ALLE PRINCIPALI CHIESE DI BARRAFRANCA ed ai loro tesori nascosti CON AGGIORNAMENTI dal 1984 ad oggi-PRESENTAZIONE e DEDICA

                                                                                                                   a Fatima e Piero


PRESENTAZIONE

 

Il prof. Gaetano Vicari, ottimo insegnante di Lettere, nonché pittore per vocazione familiare, riconosciuto in campo nazionale per vari premi conseguiti in diverse città, dà alle stampe ora un lavoro, nato da una trasmissione radiofonica privata locale.
Ho il piacere di presentare questo libro che completa la storia ecclesiastica ed artistica attuale del rev. compianto parroco Luigi Giunta. Il lavoro, pregevole sotto tutti gli aspetti, è un’opera che denota nell’autore il senso artistico ed una grande capacità di giudizio critico ed estetico di persona di studio e di profonda cultura.
Speriamo che Vicari continui sia nella sua attività artistica, che nella pubblicazione di altri lavori. Ne saremo veramente lieti, dopo aver letto il libro che ora viene dato alle stampe.

Angelo Ligotti

 

Gaetano Vicari: GUIDA ALLE PRINCIPALI CHIESE DI BARRAFRANCA ed ai loro tesori nascosti CON AGGIORNAMENTI dal 1984 ad oggi-CAPITOLO PRIMO: CHIESA MADRE DELLA DIVINA GRAZIA CON AGGIORNAMENTI fino a Aprile 2016

CAPITOLO PRIMO

CHIESA MADONNA DELLE GRAZIE

Davanti alla chiesa, la piccola piazzola è rallegrata dalle voci dei bambini che giocano: qui ancora il punto centrale del quartiere è la Parrocchia, che protegge e chiama. La facciata è gaia e chiara, con il tetto appuntito, fiancheggiata dal campanile.
Il chiaro della facciata nasconde i quasi tre secoli e mezzo della chiesa, ma non copre il portale semplice e bellissimo, di pietra intagliata, che circonda il portone centrale. Gli intagli delle pietre, eseguiti forse da uno scalpellino di Pietraperzia nella seconda metà del 1600, e precisamente nel 1670, anche se ancora ben visibili, sono un po’ corrosi dal tempo.
Entrati in chiesa, la prima cosa che ci colpisce è la pace che vi regna, una serenità che scaturisce da tutto l’insieme pulito, semplice ed ordinato.
La chiesa, ad una sola navata, è profonda circa 25 metri e larga 7,ed è ornata dagli stucchi del Fantauzzo. Giuseppe Fantauzzo, nato nel 1851, fu un artista di Barrafranca, il quale operò principalmente nella seconda metà dell’800 in molti paesi della Sicilia con il fratello Amedeo, e fu il bisnonno dello scrittore di quest’opera. Morì nel 1899, a soli 49 anni, in seguito ad una caduta, mentre lavorava nella chiesa del Carmine a Mazzarino.
Giriamo un po’ lo sguardo lungo le pareti e la volta della chiesa: l’insieme degli stucchi risulta quasi geometrico ed elegante, ma nello stesso tempo rivela una certa ingenuità sognante. Il Fantauzzo, nell’eseguire quest’opera, ha abbandonato lo stile del suo maestro il Signorelli e ha ritrovato la sua vera fisionomia, che continuerà a mostrare nella decorazione della cappella
mostrare nella decorazione della cappella del Seminario di Piazza Armerina, forse il suo capolavoro.
Come abbiamo detto prima, per più di tre secoli, molte generazioni hanno pregato in questa chiesa, di cui non sappiamo la data esatta della fondazione. Ma, sicuramente, la chiesa non è sempre stata come noi la vediamo, con gli stucchi del Fantauzzo, eseguiti forse tra il 1880 e il 1890, e con il recente restauro del 1971 a cura della Sovrintendenza alle Belle Arti di Catania.
La chiesa fu fondata prima del lontano 1650 per popolare la zona circostante, quando il marchesato di Barrafranca apparteneva a Fabrizio Branciforte, conte di Mazzarino e Grassuliato, principe di Pietraperzia e di Butera, marchese di Licodia e di Militello; oppure a Margherita d'Austria che gli succedette. Siamo suppergiù al tempo di Renzo e Lucia dei “Promessi Sposi” del Manzoni. Abbiamo notizia di diversi restauri eseguiti nel corso degli anni ( 1667- 1782- 1841): una volta, siamo nel 1765, era talmente malridotta, che il prete non poteva celebrarvi la messa.
Ora l’interno della chiesa è quasi tutto rinnovato, e l’antico e il moderno si fondono perfettamente insieme, in una sintesi quasi perfetta, senza contrasti e stridori.
Avete mai provato la piacevole e strana sensazione di riscoprire un luogo familiare, osservandolo attentamente? Si vede ciò che prima non si era visto, si scoprono particolari mai prima notati, gli oggetti acquistano luce e dimensione diversa. Ora noi vogliamo farvi riscoprire la chiesa della Madonna Delle Grazie, conducendovi dentro in una visita immaginaria.
Entrando a destra, dopo il semplice ed elegante Fonte battesimale di marmo di Carrara del 1960, è collocato l’altare della Madonna della Catena, rifatto in marmo intagliato nel 1956. Una nuova statua di legno, scolpita agli inizi degli anni 50, ha sostituito la vecchia in cartapesta. Da notare gli stucchi intorno alla nicchia eseguiti magistralmente da Santo Scarpulla, un artista barrese morto nel 1961.
(Il culto della Madonna della Catena, secondo una delle tante versioni, nacque a Palermo nel 1392, quando la Madonna liberò due innocenti, condannati a morte, spezzando le catene con cui erano incatenati).
Dello stesso stile di quello dello Scarpulla, ma di livello artistico decisamente inferiore è l’altare del Sacro Cuore, i cui stucchi furono eseguiti nel 1971 da un artigiano di Catania.
L’altare maggiore, ripristinato da Santo Scarpulla e nel 1965 rifatto da Falco, è sovrastato da una pregevole statua dell’800, in legno scolpito, della Madonna Delle Grazie.
La Madonna, maestosa e dolce nello stesso tempo, essenzialmente materna, si rivolge verso i fedeli. E tutta la vita delle statua sta in questo girarsi, che la scompostezza delle pieghe del manto sottolinea e delimita nello stesso tempo. Decisamente siamo di fronte ad una delle più belle statue di Barrafranca.
Sopra la nicchia dell’Altare Maggiore possiamo notare un bassorilievo in
stucco della Madonna delle Grazie sempre di Giuseppe Fantauzzo.
Continuando la visita immaginaria della chiesa, incontriamo in fondo a sinistra, l’altare in marmo del Crocefisso, con una statua in legno del 1959.
(Il crocifisso, anche detto crocefisso o crucifisso, è la rappresentazione della figura di Gesù Cristo messo in croce ed è uno dei simboli più diffusi del Cristianesimo, ed ha significato soteriologico. Esso è il paradigma ermeneutico (cioè la chiave di lettura) della Bibbia).
Sempre a sinistra sono poste due tele di vaste proporzioni. La prima rappresenta Sant’ Espedìto Martire, ed è firmata e datata 1905 dal Cav.
Domenico Provenzani, un artista siciliano nato nel 1838, discendente dal grande Domenico Provenzani (1736-1794) di Palma di Montechiaro. La qualità del dipinto per la verità non è molto alta; ma nella disposizione devozionale del Santo, nelle proporzioni e nel modellato non sempre consistente, si intuisce un sentimento molto educato di sacralità, pur casalinga, da prospettare un artista minore, ancorato a posizioni tradizionaliste.
(S. Espedito martire (…- 303), capo della legione romana della Cappodacia (regione dell’odierna Turchia), protettore dei mercanti e dei navigatori, è invocato nelle cause disperate ed urgenti. E’ rappresentato che innalza la croce (hodie) e calpesta il corvo (cras), per insegnarci che non dobbiamo dubitare della bontà Dio, né aspettare il domani per pregarlo).
Al centro della parete di sinistra è collocata la tela delle Madonna Delle Grazie, il vero gioiello della chiesa ed una delle espressioni artistiche più alte delle opere di Barrafranca. Peccato che il dipinto attualmente risulti malandato!
Abbiamo notizia che un quadro della Madonna Delle Grazie stava nella chiesa Madre nel 1745. Il parroco Giunta scrive che questo della Chiesa Grazia forse è il medesimo quadro che si trovava nella chiesa Madre. Lo stesso parroco ancora, parlando delle opere del Vaccaro a Barrafranca, attribuisce il dipinto di Maria SS. delle Grazie appartenente alla chiesa omonima a questo autore, che lo eseguì nel 1818 ( Ignoriamo da dove abbia preso le notizie; molto probabilmente il Giunta parla di due opere differenti)
Sappiamo che il primo pittore della famiglia Vaccaro di Caltagirone, Giuseppe, nacque nel 1793 e quindi avrebbe potuto dipingere l’opera in questione a 25 anni, nel 1818 appunto, come nella data del parroco Giunta.
Ci scusiamo per questa digressione e speriamo di non avervi annoiati, ma era assolutamente necessaria per collocare nel tempo il dipinto. Sconosciamo purtroppo il nome certo dell’autore ed ogni attribuzione risulterebbe, a nostro avviso, arbitraria. Si notano influssi raffaelleschi nel gruppo della Vergine e del Bambino, e richiami tizianeschi, specialmente per la trasparenza profondamente luminosa dei colori.
Benché la Madonna sia al centro della scena, nella posizione degli Angeli è evitata la consueta simmetria tradizionale.
E’ opera perfetta sia nella composizione, sia nella piena coerenza delle figure allo sfondo che viene ad essere inserito completamente nell’azione del gruppo, col risultato di una maggiore vita e di una maggiore umanità. La perfezione formale, tuttavia, non è il solo raggiungimento di questo capolavoro. Ciò che dà un fascino particolare a quest’opera è soprattutto la perfetta armonia dell’insieme, la sublime dolcezza dell’espressione dei volti e dell’atteggiamento del Bambino appoggiato alla Mamma, per cui questa può forse ritenersi fra le più sentite e profonde immagini della Vergine che ci abbia dato l’arte siciliana.
Vi invitiamo, quando andate in questa chiesa, ad ammirare attentamente questo capolavoro e ad osservare, oltre alla Via Crucis in legno e ai bellissimi lampadari in bronzo, le sette artistiche vetrate del cleristorio ordinate dall’attuale parroco Don Luigi Faraci alla ditta Mellini di Firenze. Rappresentano a sinistra: il Battesimo, l’Eucaristia, l’Ordine Sacro; a destra: la Cresima, la Confessione e il Matrimonio. Al centro è raffigurata la Madonna Delle Grazie, come è venerata nel paese.
Ricordiamo che la chiesa è stata elevata a Parrocchia, con il nome di Madre della Divina Grazia ( titolo tradizionale con il quale la Chiesa Cattolica venera Maria, madre di Gesù), il 24 Maggio 1960 con bolla del Vescovo mons. Catarella ed è stata riconosciuta civilmente con Decreto Presidenziale il 16 Dicembre 1960.

Dato alle stampe nel mese di Settembre 1984.

AGGIORNAMENTI

PARROCCHIA MADRE DELLA DIVINA GRAZIA

A proposito del dipinto di Maria SS. Della Grazie che si trova in questa chiesa riportiamo quanto scritto dal Sac, Luigi Giunta: “Un documento di quest’Archivio Parrocchiale riferisce che nel 1765 questa chiesa era talmente diroccata che D. Pietro Salvaggio – legatario, non poteva celebrarvi per cui celebrava nella chiesa di S. Sebastiano dove era pure un quadro di Maria S.S. Delle Grazie”. Quest’opera è citata anche nell’inventario della Chiesa Madre del 1745, quando è descritto l’altare di S. Sebastiano: “…si trova pure in questo altare il quadro di Sta. Maria della Grazia di pittura con sua cornice di legname intagliata indorata suo velo ….. due corone d’argento una di detta Vergine e l’altra del Bambino…”.
Da ciò si potrebbe dedurre che esistevano probabilmente due dipinti della Madonna delle Grazie, uno nelle chiesa delle Grazie ed un altro in quella di San Sebastiano.
In seguito il Giunta così scrive parlando della pala:”…Forse è l’identico quadro che come s’è detto si trovava nella chiesa Madre.”(o chiesa di San Sebastiano).
I quadri, allora, erano due o uno solo?
Infine il Parroco nella Sezione “Arte e
Artisti” del suo libro, citando le opere del Vaccaro, così afferma: “Quadro di M. S.S. delle Grazie nella chiesa omonima -anno 1818.”
(-Attualmente presso i locali della Parrocchia si trova un dipinto di piccole dimensioni della Madonna delle Grazie, con scritto "IFAIS PER DEVOZIONE DEL P. BENEDETTO FARACI AN. 1853, di autore ignoto).
Siccome il dipinto di Maria S.S. delle Grazie, che attualmente si trova in questa chiesa, aveva bisogno di un accurato restauro, come si è scritto prima, nel lontano 1995 il parroco Salvatore Nicolosi ne fece domanda alla Sovrintendenza di Enna. Dopo molti anni, in seguito alla risposta di assenso, il 6 Gennaio 2011, Antonio Arcidiacono, professore di restauro all’Accademia di Belle Arti di Catania, prelevò il dipinto dalla parrocchia Madre della Divina Grazia per trasferirlo presso il suo laboratorio di Acireale.
I lavori di restauro dell’opera, eseguiti dal Professore e dalla sua equipe, terminarono nel Dicembre dello stesso anno, mentre quelli della cornice, in legno intagliato ed indorato, nel Febbraio del 2012.
Finalmente il 20 Febbraio 2012, il prof. Arcidiacono, i suoi collaboratori e un rappresentante della Sovrintendenza di Enna consegnarono al Parroco della Chiesa il dipinto e la cornice ritornati al loro antico splendore.
Osservando l’opera dopo il restauro, possiamo avanzare le seguenti ipotesi
-che questo dovrebbe essere il dipinto del 1818 del Vaccaro (citato dal parroco Giunta), confortati anche dall’opinione del prof. Arcidiacono il quale asserisce che l’opera di pregevole fattura e di grande interesse artistico e storico potrebbe essere collocata agli inizi del ‘800 e che il Vaccaro potrebbe esserne l’autore;
-che non potrebbe essere lo stesso quadro della Chiesa Madre, descritto nell’inventario del 1745, in quanto non c’è traccia della corone d’argento o dei buchi che ne testimonierebbero il loro collocamento. Pensiamo che quello della Chiesa Madre sia un altro dipinto della Madonna delle Grazie, (forse di piccole dimensioni, perché collocato nell’altare di S. Sebastiano) andato perduto
Concludiamo precisando che, per un’attribuzione e un periodo di esecuzione certi, attendiamo i risultati delle ricerche storiche ed artistiche su questo dipinto, che saranno pubblicate in uno studio della Sovrintendenza alle belle Arti di Enna.
(Madonna delle Grazie o Madre della Divina Grazia o Maria SS. delle Grazie o Beata Vergine delle Grazie è un titolo tradizionale col quale la Chiesa cattolica venera Maria, madre di Gesù..
Maria appare come una madre amorosa che ottiene tutto ciò che gli uomini necessitano per l'eterna salvezza. Tale titolo nasce dall'episodio biblico noto come "Nozze di Cana": è Maria che spinge Gesù a compiere il miracolo, e sprona i servi dicendo loro: "Fate quello che Lui vi dirà".
La Chiesa Cattolica celebra la festività della Madonna delle Grazie il 31 maggio, commemorando la Visitazione di Maria ad Elisabetta).
La data più antica concernente questa chiesa è quella del 1650, quando “il Sac. D. Orlando Saporito n’era rettore…e faceva l’inventario dei beni ad essa pertinenti”.

Al tempo del parroco Giunta, su una trave dietro l’arco della porta maggiore si trovavano due date: 1667-1841. La prima non sappiamo a quale avvenimento attribuirla, mentre la seconda è la data della riparazione della chiesa eseguita dall’Ab. D. Andrea Vasapolli.
Come si è detto prima, nel 1765 la chiesa era talmente diroccata che non era possibile celebrarvi la messa. Dopo 17 anni, nel 1782 era completamente ricostruita, tanto che “il Cappellano, il Sindaco ed i giurati, nonché i deputati della chiesa, chiedevano a Mons. Corrado de Moncada, Vescovo di Catania il permesso di potersi benedire “che per essere detta chiesa antica fu di necessità di restaurarsi dalle fondamenta ed essendosi di già perfezionata ed abbellita si desiderava celebrarvi il S. Sacrificio”. La Curia di Catania rispondeva, dando il suo assenso, il 23 Gennaio 1783”.

Dentro la nicchia dell’altare del Sacro Cuore è collocata una statua di resina del 1960, che ha sostituito un antico dipinto del Crocefisso. L’altare di marmo, donato da M. Stella Pinnisi è opera di Michele e Salvatore Arena di Valguarnera del 1964. 

(Al Sacro Cuore di Gesù i cristiani della Chiesa cattolica rendono culto, la cui origine risale al tardo Medioevo. Importanti nello sviluppo della devozione al Sacro Cuore risultano tre encicliche: Annum Sacrum di Leone XIII, Miserentissimus Redemptor di Pio XI e soprattutto l'enciclica Haurietis Aquas di Pio XII).
Anticamente l'altare della Madonna della Catena era sormontato da un dipinto con scritto: "PER INIZIATIVA DEL SAC. MAROTTA C.- CAV. CORRADO ATTANASIO 1921". Questa antica tela è stata recuperata e restaurata da una restauratrice di Enna il 13 Dicembre 2015, a spese di Diego Aleo e Pina Mancuso. Il 3 Aprile del 2016 il dipinto è stato collocato in chiesa nella prima arcata cieca, entrando a destra, insieme alla tela di S. Espedito, appesa nell'arcata di fronte.
L'attuale statua della Madonna della Catena è stata restaurata nel Maggio del 2015 presso il laboratorio di Robert Stuflesser di Ortisei, luogo dove era stata scolpita.
La nicchia sopra l’altare Maggiore è contenuta da un tempietto, formato da un arco a tutto sesto, sorretto da quattro colonne, due per ogni lato. L’arco, fiancheggiato da due statue di Vergini, ha al centro un bassorilievo della Madonna delle Grazie ed alla sommità sostiene una raggiera con il simbolo della Vergine.
La statua lignea del Crocefisso fu offerta alla chiesa dalla famiglia Ferreri nel 1959; (si narra che i componenti di questa famiglia, guidati dalla sig.na Grazia, l’abbiano portata a spalla in processione dalla loro casa di via Ferreri Grazia alla chiesa.) L’altare, eseguito nel 1964 da Michele e Salvatore Arena di Valguarnera, è dono della famiglia Ligotti di Barrafranca.
L’intervento di ripristino del 1971 rinnovò tutto l’interno della chiesa. All’esterno si ebbe il rifacimento della facciata e il consolidamento della struttura, con un cordolo di cemento armato su cui venne ricostruito il campanile.
Le sette vetrate collocate nel cleristorio della chiesa sono del 1976.
Nel 1987 il parroco di allora don Luigi Faraci, (1960-1993) pensò di abbellire la chiesa con un bassorilievo o una scultura da collocare sotto l’Altare postconciliare.
Venne contattato per la realizzazione dell’opera uno dei più grandi scultori italiani di fama internazionale, Floriano Bodini, scomparso a Milano nel 2005. Questi si rese disponibile a scolpire un bassorilievo e inviò tre disegni, perché si scegliesse il più adatto, con il proposito di venire a visitare la chiesa, per rendersi conto di persona dell’ambiente in cui l’opera doveva essere collocata. Fu concordato anche il compenso di massima, ma il tutto naufragò per vari motivi, soprattutto per l’impossibilità del maestro di venire a Barrafranca.
Infine una scultura in marmo, ispirata all’Ultima Cena di Leonardo Da Vinci, ritirata da una ditta di Roma, e scolpita forse dallo scultore R. Leoni, fu sistemata sotto l’altare il 3 Ottobre 1988.
Il 31 Maggio 1989 il Vescovo mons. Vincenzo Cirrincione consacrò e dedicò solennemente la chiesa e l’Altare postconciliare con il nuovo gruppo scultoreo.
(Ultima Cena è il nome con il quale nella religione cristiana si indica solitamente la cena di Gesù con gli apostoli durante la pasqua ebraica, precedente la sua morte. Si tenne nel luogo detto del Cenacolo).
Nell’aprile del 2003 don Salvatore Nicolosi, nuovo parroco dal 1 Febbraio 1993, arredò la chiesa con una bussola ornata da vetrate realizzate dalla ditta Salamone di Barrafranca: queste rappresentano “Il Buon Pastore” e “Cristo Risorto” al centro e “Le vie della Croce” ai lati.
La pregevole statua della Madonna delle Grazie aveva bisogno di un restauro. A spese della chiesa, l’opera fu affidata alla ditta Oltremare di Giuseppe Gervasi di Enna per un intervento che, togliendo tutte le dipinture fatte nel corso degli anni, la riportasse ai colori e alle condizioni originarie. La scultura lignea fu riconsegnata al culto dei fedeli, in tutto il suggestivo splendore originario, il 20 Agosto 2006. (Sul basamento della statua il restauro ha reso visibile la scritta “D. Saverio e D….ppe Bra.(n)?c…”).
La chiesa intanto necessitava di nuovi interventi e, dietro interessamento del Parroco don Salvatore Nicolosi, un risanamento interno ed esterno aveva inizio nel Luglio del 2007 sotto la sorveglianza della Soprintendenza alle Belle Arti di Enna. I lavori, eseguiti dall’impresa Bruno di P. Armerina e diretti dall’architetto Calogero La Pusata di Barrafranca, il quale era anche il progettista, si protrassero fino al Febbraio del 2009.
La nuova facciata, ridipinta di bianco, è circondata da una larga cornice in rilievo, il cui lato in alto delimita il timpano, che è ornato negli spioventi da un triplice bordo di mattoni inspiegabilmente grigi, ed è sormontato da una croce in metallo dallo stile decisamente moderno.
E’ stata rifatta la scalinata pentagonale in pietra intagliata (ricavata da una cava di Aidone) richiamante l’antico portale, il quale è stato consolidato, pulito e restaurato. Sul suo frontone, sotto una nicchia vuota è reso leggibile il seguente distico:
VII NERA CAELESTIS
VITAM CV SANGUINERV
DI NUC MEA VEXILLU
DIRA CORONA TENET
ANO DNI III IND. IBBS
Interpretato dal parroco Giunta in:
Vulnera Coelestis vitam cum sanguine fudi
Nunc mea vexillum dira corona tenet
Anno D.ni III Ind. – IBBS (1670)
e tradotto liberamente dal prof. Diego Aleo
Trafitto da frecce versai il mio sangue per Dio
Ora sulla mia terribile corona sventola il vessillo.
Parlando il distico del martirio di S. Sebastiano, è molto probabile che questo portale del 1670 sia stato trasportato nella chiesa Grazia da quella dedicata al Santo Martire, forse quando la nuova chiesa Madre fu costruita sul posto di quella appunto di San Sebastiano.
Sicuramente qui si parla della chiesa di San Sebastiano il Nuovo, perché esisteva “una chiesa di campagna in località sottoserra dedicata a San Sebastiano, e perciò detta di San Sebastiano il Vecchio, la quale doveva per ovvie ragioni essere anteriore a quella che fu la Chiesa di San Sebastiano dentro il Centro abitato, trasformata poi nell’attuale Chiesa Madre…”.
(San Sebastiano (Narbona?, 256 – Roma, 20 gennaio 288) fu un santo italiano, di origine francese, venerato come martire dalla Chiesa cattolica.
Secondo la leggenda il santo visse sotto Diocleziano e fu alto ufficiale dell'esercito imperiale. Quando Diocleziano scoprì che Sebastiano era cristiano, lo condannò ad essere lasciato morire trafitto da frecce. Credendolo morto, i carnefici lo abbandonarono; ma era ancora vivo. Curato da Santa Cecilia, riuscì a guarire. Cercando il martirio, sarebbe ritornato da Diocleziano per rimproverarlo e questi avrebbe ordinato di flagellarlo a morte, per poi gettarne il corpo nella Cloaca Maxima.).
Guardando la facciata ci accorgiamo che manca il vecchio campanile, eliminato nel 2007, con tutte le parti in cemento compreso il cordolo del 1971, su consiglio della Soprintendenza per motivi strutturali (Si ha notizia di un campanile che sorgeva a destra della chiesa, e crollato in seguito al terremoto del 1908). Il piccolo campanile demolito ospitava tre campane, ora conservate nei locali della chiesa. La campana mediana, con una piccola croce e l’anno 1859, è la più antica. La più piccola, la cui fusione dovrebbe risalire alla prima metà del 1900, reca la scritta: “Opera di Pietro Colbachini-Bassano”; in essa si notano in bassorilievo un Crocifisso, un angelo, lo stemma della fonderia e decori floreali. La campana grande è la più recente; in alto i decori, che la circondano, sono interrotti dall’iscrizione: “A TEMPESTATE BELLI LIBERA POPULI”; nella parte anteriore spicca il bassorilievo della Madonna delle Grazie con sotto l’iscrizione: “SAC. IOA FARACI POPULI AUXILIO FECIT A.D. MCMXL”
Il muro di sinistra esterno, la parte absidale e quel che resta visibile del muro di destra, deturpato dalle costruzioni degli anni 50 ad esso addossate, sono stati ripristinati in modo da lasciare scoperte le parti in pietra intagliata del muro di sinistra e di tutta l’abside.
I lavori di risanamento hanno reso evidente un antecedente ampliamento della navata, che rivela due murature eseguite in epoche diverse. Non possiamo stabilire quando ciò sia avvenuto, perché, come abbiamo prima scritto, abbiamo notizia di diversi interventi succedutisi nel corso degli anni (1667-1782-1841). Sembra che nello stesso periodo fosse stata realizzata la sopraelevazione del coro.
Entrando in chiesa, dopo il 28 Marzo 2009, data in cui è riaperta al culto, ed osservando attentamente, notiamo alcuni cambiamenti che desideriamo farvi conoscere.
Il fonte battesimale, che prima si trovava al centro del primo arco cieco della parete di sinistra, è spostato a destra; in alto è appesa la tela della Madonna della Catena, dipinta nel 1921 da Corrado Attanasio, della quale abbiamo detto in precedenza.
Nell’arco cieco di fronte nella parete di sinistra è stato ricollocato il dipinto di Santo Espedìto martire. Le cornici lignee delle due tele, realizzate dal maestro d'arte Renzo Giunta, sono state offerte dallo stesso maestro, dal parroco Salvatore Nicolosi e da Diego e Rosa Aleo.
Accanto all’Altare postconciliare si erge l’antica Croce rimessa a nuovo, la quale veniva portata in processione dalle due Confraternite che prima avevano sede nella Chiesa , quella del S.S. Sacramento e quella dell’Addolorata.
Nel 2012 le due cornici di stucco sulle pareti del presbiterio sono state riempite da due dipinti, olio su tela, del pittore Gaetano Vicari, autore di questa Guida. Il dipinto di destra, “Giuditta e Oloferne”, (cm. 183x85) eseguito nel 2012, è stato offerto alla chiesa dal prof. Diego Aleo e da sua sorella Rosa; mentre quello di sinistra, “S. Sebastiano” (cm. 179x86) terminato nel 2011, è stato donato dalla prof. essa Pina Mancuso. Il 13 Agosto 2012 gli stessi donatori hanno portato in processione i dipinti dalla casa del prof. Diego Aleo alla chiesa.
(Il Libro di Giuditta (greco Ιουδίθ, iudíth; latino Iudith) è un testo contenuto nella Bibbia cristiana (Settanta e Vulgata) ma non accolto nella Bibbia ebraica (Tanakh). Come gli altri libri deuterocanonici è considerato ispirato nella tradizione cattolica e ortodossa, mentre la tradizione protestante lo considera apocrifo.
Ci è pervenuto in una versione greca di circa fine II secolo a.C., sulla base di un prototesto ebraico perduto composto in Giudea attorno a metà II secolo a.C.
È composto da 16 capitoli descriventi la storia dell'ebrea Giuditta, ambientata al tempo di Nabucodonosor (605-562 a.C.), "re degli Assiri" [sic]. La città giudea di Betulia è sotto assedio da parte di Oloferne, generale assiro, e viene liberata grazie a Giuditta, che uccide Oloferne dopo un banchetto in cui lo ha fatto ubriacare, decapitandolo e portando poi il capo ai suoi concittadini).
La via Crucis è stata restaurata e modificata da Valentino Faraci di Barrafranca, con l’aggiunta di edicole che si ispirano al tempietto del Fantauzzo costruito sopra l’altare Maggiore, mentre i vecchi lampadari sono stati sostituiti da altri in vetro di Murano, stile Impero Pegaso.
(La Via Crucis (dal latino, Via della Croce - anche detta Via Dolorosa) è un rito cristiano, della Chiesa cattolica, con cui si ricostruisce e commemora il percorso doloroso di Cristo che si avvia alla crocifissione sul Golgota.
Alcuni fanno risalire la storia di questa devozione alle visite di Maria, madre di Gesù, presso i luoghi della Passione a Gerusalemme, ma la maggior parte degli storici riconosce l'inizio della specifica devozione a Francesco d'Assisi o alla tradizione francescana.
A volte la Via Crucis viene terminata con una quindicesima stazione, la Risurrezione di Gesù. Chi la aggiunge lo fa nell'idea che la preghiera cristiana nella contemplazione della passione non può fermarsi alla morte, ma deve guardare al di là, allo sbocco di cui i Vangeli ci parlano, alla risurrezione).

Per non privare la chiesa del suono della sue campane, il parroco don Salvatore Nicolosi e la comunità parrocchiale hanno incaricato nel 2012 la ditta Asel di Mascalucia di comporre sul terrazzo della canonica l’incastellatura in ferro provvisoria per sostenere cinque campane, fuse nella “Fonderia Ecot Campane” di Mondovì, in attesa della costruzione del nuovo campanile.
In ogni campana in alto si notano motivi floreali e simboli; al centro il bassorilievo della Madonna con la scritta: “Madre della Divina Grazia-Barrafranca anno 2012”, il marchio della fonderia e i nomi di coloro che l’hanno adottata. Iniziamo dalla campana più grande, in ordine decrescente: la prima (dedicata a Maria S.S. Della Catena) è stata adottata dal Sac. Salvatore Nicolosi e sua sorella Catena; la seconda (dedicata a S. Rosalia) da Luigi Livorno e Rosalia Tambè; la terza (dedicata all’Immacolata Concezione) da Giuseppina Mancuso; la quarta (dedicata a S. Rosa) dal prof. Diego Aleo e sua sorella Rosa; la quinta (dedicata a S. Lucia) da Giuseppe, Lucia e Antonio Giunta.
Le campane sono state benedette dal vescovo Mons. Michele Pennisi l’otto Luglio 2012.
Per amor di cronaca riportiamo quanto scritto su una lapide posta a sinistra del nartece della chiesa: NINFE E CANCELLO ESTERNO DI QUESTA CHIESA GRAZIA FU FATTO A SPESE DI MANCUSO SALVATORE INTESO TARAGNINO PASTORE E MOGLIE GULINO MARIANNA Barrafranca 1927.

 

Gaetano Vicari: GUIDA ALLE PRINCIPALI CHIESE DI BARRAFRANCA ed ai loro tesori nascosti CON AGGIORNAMENTI dal 1984 ad oggi-CAPITOLO TERZO: CHIESA MARIA S.S. DELLA STELLA CON AGGIORNAMENTI fino a Settembre 2017

CAPITOLO TERZO

CHIESA MARIA SANTISSIMA DELLA STELLA


La mattina del 20 giugno 1977, in un baleno, per tutta Barrafranca si sparse la notizia del furto sensazionale avvenuto nella Parrocchia Maria Santissima della Stella: durante la notte era stato rubato il quadro della Madonna della Stella, la compatrona di Barrafranca.
Noi, appresa la notizia, dopo un primo attimo di sbigottimento, ancora increduli, accorremmo subito in chiesa.
Appena entrati, gli occhi si posarono là, sull’altare maggiore, nel posto dove sapevamo si trovasse il dipinto: l’altare era come se apparisse diverso, come spogliato e profanato; anche tutta la chiesa sembrava spogliata e profanata.
L’arca, che conteneva il dipinto era vuota; e nel telaio i resti della tela sfilacciata, testimoniavano la violenza con cui il quadro era stato strappato.
Da allora, fino a questo momento non si è avuta più notizia dell’opera.
Non sappiamo la data esatta dell’esecuzione di questo quadro, tanto amato dai barresi e purtroppo perduto; ma dalle notizie che siamo riusciti a scoprire cercheremo di ricostruirne la storia.
Si crede che il culto di Maria S.S. della Stella, sia stato portato da Militello Val di Catania nel Casale di Convicino, l’antica Barrafranca, dalla
famiglia dei Barresi, che comprò il casale nel 1337 per 1100 onze.
Se la notizia è esatta, è molto probabile che l’opera sia stata dipinta per l’antico Convicino, di cui forse la Madonna della Stella era compatrona, con la Vergine al centro e ai lati San Giovanni Battista e San Luca. L’uno venerato nel luogo e forse l’antico patrono, l’altro importato dai militellesi con Maria S.S. della Stella.
(Giovanni il Battista (in ebraico Iehôhānān, in greco Ιωάννης ο Πρόδρομος, in latino Ioannes Baptista) fu un asceta proveniente da una povera famiglia sacerdotale ebraica originaria della regione montuosa della Giudea
Giovanni Battista è una delle personalità più importanti dei Vangeli, e, secondo il Cristianesimo, la sua vita e predicazione sono costantemente intrecciate con l'opera di Gesù.. Morì intorno al 35 a. C,
Luca evangelista in greco Λουκάς Loukas (Antiochia, circa 10 d.C. – Tebe?, circa 93 d.C.), venerato come santo da tutte le Chiese cristiane che ne ammettono il culto, è autore del Vangelo secondo Luca e degli Atti degli Apostoli, il terzo ed il quinto libro del Nuovo Testamento.
Per i cattolici è il santo patrono degli artisti e dei medici, e viene festeggiato il 18 ottobre.)
Da un documento riportatoci dal parroco Giunta, il quale parla di “immagine di rilievo di Maria S.S. della Stella”, possiamo dedurre che forse gli immigrati militellesi, arrivati a Convicino, per continuare la tradizione del loro paese, abbiano modellato una statua o un bassorilievo della Vergine. A conferma di ciò a Militello c’è sempre stata la statua di Maria S.S. della Stella e non il quadro.
“L’immagine di rilievo” esisteva ancora nel 1699. Da allora non se ne ha più notizia.
Dopo che Convicino divenne Barrafranca, esistevano nel paese due partiti: uno pretendeva come patrono San Giovanni Battista, l’altro Sant’Alessandro, l’attuale patrono, “scelto dal clero e dalla municipalità” e venerato molto tempo prima.
Sorse allora un terzo partito, più forte, che venerò come patrono Sant’Alessandro, siamo sicuramente nel 1572, e scelse come compatrona la Vergine Santissima della Stella, per continuarne forse la venerazione risalente, come abbiamo detto, ai tempi di Convicino.
Possiamo pensare che proprio in questo periodo, cioè intorno al 1572, che l’antica immagine della Madonna della Stella sia stata ritoccata, come dice il Giunta, specialmente nella figura di San Luca, che fu adornato con mitra e pastorale e fu trasformato in un Sant’Alessandro; oppure, come dice Pasquale Guarneri nel Dizionario del Nicotra, che tutto il quadro sia stato dipinto in questo periodo.
Durante il corso degli anni, la tela che era distesa su legno, a causa del tarlo si era sempre più rovinata, specialmente nella figura centrale della Vergine, tanto che le monache del vicino monastero, una volta, la ricoprirono di finte vesti di seta; la figura di san Giovanni Battista fu forse ridipinta, in quanto si discostava dallo stile delle altre due.
La Vergine, maestosamente seduta sotto il baldacchino, allattava il Bambino mentre il suo sguardo materno era perduto lontano, in un punto al di fuori del quadro; ai suoi lati, in piedi due figure di Santi. Nelle figure rappresentate nel dipinto, si notava, principalmente nella Vergine e nel Sant’Alessandro, l’uniformità dei volti: una tipologia unica e senza una sostanziale caratterizzazione.
Si trattava di una tipologia basilare, che voleva portare in particolare la Vergine al di sopra di ogni precisazione. Anche il repertorio di segni di cui il pittore disponeva era ridotto all’essenziale: erano quattro o cinque in tutto, ma perfettamente rapportati alla semplicità del tessuto pittorico ed alla sintesi delle immagini.
L’opera sembrava eseguita perfettamente per rispondere allo scopo prefisso, quello di richiedere con semplicità l’attenzione di gente semplice.
E proprio questa gente semplice rimase particolarmente scossa per la perdita della sua Compatrona: l’anno del furto, l’otto settembre giorno
della sua festa, Barrafranca non vide passare per le sue vie l’antica immagine, divenuta ormai familiare di Maria Santissima della Stella.
Mentre siamo in chiesa, guardiamoci intorno: qui tutto è rimasto come prima del furto; nessuna altra opera è stata sottratta.
Entrando a destra, dopo un’elegante acquasantiera di marmo posta nel nartece della chiesa nel 1965, incontriamo il primo dipinto di vaste proporzioni. Si tratta del quadro di Santa Lucia, opera del pittore Emanuele Catanese, un artista originario di Gela. Sconosciamo la data esatta dell’esecuzione del dipinto, che possiamo però collocare nella seconda metà dell’ottocento.
La Santa si libra nell’aria, circondata da tre angeli, che recano in mano i simboli del martirio e della gloria: una palma, un pugnale ed una corona. La squisita colorazione, l’accordo prezioso di rosa e verde, contrappuntati da toni scuri, giocano nella composizione il ruolo più importante, creando un’atmosfera di gentilezza e di raffinatezza. Eleganza compiuta e candore mistico si intrecciano delicatamente, alleandosi alla delicata luminosità di nitore e chiarezza mattinale. L’unità della scena risulta quindi raggiunta, non da una organizzazione di spazi ottenuta con un mezzo razionale geometrico, quale potrebbe essere la prospettiva, ma dal colore, che nella sua versione tenera e bagnata di luce, proietta un clima squisitamente lirico.
(S. Lucia (Siracusa 280-304), patrona della vista, morì martire durante la persecuzione di Diocleziano. Le sue spoglie si trovano nella chiesa di S. Geremia a Venezia.)
Avanziamo un po’ sempre lungo la navata di destra: dopo un arco cieco vuoto, troviamo una nicchia con la statua in gesso di Sant’Agnese del 1963. La santa è rappresentata secondo i canoni della più consueta tradizione che la vuole dal gesto molle e delicato e dal viso dolce ed angelico.
S. Agnese (Roma,90-93 – Roma, 305), durante la persecuzione di Diocleziano fu martirizzata all’età di 12-13 anni trafitta con un colpo di spada alla gola, come si uccidevano gli agnelli: per questo è rappresentata con in braccio un agnello.)
Nel braccio destro del transetto, si apre la cappella del Santissimo
Sacramento, con un altare rifatto in marmo nel 1973. In alto una nicchia
racchiude la statua del Cristo Re, in legno scolpito, ordinata negli anni '60 a Giuseppe Runggaldier (Ortisei 1948-) come si legge sulla targhetta alla base: GIUSEPPE RUNGGALDIER ARTE SACRA ORTISEI BOLZANO ITALIA. La statua molto bella per la verità, rappresenta il Cristo in atteggiamento regale e nello stesso tempo paterno.
(La solennità di Cristo Re, fu istituita da papa Pio XI nel 1925.)
Sempre in questa cappella davanti a quello di marmo è posto un altro altare di bronzo, di pregevole fattura, con davanti un bassorilievo, sempre in bronzo, raffigurante l’Ultima Cena.
Passiamo ora nel presbiterio della chiesa: qui notiamo un ambone, un Fonte Battesimale e un porta-cereo, tutti oggetti semplici ed eleganti, anche questi in bronzo, ordinati ad una ditta di Padova nel 1973.
L’Altare Maggiore, rifatto in marmo verso i primi dell’ottocento, sostiene uno pseudo-tempietto, di stile classico, con sei colonne corinzie, scanalate, ricoperte da stucco. Sopra il tempietto sono sedute due statue di stucco rappresentanti la Fede e la Speranza; al centro, in una raggiera dorata, il simbolo della Vergine.
Dentro il tempietto, sempre sull’altare Maggiore, è posta l’arca che prima conteneva l’antico quadro della Madonna della Stella, opera raffinata e preziosa, scolpita in legno nel 1849 da Angelo Minoldo, un artista originario di Mazzarino, il quale operò principalmente verso la metà dell’Ottocento.
Attualmente l’arca contiene un nuovo quadro della Madonna della Stella, dipinto nel 1978 dallo scrittore di questa guida, Gaetano Vicari, un pittore che vive ed opera a Barrafranca.
Un anno dopo il furto, infatti, venne bandito un apposito concorso al quale parteciparono otto pittori. La Commissione d’Arte Sacra scelse all’unanimità il dipinto di Gaetano Vicari “ avendo riguardo della continuità storica e della finalità di culto che il nuovo quadro doveva avere”.
Continuando la visita immaginaria della chiesa, scendiamo dal presbiterio e dirigiamoci verso il braccio sinistro del transetto. Qui, nella cappella di destra, subito notiamo una lugubre e nello stesso tempo suggestiva urna, mirabilmente scolpita in legno nel 1958 dal prof. Panfili, originario di Pietraperzia. L’urna contiene una statua emaciata e martoriata del Cristo Morto, opera in cartapesta, forse del 1800. Sopra l’urna è appesa un’antica croce in legno.
Sempre nella parte sinistra del transetto troviamo un altare in marmo, rifatto nel 1972, sormontato da una statua in legno scolpito del 1935, di Sant’Alessandro, il Patrono di Barrafranca.
Il Santo è seduto su un trono con i paramenti pontificali, maestoso e dolce nello stesso tempo, nell’atto di benedire. Quello che colpisce di più in questa statua è la delicatezza e la finezza del modellato, che rende morbido e quasi palpabile tutto l’insieme.
Scendendo lungo la navata di sinistra, incontriamo per primo l’altare di S. Lucia, anche questo rifatto in marmo nel 1972, con una statua del 1961,
di legno scolpito, proveniente forse da uno stabilimento di Ortisei.
Accanto all’altare di Santa Lucia, troviamo il quadro più famoso della chiesa, il Sant’Isidoro Agricola, dipinto intorno al 1620 da Pietro D’Asaro (come scrive Giulia Davì). Questo artista, detto il monocolo di Racalmuto, visse dal 1579 al 1647, e fu discepolo di Filippo Paladini, che nato a Casi presso Firenze verso il 1544, nel 1601 si trasferì in Sicilia e morì a Mazzarino nel 1614.
Il dipinto ricalca lo stile del grande maestro; ma il colore è meno brillante e il disegno meno perfetto: non per questo possiamo dire di non trovarci davanti ad un’opera d’arte.
Relegati nello sfondo gli spunti ambientali e illustrativi, l’attenzione dell’artista si concentra sui personaggi, scanditi su piani prospettici e psicologici, mentre nello sfondo si prospetta la scena dei buoi nell’atto di arare. Le superfici cromatiche si distendono larghe e solenni specie sui personaggi e sulla figura del Santo, che costituisce quasi il perno su cui ruota tutta la composizione. Ma nell’apparizione della Vergine investita dalla luce che prorompe a cascata dietro di lei, si concentra l’inclinazione a versioni soprannaturali, per il superamento della realtà operata da una fantasia quasi visionaria.
L’opera, proveniente dalla vicina chiesa del Purgatorio trasformata in oratorio nel 1956, è firmata dall’artista ma purtroppo non reca la data dell’esecuzione.
Il primo quadro, invece che si incontra entrando a sinistra è quello di
Sant’Alessandro, dipinto a Caltagirone nel 1859, da Francesco Vaccaro. Quello dei Vaccaro fu una famiglia di pittori, di Caltagirone, che operò principalmente in Sicilia entro tutto l’arco dell’ottocento.
Francesco Vaccaro si può collocare sullo stesso livello artistico di quello del fratello Giuseppe, che abbiamo visto nel San Rocco della Chiesa dell’Itria, anche se nel primo si nota la predilezione per tono più vivaci e nello stesso tempo più sfumati.
Nel Sant’Alessandro la ricostruzione della scena sembra quasi divenuta spontanea all’artista, con una fedeltà però intelligente e artisticamente con piena validità. La composizione è semplice ma mirabile nel coordinamento tra sfondo e figure, che però sembrano vivere di vita propria e sembrano parlare ai nostri occhi con tutte le loro qualità spirituali e materiali. Questo è tra i più bei quadri che i Vaccaro abbiano dipinto, per pienezza di vita, per acutezza di osservazione psicologica e per felicissima resa pittorica delle forme.
Recentemente è stato esposto il dipinto della Madonna dei Raggi dei Vaccaro, al quale furono aggiunte da uno dei Fantauzzo, non sappiamo da chi, le figlie di Maria.
Prima di uscire, fermiamoci un po’ vicino al portone d’ingresso e guardiamo la chiesa nel suo insieme: è ordinata e pulita, maestosa ed elegante. I tre archi che separano la navata centrale da quelle laterali, sono sorretti da pilastri, che non appesantiscono la struttura architettonica della chiesa, ma anzi ne aumentano la classica solennità.
La chiesa è quasi tutta coperta da stucchi neoclassici, raffinati ed eleganti, che la impreziosiscono e ne sottolineano l’imponenza. Gli stucchi della navata centrale, eseguiti nel 1858, sono opera di Salvatore Signorelli che li modellò su disegni del fratello Vincenzo. I Signorelli furono degli abilissimi stecchisti, dei veri artisti, originari di Siracusa, che operarono nell’ottocento principalmente in Sicilia.
Gli stucchi della navata centrale sono sicuramente del Signorelli: quelli invece delle navate laterali, eseguiti con le stesse verso i primi del novecento, si dimostrano opera di Antonino Musolino, aiutato forse dai cugini Carmelo e Calogero Fantauzzo, figli di Giuseppe. Carmelo, nato a Barrafranca nel 1879, morì a 27 anni nel 1906; Calogero, nato nel 1882 sempre a Barrafranca, fu aiutante del fratello ma, morto questi, non si occupò più di arte; è morto a Barrafranca nel 1967. Il Musolino, anche lui di Barrafranca, dopo aver operato in questo paese ed in quelli dei dintorni, nei primi del Novecento emigrò in America, dove è morto di recente.
Se guardiamo attentamente, possiamo notare gli interventi di quel soldato di Savona, il quale dopo la seconda guerra mondiale, si fermò a Barrafranca per riparare gli stucchi danneggiati.
Come abbiamo potuto capire dalla descrizione precedente, la chiesa è a tre navate, abbastanza ampia: è profonda infatti una quarantina di metri e larga diciotto.
Alziamo un po’ lo sguardo ed esaminiamo la volta. A parte gli stucchi di cui abbiamo già parlato, possiamo notare, sei grandi ottagoni, che racchiudono altrettanti affreschi raffiguranti:
il primo forse “Ester ed Assuero”, non possiamo capirlo tanto, perché il dipinto è rovinato; gli altri “L’Ascensione”, “La Pentecoste”, “La Trasfigurazione”, “Maria Santissima della Stella”, ed infine “”L’Immacolata”.
(In base a quanto narrato dal Nuovo Testamento, l'evento noto come Ascensione è l'ultimo episodio della vita terrena di Gesù: questi, quaranta giorni dopo la sua morte e risurrezione, è asceso al cielo. La ricorrenza è celebrata in tutte le confessioni cristiane e, insieme a Pasqua e Pentecoste, è una delle solennità più importanti del calendario ecclesiastico.
Pentecoste, dal greco antico pentekostè (heméra) - πεντηκοστή (ἡμὲρα) - cioè "cinquantesimo" (giorno), è una festa della religione cristiana, che cade nel cinquantesimo giorno dopo Pasqua (da cui il nome), di domenica, ed è quindi una festa mobile, dipendente dalla data della Pasqua.
All'interno del gruppo dei discepoli di Gesù Cristo, seguendo quanto narrato in Atti 2,1-11 la Pentecoste designa la discesa dello Spirito Santo, discesa che segna la nascita della Chiesa, a cominciare dalla comunità paleocristiana di Gerusalemme, o "comunità gerosolimitana" (At 2,42-48).
La Trasfigurazione di Gesù è un episodio della vita di Gesù descritto nei vangeli sinottici Matteo 17,1-8; Marco 9,2-8 e Luca 9,28-36.
La festa è celebrata il 6 agosto dalla Chiesa cattolica, dalla Chiesa ortodossa e da altre confessioni cristiane in ricordo dell'episodio biblico).
Questi affreschi sono opera dignitosa e perfetta, forse di Paolo da Terranova, un artista di Catania, il quale probabilmente li dipinse dopo l’esecuzione degli stucchi. Il parroco Giunta li vuole del Damaggio, pittore anch’esso di Catania.
Gli affreschi rivelano il grande mestiere dell’autore, il quale, quando è libero da ogni modello, assurge alle vette dell’arte; peccato che dopo la seconda guerra mondiale, alcuni siano stati ritoccati dal barrese Vincenzo Marotta, che in parte ne rovinò l’originale bellezza, rendendo più aspri i passaggi tonali e meno delicato lo sfumato.
Guardandola, dopo il ripristino ed il consolidamento che durò dal 1968 al 1972, non sembra che debba essere forse la più antica chiesa di Barrafranca, sorta probabilmente molto tempo prima che Matteo III Barresi ristrutturasse Convicino e fondasse Barrafranca, siamo intorno al 1530.
Abbiamo notizia che nel corso degli anni la chiesa ha subito varie trasformazioni: una volta siamo nel 1693, fu distrutta a causa di terremoto e riedificata più ampia nel 1699.
Nei primi del novecento, quando ne era rettore don Luigi Maria Guerreri. fu trasformata a croce latina e vi furono aggiunte le navate laterali, essendo prima la chiesa ad una sola navata.
Attualmente completano l’arredo della chiesa una via Crucis, in legno scolpito, ordinata a Luigi Santifaller di Ortisei nel 1962; e dei lampadari di vetro di Murano, scelti nel 1970 dal Parroco don Giuseppe Zafarana presso una ditta artigianale di Venezia.
Dopo aver visitato la chiesa e dopo averne gustato la bellezza dell’insieme e dei particolari, usciamo fuori ed osserviamo il prospetto. La facciata è semplice e lineare, con il tetto appuntito, fiancheggiata da un sontuoso campanile, costruito verso la fine del seicento, terminante con stile orientaleggiante a forma di pera. La cupola fu forse eseguita o ristrutturata dai Fantauzzo, ma non sappiamo da chi e quando.
Il portale in pietra intagliata, che circonda il portone centrale della chiesa richiama subito la nostra attenzione per la bellezza e la finezza del modellato. La pietra però, in alcune parti, è molto corrosa dal tempo.

Dato alle stampe nel mese di Settembre 1984

AGGIORNAMENTI

PARROCCHIA MARIA S.S. DELLA STELLA

La presenza del Patrono S. Alessandro e della Compatrona Maria S.S.
della Stella ha fatto in modo che la chiesa nel corso dei secoli abbia avuto una duplice e incerta denominazione.
In un Atto Notorio, redatto dall’Autorità Ecclesiastica nel 1705, è indicata “Chiesa di S. Alessandro”; allo stesso modo la chiamano il Nicotra nel 1907 e il Giunta nel 1928.
Contrariamente, nel 1693 un documento ci riferisce che un terremoto abbatté la “Chiesa di Maria S.S. della Stella”; nel 1742 si legge in un altro documento che si concedeva l’indulgenza plenaria di 7 anni alla “ Ecclesiam B.M.V. de Stella”. “Chiesa di M. S.S. della Stella” è denominata in un decreto del 1846 e in un documento del 1931.
Nel 1944, infine, assunse il nome attuale di Parrocchia Maria S.S. della Stella.
Sull’antico dipinto di Maria S.S. della Stella, compatrona di Barrafranca, rimangono molti dubbi ed incertezze che gli studi, le ricerche e i documenti riescono a risolvere e a fugare in parte. Noi desideriamo soffermarci sulla data e sulla modalità della festa, le quali nel corso degli anni hanno subito vari cambiamenti.
Apprendiamo da un documento che nel 1699 si celebrava la festa di Maria S.S. della Stella il 15 Settembre; lo stesso giorno troviamo nella Bolla di Benedetto XIV del 1742.
Il Nicotra , che scrive il suo Dizionario nel 1907, ci riferisce che se ne celebrava la festa l’8 Settembre, con la processione “della reliquia, che è formata da un capello della S.S. Vergine.
Ogni decennio suole celebrarsi più solennemente; e allora nella processione l’immagine viene portata a spalla dal ceto dei civili, e nei dì precedenti il festino un coro di fanciulli, simboleggianti altrettanti angeli, canta ad intervalli l’inno tradizionale su apposito carro trionfale, che, tirato da buoi, percorre le principali strade della città”.

Perchè l'antico dipinto era coperto di finte vesti di seta? risponde a questa domanda il parroco Giunta che così scrive: "La tela della pittura è distesa sul legno il cui tarlo rovinò tutto, lasciando appena integri i volti. Le Benedettine di questo monastero lo ricoprirono di finte vesti di seta". (Forse verso la fine del 1800).
In un documento dell’archivio parrocchiale, infine, leggiamo che nel 1963 “il quadro è ricoperto con vesti più preziose tempestate di oro e di argento (il ricamo è di Giuseppina Sentito). Si decide di celebrare la festa con la processione del quadro ogni anno, invece di ogni 7 anni”.
Possiamo quindi dedurre, confortati anche da quanto asseriscono Licata-Orofino e Filippo Salvaggio, che anticamente il sacro simulacro veniva portato solennemente in processione il 15 settembre ogni 10 anni.
Probabilmente nei primi dell’ottocento la data della festa fu spostata all’8 Settembre; agli inizi del novecento il periodo della processione del quadro da 10 anni si ridusse a 7, fino al 1963, quando si decise di portare in processione il dipinto ogni anno.
La leggenda del miracolo delle locuste acquista fondamento storico da un Documento dell’Archivio Parrocchiale il quale rivela che dal 1689 al 1711 Barrafranca subì l’invasione delle locuste “che varcando il Mediterraneo, vengono come immense nubi dalla costa africana e devastano i seminati, le vigne e gli alberi”…Le locuste tornarono con non meno violenza nel 1784 e nel 1798.
L’arca, contenente il dipinto della Compatrona e sovrastante l’Altare Maggiore, nel corso degli anni ha subito diverse dipinture, come si può dedurre osservando attentamente la parte posteriore.
Il colore originario sembra essere marrone con fregi ed ornati in oro:
nel retro in basso è scritto in nero:
GLO(RIOSA) MAD. DELLA STELLA PATRON. BARRAFRANCA- ANGELO MINOLDO MAZZARINESE (Q)UESTA (BARA) TRIONFALE A SPESE DI FRANCESCO BONINCONTRO E DELLA POPOLAZIONE FINIVA NEL NOVEMBRE DEL 1849.
In seguito la bara trionfale fu dipinta di verde e nero marmorizzato con
fregi ed ornati sempre in oro; ultimamente la parte anteriore è stata verniciata con colore avorio, ceruleo e oro
Descriviamo in particolare il retro dell’arca, molto bello in verità, che pochi hanno la possibilità di ammirare.
E’ diviso in tre parti: al centro campeggia una grande stella caudata con all’interno il simbolo della Vergine e con le otto punte intervallate dalle lettere P-A-N-A-G-I-A (Nome che i cristiani orientali danno a Maria madre di Gesù: dal greco “Tutta Santa”); ai lati si notano due pseudo-nicchie contenenti, a sinistra, il piccolo bassorilievo di S. Alessandro, rappresentato senza tiara con in mano la palma del martirio e il rotolo delle sacre scritture, a destra S. Giovanni Battista con il bastone terminante a croce, avvolto dal cartiglio dell’ “Ecce agnus dei”.
Certamente la cornice che circonda il dipinto non è stata scolpita dallo stesso autore dell’arca, perché più elaborata nella fattura, di epoca decisamente anteriore. Avvalora questa tesi quanto scritto nell’inventario del 1745, dove leggiamo che nell’Altare Maggiore di questa chiesa c’era “un tabernacolo alto in cui si trova una Venerabile Immagine di pittura (Maria S.S. della Stella) con altre immagini, con sua cornice intagliata indorata d’oro…”
La chiesa alla sommità della facciata esterna fino alla fine della prima metà del Novecento presentava “una bella edicola che racchiudeva, tra cartocci e lesene, un bassorilievo raffigurante la Madonna della Stella fra due Santi, secondo l’assetto iconografico del quadro dipinto”(C.Orofino). Il Salvaggio precisa che il bassorilievo era “fatto di mattoni rossi”.
Le nuove immagini di Maria S.S. della Stella e del Bambino, dipinte da Gaetano Vicari, autore di questa Guida, nel 1978 furono incoronate solennemente dal Vescovo mons. Sebastiano Rosso con corone e stelle d’argento tempestate da acque marine e topazi, offerte da Maria Caltavuturo ved. Ferreri.
Queste corone e le stelle che circondano il capo della Vergine sono opera di Santo Gambino (Ditta Fredi di Catania). (Le stelle dello stellario erano undici, perchè la dodicesima era applicata sulla corona; una tredicesima stella in più fu donata insieme al Diploma di Primo Premio all’autore del dipinto Gaetano Vicari, il 12/08/1978 dal Parroco di allora. Nel 2014 è stata aggiunta allo stellario la dodicesima stella realizzata dall'Argenteria Amato di Palermo, perfettamente uguale alle altre).
Per applicare le stelle e le corone nel 1978 furono praticati dei buchi sul dipinto; in seguito la tela è stata bucata per ornare la Madonna con collana, anello ed orecchini; ultimamente nel 2013 è stato fatto un ulteriore buco per applicare la sagoma con l'oro offerto alla Madonna, nonostante il parere contrario dell'autore Gaetano Vicari. (Durante la processione del 2016 la sagoma con l'oro non è stata applicata). 
In tutto fino al 2015 l'opera ha subito ben 24 buchi! 


Questo dipinto di Gaetano Vicari nel corso degli anni è stato ritoccato dallo stesso autore: nel 1994, dopo la processione dell’8 Settembre, nella parte superiore del manto della Madonna e nell’aureola di S. Giovanni; nel 2009, sempre dopo la festa, nelle stelle dello “stellario”, che circonda il capo della Vergine.
S. Alessandro è il patrono di Barrafranca dal 1572 e tale rimane fino ai nostri giorni. A conferma di ciò riportiamo quanto scritto dal Nicotra: “Un atto notorio del 1705, redatto dall’autorità ecclesiastica, comprovante che nelle chiesa di S. Alessandro fu dispersa la reliquia di detto glorioso patrono per trascurataggine dei procuratori della predetta chiesa… esiste pure un’autentica in data 1748 a firma di fra Serafino provinciale di Barrafranca, con la quale si conferma che S. Alessandro papa e martire è il patrono principale delle terre di Barrafranca”.
Pare che nella chiesa non sempre ci sia stata la stessa statua del Santo. Abbiamo notizia, infatti, che nel corso degli anni si siano succeduti diversi simulacri del Patrono, forse a causa delle tipiche corse tradizionali, che ne hanno causato la distruzione durante le annuali processioni del 3 Maggio.
In un documento del 1679 si parla di una scultura di S. Alessandro e della cassetta delle reliquie. Nell’inventario del 1745 è elencata anche una effige di S. Alessandro, sostituita da una nuova , come riporta il Giunta.
Nel 1907 il Nicotra scrive di una figura “del santo, che vestito in abiti pontificali, seduto su un seggiolone, è in atto di benedire il popolo. A piè della statua, che è in grandezza naturale, sta la piccola statua di S.Teodulo, che nel martirio, fu compagno volontario al santo patrono e le reliquie di esso”.
Questa figura di gesso, come riportano Licata-Orofino, sarebbe ruzzolata per terra andando in frantumi, in seguito ad una rissa dei giovani portatori, che volevano deviare secondo il loro capriccio il percorso della “via dei Santi”.
Un testimone ci ha riferito invece che dal 1935 sarebbero esistite nella chiesa due statue del Patrono: l’attuale, che era esposta nella nicchia sopra l’altare; e la vecchia, che era portata in processione e che sarebbe caduta a terra, frantumandosi, nella stessa chiesa durante la preparazione per la processione del 1937.
Sarebbe rimasta così l’attuale scultura lignea del 1935, la quale nel 2002 fu ridipinta dal parroco don Giuseppe Bonfirraro, Gaetano Vicari, (autore di questa Guida) e Gaetano Orofino, che rifece alcune dita di una mano.
Questa effige ogni anno il 3 Maggio viene portata in processione con due composizioni di spighe di grano applicate alla spalliera del seggio e con la cassetta delle reliquie, che l’inventario del 1745 così descrive: “Una cassetta di legname indorata d’oro con varie reliquie di S. Alessandro… in due vasi di argento con sua autentica ed attestato (Le reliquie di S. Alessandro si ebbero ad opera del principe Barrese). Item una cassettina di legname coperto di carta di pittura rosa con seta rossa e sigillata di cera di Spagna ove si ritrova parte del corpo di S. Vitale e parte delle gambe di S. Celestina Martire. Item una reliquia di S. Rosalia Panormitana con sua autentica. Item diverse reliquie senza autentica di diversi santi”.
L’attuale cassetta reca inserito nella stoffa, che ne riveste l’interno. il seguente documento: “La benedizione di S. Alessandro scenda sulla famiglia di Onofriuccio Ligotti per la donazione dell’urna per le reliquie di S. Alessandro. - 28 Aprile 1951.- Sac. Giovanni Faraci.”
Del patrono S. Alessandro esiste nella chiesa anche un grande dipinto di Francesco Vaccaro, attualmente appeso entrando a sinistra sopra il confessionale, al posto del S. Isidoro Agricola di Pietro d’Asaro . Vito Librando ed Annamaria Ficarra scrivono tra l’altro nel 1991: “Lo schema compositivo del Santo benedicente in trono si ricollega ad un modello iconografico molto diffuso in Sicilia…Nella scritta risulta solo il nome di Francesco…Da tener presente che il dipinto appare deteriorato nella parte in cui si trova la scritta, e che la tela è stata ridotta nei lati lunghi:
causando la scomparsa dell’anno, 1859 (Vicari ci ha confermato di averlo
letto nella scritta).”
Ai piedi del Santo, a sinistra, un angelo sostiene un libro aperto nella cui pagina sinistra è scritto: IS CONSTITUIT UT TANTUMODO PANIS ET VINUM IN MI/STERIO OFFERETUR…VINUM AUTEM AQUA MISCERI JUSSIT:, mentre nella pagina destra si legge: ET IN CANONE MISSAE ADDIDIT…QUI PRIDIE QUAM PATERETUR.
(Alessandro I (Roma, 80 – 3 Maggio 115), eletto papa a meno di trent’anni, secondo la tradizione fu decapitato a Roma il 3 Maggio.)
Il parroco Giunta scrive che questa “è certo tra le più antiche chiese di Barrafranca, poiché dall’Arch. Parr. si rileva che nel 1598 vi si seppellivano i defunti”. (A. Scarpulla ipotizza che ai tempi dei Normanni sia stata l’antica Chiesa Madre del paese).
Dopo il terremoto del 1693, la chiesa fu riedificata insieme all’attuale campanile ( per A. Scarpulla un antico minareto arabo), la cui balconata in ferro risale al 1840. Scrive il Giunta: “…un documento di quest’Archivio Parr. in data 2 Ottobre 1699 ci riferisce come a causa dell’anzidetto tremuoto sia andata in rovina la chiesa del Patrono S. Alessandro.
Lo stesso documento ci rende noto come in quella occasione l’immagine di rilievo (una statua?) di Maria S.S. della Stella sia stata ricoverata nell’antica Chiesa Madre.
La chiesa venne rifabbricata…e si terminava nel 1699. Ribenedetta la nuova chiesa, l’immagine di Maria S.S. fu riportata processionalmente nella nuova dimora…”
Il Giunta ancora ci riferisce tra l’altro che nel 1707 venne aumentata di nuove fabbriche, (forse a completamento della sua ricostruzione dopo il terremoto) e che nel 1948 per sopperire alle spese del Governo Rivoluzionario la chiesa donò un calice d’argento con patena indorata e un paio di pendenti.
Tutte le fonti e tutti i documenti sono concordi nell’affermare che gli
stucchi della navata centrale e della parte absidale della chiesa siano del Signorelli, che li eseguì nel 1858. Nei due archi trionfali della volta il Signorelli rappresentò ed onorò il Patrono e la Compatrona: nel primo si scorgono i simboli del papato con la seguente scritta su un libro aperto: QUI PRIDIE QUAM PATERETUR; nel secondo su un grande cartiglio azzurro si legge: PROTECTIO NOSTRA MARIA TU ES.
Quasi sicuramente in tale data la chiesa doveva essere ancora ad una sola navata, e non come affermano i sac, Giuliana e Zafarana, che sia stata ingrandita a croce latina sul finire del 700.
Non sappiamo da dove abbiano attinto la notizia, ma a noi ciò sembra improbabile, altrimenti il Signorelli, che, come abbiamo detto, lavorò nella chiesa nel 1858, avrebbe ornato di stucchi anche il transetto.

La chiesa, secondo noi, fu ampliata, successivamente ai lavori del Signorelli, con l’aggiunta del transetto prima, e delle navate laterali dopo.
Ciò si può dedurre osservando attentamente gli stucchi che presentano difformità di esecuzione: quelli del transetto, meno raffinati, furono modellati forse da Giuseppe Fantauzzo su imitazione degli stucchi della navata centrale, opera, come abbiamo detto, del suo maestro, il Signorelli; mentre quelli delle navate laterali, di stile completamente diverso, furono eseguiti, subito dopo la costruzione di dette navate, verso i primi del 900’ da Carmelo Fantauzzo e Antonino Musolino.
Verso le fine degli anni ’50 furono ripristinati dal geom. S. Licata i portali degli ingressi laterali.
Negli anni sessanta la chiesa manifestò dei cedimenti nelle colonne degli archi ed ebbe bisogno di un pronto intervento: i lavori di consolidamento delle basi delle colonne iniziati nel 1968, furono completati nel 1972 (Anni prima Santo Scarpulla aveva ristrutturato i soffitti e gli stucchi). Nel frattempo Giuseppe Puzzanghera eseguiva il ritocco, la riparazione e il rifacimento degli stucchi, coprendone alcuni con lamine di oro zecchino: l’opera di ripristino del Puzzanghera fu completata nel 1974, dopo che la chiesa venne riaperta al culto dei fedeli (12 agosto 1973).
Dopo aver presentato tutte le nuove notizie, riguardanti la chiesa durante gli anni antecedenti al 1984, prima di proseguire questo nostro lavoro, riteniamo opportuno elencare i parroci che si sono succeduti nella
Parrocchia, precisando che tutte le opere eseguite nella chiesa nel tempo del loro operato apostolico sono dovute al loro impegno ed al loro interessamento:
don Giovanni Faraci (28/05/1944-29/10/1960), don Giuseppe Zafarana (30/10/1960-06/09/1987) e don Giuseppe Bonfirraro (07/09/1987-16/12/2009); a causa dell’impedimento di quest’ultimo per motivi di salute, il 1 Agosto 2004 fu nominato Amministratore Parrocchiale don Alessandro Geraci (parroco dal 17/12/2009 al 12/12/2014, data delle sue dimissioni). Dal 13/12/2014 è parroco don Lino Giuliana di Butera.
Dopo la prima stabilizzazione sopra descritta, la chiesa ha subito nuovi interventi di potenziamento e di restauro esterno da parte della Sovrintendenza alle Belle Arti di Enna.
Ricordiamo, tra l’altro il rinforzamento esterno dell’abside e la pulitura delle sue pietre intagliate dal 1990 al 1991.
Nel 1995 un restauro mise in evidenza la struttura in pietra del Campanile, rendendone visibile lo stato originario. A causa del distacco di alcune tessere di coccio smaltato dalla sua cupola, fortunatamente cadute sopra il tetto, nel 2003 si provvide alla sostituzione delle tessere mancanti.

Ultimamente l'Ufficio Nazionale per i Beni Culturali e Ecclesiastici della Conferenza Episcopale Italiana, Diocesi di Piazza Armerina ha eseguito i lavori di restauro della facciata, finanziati con il contributo dell'otto per mille ala Chiesa Cattolica Italiana. I lavori, di cui l'architetto Tiziana Crocco è stato progettista e direttore e il geometra Ivan Bruno direttore tecnico, sono iniziati il 4 Ottobre 2016 e ultimati il 2 Aprile 2017.

Nel 2009 A. Strazzanti rimise a nuovo il grande portone principale di legno con i simboli dorati del Patrono e della Compatrona. 

Questo portone, risalente a quando la chiesa fu ricostruita dopo il terremoto, all’interno in alto ha incisa la seguente scritta: M-PH.S-LA PERGOLA F- AN-1699-IN D 8.
Entrando, a destra del nartece (rinfrescato nel 2011 da Paolo Russo e Fabio Patti) era appeso un grande dipinto circondato da una larga cornice barocca, molto rovinato, recuperato alla visione dei fedeli dai magazzini della chiesa.
La tela rappresenta S. Eligio Vescovo, patrono dei fabbri, come si legge in basso: SA(N)TUS (E)LIGIUS 66 (il 660 è l’anno della morte del Santo).
L’opera è stata tolta dopo il rinnovo del nartece nel 2011.
Sempre a destra l’acquasantiera di marmo del 1965, è stata sostituita con un’altra in pietra scolpita, appartenente alla vicina chiesa del Purgatorio, diroccata nel 1956 e trasformata in oratorio. L’acquasantiera, che si trovava nel cortile dell’oratorio, negli anni novanta fu trasportata in questa chiesa.
L’interno della chiesa è protetto da una bussola di legno, ordinata dal parroco don Giuseppe Bonfirraro nel 1988 ad una ditta di Genova, con al centro in basso due grandi vetrate rappresentanti l’Angelo Gabriele e l’Annunciata; in alto altre due vetrate più piccole con altrettante stelle, simbolo della Compatrona.
Nella navata laterale destra (rinnovata nel 2010 da Paolo Russo e Fabio Patti) accanto all’altare di S. Isidoro Agricola, è appeso un grande dipinto, anch’esso preso dai magazzini della chiesa.
Nell’inventario dei beni di questa chiesa del 1745 leggiamo tra l’altro: altare di S. Antonio, con statua di cartapesta; altare di S. Nicolò, con immagine di pittura; altare di S. Francesco di Paola, con statua di legname; altare dello Spirito Santo, con quadro di pittura antico; una statuetta di legname di S. Rosalia e i quadri di S. Biagio e S. Apollonia…

La tela in questione potrebbe rappresentare un’opera di questo inventario,forse S. Biagio vescovo e medico, che cura la salute del corpo degli ammalati distesi al suoi piedi (i piccoli draghi volanti rappresentano forse il male che fugge dagli infermi). S. Biagio visse tra il III e il IV sec. a Sebaste in Armenia (Asia Minore). Il dipinto probabilmente dei primi del 700, è stato incorniciato recentemente nel 1997.
Al posto del quadro di S. Lucia, si trova la pala del S. Isidoro Agricola di
Pietro d’Asaro, restaurata nel 1970 dalla Soprintendenza alle Gallerie ed alle Opere d’Arte della Sicilia con sede a Palermo, e incorniciata nel 1997. Il restauro non ha reso più visibile la scritta al piedi del quadro, riportata dal parroco Giunta nel suo libro e vista a suo tempo più volte da noi: INFELIX MONUCULUS RACALMUTENSIS DISCIPULUS PALADINI FECIT.
Il Nicotra erroneamente attribuisce quest’opera al Paladini.
Il Santo (Madrid 1080 – 1130) è rappresentato durante uno dei suoi miracoli, quando gli Angeli aravano per lui, lasciandogli il tempo di pregare.
Sotto il dipinto è collocato uno dei due altari lignei trovati nel sotterraneo della chiesa, provenienti forse dalla chiesa del Purgatorio e reintegrati e dipinti nel 1998 da Giuseppe Puzzanghera
L’altare, impreziosito nella parte centrale dalla piccola tela della Cena di Emmaus eseguita nel 1999 dal parroco don Giuseppe Bonfirraro, in alto sostiene la statua di S. Luigi, pregevole opera in cartapesta di Giuseppe Fantauzzo, ridipinta nel 1987 dal pronipote Giuseppe Vicari (Vigi).
(Il passo evangelico della Cena in Emmaus Luca ( 24,35-48) è forse la più poetica delle testimonianze sulla Resurrezione di Cristo. Due discepoli si dirigevano alla volta di Emmaus ed ebbero la gioia di incontrare il Risorto. Gioia che assaporarono solo nel momento in cui il Viandante e Sconosciuto uomo che li accompagna lungo il viaggio, invitato a rimanere con loro, accetta l'invito e poi si fa riconoscere nello spezzare il pane.
S Luigi (1568 – Roma 1591) fu un santo gesuita, che durante un’epidemia di peste, trasportando sulle spalle un appestato, rimase contagiato e morì a soli 23 anni.)
Il secondo arco cieco del transetto destro, prima vuoto, attualmente contiene in basso uno dei due confessionali in legno, ordinati nel 1988 alla stessa ditta di Genova della bussola. Sopra è appeso il dipinto di S. Lucia di Emanuele Catanese, un pittore che operò in Sicilia intorno alla metà dell’800, specialmente a San Cataldo. Il Giunta attribuisce quest’opera al Vaccaro.
Sotto la nicchia, contenente la statua di S. Agnese, ridipinta nel 2005 da Lina Arena, fu costruito, nello stesso anno, un nuovo altare in marmo, che richiama lo stile di quello di fronte, dedicato a S. Lucia.
Nella cappella del S.S. Sacramento del braccio destro del transetto, in alto, nel 2000 fu inserita una vetrata, realizzata dalla ditta Roberto Salamone di Barrafranca, rappresentante il Sacro Cuore.
L’arco cieco, a sinistra dell’altare del Santissimo, dopo la chiusura di una porta nel 1999, è utilizzato a cappella, che attualmente contiene l’antica statua di cartapesta del Cristo nell’urna, trasformato in Crocefisso e riparata e ridipinto da Rosetta Vitale nel 2007.
Saliamo sul presbiterio attraverso una gradinata ovale aggiunta nel 2001.
Qui la Mensa postconciliare di marmo, con archi e colonnine, fu sostituita nel 2000 con un’altra lignea, pregevole, proveniente dal vicino monastero di S. Benedetto e ristrutturata e dipinta da Giuseppe Puzzanghera. Il Puzzanghera rinnovò anche l’ambone e ricostruì ex novo, sempre in legno, il fonte battesimale.
L’antica Mensa postconciliare presenta nella sua struttura anteriore tre nicchie riempite nel 2002 dalle statuette lignee della Madonna col Bambino al centro, di S. Pietro a sinistra, e S. Paolo a destra. La nicchia del Fonte Battesimale contiene la statuetta di S. Giovanni Battista, mentre quella dell’ambone, il Cristo predicatore.
(Pietro (Betsaida, 1 ? – Roma, circa 67) fu uno dei dodici apostoli di Gesù; è considerato dalla Chiesa cattolica il primo Papa.
Paolo (o Saulo) di Tarso, più noto come san Paolo (Tarso, 5-10 – Roma, 64-67), è stato l'«apostolo dei Gentili», ovvero il principale (sebbene non il primo) missionario del Vangelo di Gesù tra i pagani greci e romani.
A Roma Pietro e Paolo sono stati venerati insieme come colonne della Chiesa, e per questo le Chiese, soprattutto in Oriente, hanno da sempre tributato grande onore alla Chiesa romana, poiché, unica nel mondo, fu fondata dalla predicazione di due Apostoli, non già per un primato pietrino - alquanto dubbio - introdotto soltanto in modo surrettizio in epoca molto più tarda.)
Sulla parete destra e sinistra del presbiterio i quattro riquadri contengono altrettanti dipinti, di varie epoche, probabilmente del 700 e dell’800: in alto a destra notiamo la riproduzione di parte della grande tela della Madonna della Mercede, che attualmente si trova nella chiesa Madre; in basso, il dipinto della Madonna del Carmelo con la scritta: PER DIVOZIONE DELLA RIALE MAESTRANZA. ANNO 1821. Sulla parete sinistra in alto è appeso il quadro dell’Addolorata; sotto, la tela della Madonna del Rosario, con una cornice barocca di stile diverso da quello degli altri quadri.
L’Altare Maggiore dell’ottocento, che mostra in basso un piccolo bassorilievo ovale in marmo di Maria S.S. della Stella, è stato consolidato nel 2010 da Luciano Bonfirraro. In alto, ai lati delle colonne, notiamo due angeli in gesso, che sostengono altrettanti candelabri a tre bracci. (Le statue provengono dal vicino Monastero di S. Benedetto).
Sulla parete dell’abside nel 1998 furono scoperti due grandi affreschi della “SPES” e della “FIDES”, rappresentate da due figure di donna tra vari decori, fregi ed arabeschi, la prima con l’ancora, l’altra con il calice e la croce.
Questi affreschi dalla narrazione ampia e solenne, testimoniano la validità e la perizia dell’autore che sa rappresentare le Virtù Teologali, con una monumentalità, che deriva dal plasticismo rinascimentale, semplificata da una esecuzione pittorica piena di freschezza. Peccato che l’intonaco è in molte parti staccato e il colore di conseguenza perduto!
La scoperta degli affreschi pone alla nostra attenzione diverse considerazioni: ci chiediamo se il ciclo di pitture murali abbia decorato solo l’abside, oppure tutte le pareti della chiesa; se gli affreschi siano stati eseguiti prima del terremoto del 1693, da cui si sarebbe salvata forse parte della chiesa compresa l’abside, oppure dopo la ricostruzione del 1699.
A queste domande non abbiamo risposte certe, anche perché nessun documento e nessuna pubblicazione fanno cenno agli affreschi, coperti definitivamente nel 1858 dagli stucchi del Signorelli.

Nel 2000 furono tolti dall'interno del tempietto sopra l'Altare Maggiore due pannelli di legno scorrevoli, non più utilizzati e sempre aperti. Questi pannelli dovevano servire anticamente a nascondere il dipinto di Maria S.S. della Stella, a imitazione di quanto avviene a Militello. 

In questa cittadina la statua di Maria S. S. della Stella, per tutto l'anno nascosta, tranne il mese di Maggio, viene svelata ai fedeli il 7 settembre e dopo dieci giorni viene nascosta e chiusa nella sua cappella il 16 dello stesso mese, a conclusione dei festeggiamenti. Questi hanno inizio il 29 Agosto con la novena di preparazione e con la processione di un piccolo quadro del volto della Madonna.
Da noi, a Barrafranca, attualmente abbiamo la quindicina di preparazione alla festa della Compatrona, che si conclude l'otto settembre, mentre il dipinto resta esposto e visibile tutto l'anno.
Non abbiamo notizia, né abbiamo trovato alcun documento che il dipinto di Maria S.S. della Stella anticamente fosse nascosto durante qualche periodo dell'anno. I pannelli, di cui prima abbiamo parlato, dimostrerebbero il contrario e forse deriverebbe da ciò il racconto dei "sette veli" appesi davanti al dipinto della Madonna.

Ai piedi dell’Altare Maggiore troneggia infine un’elegante ed argentea Sedia Presidenziale, ripristinata nel 1995 da Angelo Tambè e nel 2011 da Paolo Russo, con lamine d’oro e d’argento.

Nel 2011 Paolo Russo, Maurizio Russo e Fabio Patti hanno rinnovato tutti gli stucchi del presbiterio e dell’abside (compreso il tempietto sopra l’Altare Maggiore), del transetto destro e della nicchia di S.Agnese.
Scendendo nel transetto sinistro, notiamo la cappella del “Cristo Morto nell’urna” completamente rinnovata.
L’urna, che un ripristino del 1996, da parte di una ditta di Verona ha reso tutta aurea, contiene una nuova statua lignea del Cristo Morto, ritirata nel 1993 da una ditta di Parma. L'urna originaria di colore avorio con fregi e decori in oro era stata donata alla chiesa nel 1958 dalla sig.ra Alfonsina Scalia in Crapanzano.
Alle pareti laterali della cappella spiccano due bassorilievi in pietra con i simboli della passione, realizzati nel 1999 dalla ditta Calabrese di Barrafranca. L’urna lignea è completata con l’aggiunta dell’angioletto centrale nel 2001 (sostituito nel 2012 dal vecchio angelo di cartapesta restaurato da Salvatore Costa) e gradualmente di altri quattro angioletti laterali nel 2002, tutti in legno dorato.
Questa cappella è una delle più alte espressioni artistiche del parroco don Giuseppe Bonfirraro, grande artista scomparso nel 2009, il quale ha voluto rappresentare la Resurrezione che vince la Morte e completa la Vita.
L’urna, posta su una mensa di marmo, è immersa in una grande luce, preannuncio della Risurrezione, simboleggiata dalla lastra di alabastro luminosa, che campeggia al centro.
In questo capolavoro il Bonfirraro ha voluto conciliare i termini strutturali con quelli pittorici, che sono evidenziati dal trattamento levigato e nitido delle superfici, la cui posizione equilibrata viene modellata, dipinta e soprattutto inondata dall’uso sapiente della luce, che rappresenta il principale e il più importante elemento compositivo della struttura.
Sempre nel transetto sinistro, sopra l’altare di S. Alessandro (transetto e altare rinnovati nel Marzo 2010 da Alessandro Salamone e Alessandro Gulino) notiamo un’altra vetrata del 2000, realizzata dalla ditta Roberto Salamone di Barrafranca.
Passando alla navata di sinistra, ripristinata con l’altare di S, Lucia nel 2009 sempre da A. Salamone ed A. Gulino, dopo l’altro confessionale ordinato alla ditta di Genova nel 1988 con sopra il quadro di S. Alessandro, arriviamo al primo altare.
Per amor di cronaca vogliamo riferire che nel citato inventario del 1745 risultava in questa chiesa un altare di S. Lucia con “quadro di pittura con cornice di legname bianca”, di cui non abbiamo notizia.
Anche il primo altare della navata di sinistra, come l’altro di fronte, fu recuperato dal sotterraneo, (la cui apertura di accesso si trova nei pressi sul pavimento), ed fu ristrutturato nel 1998 da Giuseppe Puzzanghera, autore del piccolo dipinto centrale di “Gesù e i fanciulli”.
(Il principale brano evangelico che tratta di “Gesù e i fanciulli” è quello di Marco,10:13-14: “Allora, gli furono presentati dei fanciulli, perché li toccasse, ma i discepoli sgridavano coloro che li portavano.
E Gesù, nel vedere ciò, si indignò, e disse loro: «Lasciate che i piccoli fanciulli vengano a me e non glielo impedite, perché di tali è il regno di Dio.”)
Sopra, al posto del quadro di S. Alessandro, è appeso il dipinto della Madonna dei Raggi del Vaccaro, incorniciato nel 1997.
(Il culto della Madonna dei raggi nacque nell’800 in seguito alle apparizioni della Vergine ad una monaca francese, suor Caterina della Figlie della Carità. In una sua apparizione la Madonna invitò la suora a far coniare la famosa Medaglia, che diffondesse la Sua devozione.)
Spostandoci al centro della chiesa, in alto sulla sommità dell’arco di entrata notiamo un medaglione ceruleo con la scritta AVE MARIA, mentre, più in alto, la grande finestra del coro contiene la vetrata dell’Incoronazione di Maria, realizzata nel 2000 sempre dalla ditta Salamone di Barrafranca.
Nel 2011 sono stati rimessi a nuovo gli stucchi delle pareti della navata centrale dai fratelli Paolo e Maurizio Russo, aiutati da Fabio Patti; gli stessi hanno completato i lavori nel 2012 con il rinnovo degli stucchi delle volte della navata centrale e del presbiterio.
Per quanto riguarda gli affreschi sulla volta di questa navata, possiamo affermare che quasi sicuramente possono essere attribuiti a Raimondo Butera, un pittore di San Cataldo che operò intorno alla metà del 1800. Tale affermazione è suffragata dalle affinità e dalle analogie riscontrate con la pala dell’Assunzione della Vergine dello stesso autore nella chiesa Madre di Villarosa.
La chiesa è stata eretta a Parrocchia con bolla del Vescovo mons. Sturzo il 31 Maggio 1939, e funzionante dal 1944.
In seguito al restauro dell’Arca, eseguito da Valentino Faraci nel 2010, abbiamo potuto conoscere in modo certo le dipinture succedutesi nel corso degli anni. “Il colore originario scoperto durante le fasi preliminari di restauro è avorio (tendente al verdino) con fregi ed ornati in oro zecchino 23 Carati e argento vero; nel retro in basso è scritto in nero: A GLORIA DI MARIA DELLA STELLA PATRONA IN BARRAFRANCA ANGELO MINOLDO MAZZARINESE QUESTA BARA TRIONFALE A SPESE DI FRANCESCA BONINCONTRO E DELLA POPOLAZIONE FINITA NEL NOVEMBRE DEL 1849”.
Dopo la “Bara trionfale” fu dipinta di verde e nero marmorizzato con
fregi ed ornati rivestiti con falso oro e porporine; infine la parte anteriore fu verniciata con smalti di colore avorio, ceruleo, falso oro e porporine”.
L’opera è costruita da diverse assi di legno di abete, faggio e tiglio, ornate all’esterno da numerosi intagli floreali (fiori e foglie d’acanto) in legno scolpito.
Nella parte posteriore, in particolare, le colonne, i fregi, le statue, intagliati a bassorilievo, sono di faggio e tiglio.
All’interno nella parte centrale del soffitto si nota un intaglio, rappresentante una colomba circondata da una raggiera.
La parte anteriore esterna è sovrastata da un’altra raggiera, con i raggi che si dipartono da un corpo nuvoloso, il quale circonda una Stella caudata intagliata.
All’apice infine è collocato un uovo tornito, intagliato in basso con motivi fitomorfi.
L’Arca riportata all’originario splendore ( colore avorio tendente al verdino con colonne, fregi, ornati, intagli e raggiere in oro zecchino ed argento vero), è stata esposta ai fedeli con il dipinto della Compatrona il 5 Settembre 2010 e benedetta solennemente la vigilia della Festa (l’otto Settembre) dal vescovo Mons. Michele Pennisi.
Nello stesso anno, durante la Messa solenne dell’”ottava” (l’ottavo giorno dopo la festa, il 15 Settembre) c’è stato il rito del bacio della reliquia, che, come afferma il Nicotra, sarebbe “formata da un capello della S.S. Vergine”.

Questa reliquia, applicata ad uno stendardo con l’immagine di Maria S.S. della Stella, usciva lungo la “via dei Santi” l’otto Settembre, negli anni in cui la festa era meno solenne.
In seguito, quando il dipinto di Maria S.S. della Stella venne portato in processione ogni anno, la reliquia ornò le veste preziosa della “Madonna della Giunta”.
In realtà il piccolo reliquiario rotondo contiene due reliquie: quella di sopra (un pezzettino di stoffa chiara) reca scritto “De vel. B.V.M”; e la
seconda ( un altro pezzettino di stoffa chiara): “S. Joseph”,
Nel 2011 prima della la messa solenne della vigilia è stata iniziata la cerimonia della discesa della teca con il dipinto di Maria S.S. della Stella.
Nello stesso anno, il giorno della festa è uscito per la “via del Santi” il dipinto della Compatrona, accompagnata dalle statue di S. Agnese, S. Lucia, S. Luigi, S. Giovanni Bosco, S. Rita, S. Antonio, S. Francesco e S. Pasquale, secondo l’antica tradizione.
Dopo la messa conclusiva dell’ “ottava”, infine, è stata proposta la funzione del sollevamento e del collocamento della teca con il quadro di Maria S.S. della Stella, nella sua nicchia sopra l’Altare Maggiore.
Dal 2013 il dipinto è portato in processione con la veste e il manto della Madonna coperti da una sagoma su cui è applicato parte dell'oro offerto dai fedeli. Nonostante il parere contrario dell'autore Gaetano Vicari, si è preferito ostentare l'oro e non il dipinto nella sua bellezza originaria; e per di più si è praticato sulla tela un ulteriore buco, oltre a quelli fatti in precedenza per applicare le stelle, le corone, gli orecchini,le collane...! (Durante la processione del 2016 la sagoma con l'oro non è stata applicata).  
Nel 2014 Valentino Faraci ha riparato l'Arca, che dopo il restauro del 2010, aveva bisogno di nuovi interventi.
Per quanto riguarda la festa del Patrono S. Alessandro, nel 2014 la sera della vigilia è stata introdotta l'usanza della raccolta del pane offerto dai vari fornai del paese. Dopo la celebrazione in chiesa del Vespri solenni in onore del Santo Patrono, il pane benedetto è stato distribuito ai fedeli.
Dal 2015 a conclusione della raccolta, avviene la processione della reliquia del Santo, accompagnata dagli sbandieratori, la banda musicale e le majorette.

    Per concludere apprendiamo che prima del 1739 si trovava in questa chiesa un organo come si evince da questo documento:"Il 4 settembre del 1739 a Donato Del Piano, di Napoli, viene ordinato di realizzare, per il convento dei frati minori Osservanti di S. Francesco, di Barrafranca,...un organo nuovo simile a quello da lui fabbricato per la chiesa di S. Alessandro..."

 

 

Gaetano Vicari: GUIDA ALLE PRINCIPALI CHIESE DI BARRAFRANCA ed ai loro tesori nascosti CON AGGIORNAMENTI dal 1984 ad oggi-CAPITOLO SECONDO: CHIESA MARIA S.S. DELL'ITRIA CON AGGIORNAMENTI fino a MARZO 2017

CAPITOLO SECONDO

CHIESA DELLA MADONNA DELL’ITRIA.

La chiesa ci appare all’improvviso, appena arrivati nella piccola piazza Itria: la sua prospettiva austera e slanciata nello stesso tempo, anche se vi predominano le linee orizzontali, domina lo spazio circostante e quasi sembra riempirlo tutto.
Un portale, severo ed elegante, scolpito nel Seicento, più di trecento anni fa, da uno scalpellino di Pietraperzia, circonda il portone centrale e rappresenta il motivo ispiratore che fu tenuto presente per il rifacimento della facciata.
Il prospetto infatti che noi possiamo ammirare risale ai primi anni dell’Ottocento, forse al 1821, e richiama gli stessi motivi del portale centrale, come abbiamo detto di epoca anteriore, e ne sembra quasi una continuazione naturale. La parte alta con tre archi che fungono da campanile si distacca un po’ dall’insieme, ma dà alla chiesa un tocco gaio e festoso, quasi provinciale e paesano. In alto, per finire, un arco racchiude un orologio elettronico, istallato di recente.
Entriamo in chiesa e guardiamoci intorno: gli stucchi del Fantauzzo la coprono interamente, in un susseguirsi continuo di fiori, piante, angeli, festoni, come se non dovessero finire mai, in un crescendo continuo. Qui Giuseppe Fantauzzo, l’artista barrese di cui abbiamo parlato in occasione della Chiesa Maria S.S. delle Grazie, subisce ancora l’influsso del suo maestro, il Signorelli.
Anche se riveste tutta la volta e le pareti, l’ornato degli stucchi si presenta contenuto e non soverchia e nasconde la struttura architettonica della chiesa, che risulta nitida e chiara.
Dall’insieme degli stucchi possiamo dedurre che forse il Fantauzzo abbia ornato questa chiesa prima di quella di Maria delle Grazie, forse tra 1876 e il 1880.
Alziamo un po’ lo sguardo: in alto, la volta è divisa in cinque parti, che racchiudono ovali con bassorilievi, sempre del Fantauzzo, i quali rappresentano: l’Annunciazione, la Madonna dell’Itria, l’Assunta, San Francesco di Paola e la Nostra Signora del Sacro Cuore di Gesù.
All’epoca del rifacimento della chiesa da parte del Fantauzzo, gli ovali della volta, quasi sicuramente, dovevano raffigurare i santi venerati sugli altari delle pareti: attualmente non c’è più corrispondenza, perché alcune statue o quadri sono stati cambiati di posto o sono diversi.
Guardandola, dopo il ripristino e rinnovo terminati nel 1958, non sembra che debba essere una delle chiese più antiche di Barrafranca, essendo stata costruita quasi quattro secoli fa.
Non sappiamo la data esatta della sua fondazione, ma sicuramente la chiesa doveva esistere prima del lontano 1599, pochi anni dopo che l’antico Convicino diventasse Barrafranca, quando il paese era dominata da quel Fabrizio Branciforti, che con seicento cavalieri sulla marina di Scicli assalì i Turchi e li costrinse a fuggire.
Ora la chiesa è rinnovata: gli altari sono stati rifatti in marmo, alcune statue vecchie sono state sostituite con delle nuove, la facciata è stata dipinta nel 1958, con un colore che non si adatta, a nostro avviso, all’insieme del prospetto.
Venite, vi condurremo a visitare la chiesa e ve la faremo riscoprire. A noi importa che, dopo la nostra descrizione, voi guardiate con altri occhi l’insieme e i particolari della chiesa e gustiate ciò che di bello e di gratificante può derivare dalla contemplazione dell’arte.
La chiesa profonda quasi 35 metri e larga 8, è ad una sola navata.
Entrando, a destra, subito incontriamo la prima tela, il San Rocco dipinto nel 1837 dal Vaccaro, forse da Giuseppe aiutato dal fratello Francesco. Quella dei Vaccaro fu una famiglia di pittori di Caltagirone, la
quale operò principalmente in Sicilia entro tutto l’arco dell’Ottocento.
Il San Rocco è opera dignitosa e seria che rivela il grande mestiere dell’autore. La lieve inclinazione della figura, il morbido gesto del braccio, l’alzarsi del volto e l’obliquo dello sguardo perso lontano, immergono la figura in un’atmosfera quasi rarefatta ove lo spazio fattosi colore, allargandosi in passaggi preziosi di bruni, si cambia in una nuova dimensione, psicologica, annullando nella brevità dello sguardo e, più, annegando nella tonalità bassa dei colori, l’accenno di un movimento.
(S. Rocco, nato a Montpellier e morto a Voghera, visse nella seconda metà del 1300. E’ protettore dei pellegrini, degli appestati, dei contagiati, dei farmacisti e dei becchini. Nella tela del Vaccaro è rappresentato nella sua degenza come appestato, curato da un Angelo e nutrito da un cane).
Dopo un arco cieco vuoto, sempre a destra, troviamo l’altare dell’Assunta con una statua in legno scolpito, opera recente, ordinata negli anni cinquanta a Luigi Santifaller di Ortisei.
La Vergine è circondata in basso da un ammasso di nuvole e di angeli, che invece di accentuarne lo slancio verso l’alto, sembra bloccarlo e contenerlo. Gli stucchi invece che circondano la nicchia, eseguiti negli anni cinquanta, sono opera raffinata e perfetta dell’artista barrese Santo Scarpulla, il quale nel realizzare quest’opera, si ispirò a quelli dell’altare seguente, opera del Fantauzzo.
Il Fantauzzo, quasi sicuramente, dovette fare l’altare dedicato a San Francesco di Paola, nello stesso tempo del rifacimento di tutta la Chiesa: ora la nicchia accoglie una statua del Sacro Cuore, anche questa in legno scolpito, ordinata a Luigi Santifaller di Ortisei nel 1950.
In alto, sempre in questo altare con una simbologia elegante, sono raffigurate le tre virtù teologali: Fede, Carità e Speranza. Lo stesso motivo sarà ripreso, però questa volta in modo più appariscente, nel tempietto sopra l’Altare Maggiore.
Al di là della balaustrata, nel lato destro del presbiterio si trova un quadro di vaste proporzioni, raffigurante il battesimo di Gesù, opera datata 1975 del pittore Giuseppe Puzzanghera, un artista ancora vivente ed operante nel nostro paese.
(Il Battesimo di Gesù nel Cristianesimo si riferisce al battesimo ricevuto da Gesù da parte di Giovanni Battista, così come raccontato nel Vangelo secondo Marco (1,9-11), nel Vangelo secondo Matteo (3,13-17) e nel Vangelo secondo Luca (3,21-22). L'evento è ricordato come il primo dei misteri della luce di cui è composto il rosario. La festa del Battesimo di Gesù viene celebrata dalla Chiesa cattolica nella domenica che cade dal 7 al 13 gennaio).
L’Altare Maggiore, rifatto in marmo nel 1954 da Santo Scarpulla, è sormontato da una semicupola, sorretta da otto colonne, quattro per ogni lato. In alto, due statue rappresentanti la Fede e la Speranza; al centro il simbolo della Carità. Ai lati delle colonne sono poste due statue di Angeli, opere pregevoli di Santo Scarpulla del 1954.
La nicchia dell’Altare Maggiore racchiude la statua lignea della Nostra Signora del Sacro Cuore di Gesù, eseguita nel 1879 senza pretese, e ritirata dai frati minori per la loro chiesa dalla casa Daniel di Parigi. In seguito, non sappiamo il motivo, passò alla chiesa dell’Itria.
Continuando la nostra visita immaginaria della chiesa, esaminiamo ora la parete di sinistra. In fondo troviamo l’altare in marmo del Crocefisso, con una statua antica, in legno scolpito, forse ottocentesca.
L’altare accanto, dedicato al Cuore di Maria, di cui si può ammirare una statua in legno, recente, firmata alla base "LUIGI SANTIFALLER Ortisei Bolzano" , è stato eseguito da un artista barrese Arcangelo Scarpulla, fratello minore di Santo.
L’insieme della realizzazione risulta di tono minore e rivela un artista, anche se pur dotato, di livello inferiore a quello del fratello Santo.
(Quella del Cuore Immacolato di Maria è una devozione cattolica, la cui memoria liturgica fu estesa a tutta la Chiesa da Papa XII nel 1944, in ricordo della Consacrazione del mondo al Cuore Immacolato di Maria, da lui fatta nel 1942).
Ed eccoci di fronte al quadro più bello della chiesa, la grande tela dell’Annunciazione, opera attribuita dal dott. Ligotti a Mattia Preti e decisamente non al Dorè, come afferma il Nicotra, facendo dipingere il quadro ad un pittore nato dopo l’esecuzione dell’opera.
Abbiamo notizia che Mattia Preti, un artista del seicento originario di Taverna, un paese in provincia di Catanzaro, nel 1661 si sia stabilito a Malta. Probabilmente durante uno dei suoi viaggi, uno ne fece nel 1672, in occasione della morte del fratello Gregorio, fermandosi a Barrafranca, abbia dipinto il quadro, oppure ne abbia avuto la commissione. Il dipinto, quindi, potrebbe essere stato eseguito nell’arco di tempo che va dal 1661 al 1699, anno della morte del Preti. Volendo precisare meglio, abbiamo notizia che il principe C. Maria Carafa, il quale ebbe il Marchesato di Barrafranca dal 1680 al 1695, commissionò al Preti varie opere, tra cui molto probabilmente questa dell’Annunciazione.
L’opera nel suo insieme esprime un linguaggio barocco, in cui la drammatica suggestione delle immagini e l’inquietante atmosfera delle azioni, condensano il messaggio della corrente realistico-barocca, che tanta fortuna ebbe a Napoli.
La figura della Vergine è tutta piegata in una mossa ritrosa, sì da sembrare appena posata a terra; e l’espressione del volto bellissimo accentua quella ritrosia unita ad una dolorosa rassegnazione. Non meno idealmente sentita la figura dell’angelo, dolcissimo nel gesto, ed al tempo stesso solenne.
Il dipinto è ricco di sentimento profondo, di vita nell’espressione delle figure ma, a nostro avviso, confortati anche dall’illustre parere di uno studioso canadese, non è tutto eseguito di mano di Mattia Preti, poiché vi è manifesto l’intervento di qualche aiuto.
La composizione è perfetta e il disegno anche; dobbiamo quindi ritenere che il disegno sia di mano del Preti, ma che l’esecuzione pittorica sia dovuta anche a dei discepoli, che in certe parti del quadro ignorano la trasparenza e le preziosità del colore del maestro, ne attenuano la luce e rendono sordi i colori, e più gravi le forme.
La tela risultava un po’ rovinata e in alcune parti addirittura strappata, e nel 1982 è stata restaurata presso l’Istituto del Restauro di Palermo.
Il primo quadro che incontriamo, entrando a sinistra, rappresenta la Madonna dell’Itria, l’opera più antica, forse nata insieme alla chiesa o immediatamente dopo. Nel quadro è raccontata la storia della Madonna dell’Itria, così come la vuole la leggenda e la narra la tradizione. Questa Madonna fu trovata dentro una cassa galleggiante in mezzo al mare e tratta in salvo da due frati, che ne iniziarono la venerazione.
Itria infatti si fa derivare dal greco e viene a corrispondere a “guida della giusta via delle acque”.
L’artista, purtroppo a noi sconosciuto, nel dipingere quest’opera, pur assimilando gli influssi dei pittori del suo tempo, giunge ad una creazione originale in cui il suo squisito gusto per il colore e la risoluta predilezione per i tono smorzati, si manifestano con la maggiore sapienza. L’insieme della composizione è di una certa grandiosità, mentre il volto della Madonna rivela una pensosità severa.
L’acquasantiera di sinistra, in marmo è del 1651: pensate, per più di tre secoli generazioni e generazioni vi hanno intinto le dita per segnarsi prima di entrare o di uscire dalla chiesa!
Nel corso dei suoi quattro secoli, la chiesa ha subito vari cambiamenti, rifacimenti, aggiunte , modifiche: abbiamo notizia che nel 1821 il muro di prospetto era talmente diroccato, che per lavorare si portava il Santissimo Sacramento nella sacrestia.

Verso il 1956, quando fu rifatto il pavimento con lastre di marmo, durante i lavori, sotto il vecchio impiantito fu scoperto un corridoio sotterraneo che serviva per il seppellimento dei cadaveri. Vi si accedeva mediante due scale: una principale vicino al portone d’ingresso della chiesa; l’altra, secondaria sotto l’altare dell’Assunta.
Attualmente completano l’arredo della chiesa: una Via Crucis di Luigi Santifaller del 1962 e dei lampadari in legno scolpito del 1960.
La chiesa fu elevata a parrocchia con bolla del Vescovo mons. Sturzo il 2 aprile 1936, ma funzionante dal 1947.
Vogliamo concludere con una curiosità narrataci nel suo libro dal parroco Giunta: nel 1761 si usava in questa chiesa vestire un bambino povero a capodanno in onore di Gesù Bambino, “ma s’inibiva al sacerdote che lo guidava di non portare cotta e stola”. Il Giunta ci dice che questa usanza veniva ancora praticata nel tempo in cui scriveva il suo libro, cioè nel 1928.
Oggi purtroppo questa tradizione si è estinta.

Dato alle stampe nel mese di Settembre 1984

AGGIORNAMENTI

PARROCCHIA MARIA S.S. DELL’ITRIA

Il parroco Giunta ci riferisce che “il primo defunto che troviamo seppellito in questa chiesa è del 1618”
La data, invece, del 1651 troviamo incisa alla base dell’acquasantiera di sinistra insieme alla seguente iscrizione: IERONIMUS DE PATTI FECIT P. SPESA SUA 1651.
L’attribuzione a Mattia Preti (1613-1699) della pala dell’Annunciazione rimane una questione ancora aperta, perché alcuni, tra cui Vito Librando e Annamaria Ficarra, che videro l’opera nel 1991 in occasione della preparazione del Catalogo della mostra dei fratelli Vaccaro a Caltagirone, negano che il dipinto sia del Preti.
Di parere contrario sono altri, come il dott. Angelo Ligotti, il quale non aveva dubbi nell’attribuire il dipinto a Mattia Preti.
Resta fondamentale, secondo noi, la testimonianza dello studioso d’arte di Ottawa, il quale, a detta del parroco don Liborio Tambè, verso i primi degli anni ottanta, venuto apposta nella chiesa per vedere questa Annunciazione citata in un suo libro d’arte, si soffermò per circa tre ore a studiare la pala ed a prendere appunti. Alla fine riferì al Parroco che riteneva le figure della Vergine e dell’Angelo di mano di Mattia Preti, mentre scorgeva nel resto del quadro l’intervento di aiuti e di allievi.
Per approfondire l’argomento, abbiamo studiato ed esaminato l’opera pittorica di Mattia Preti. In certi suoi dipinti abbiamo trovato delle analogie con alcuni personaggi di questa tela dell’Annunciazione, per quanto riguarda gli atteggiamenti, i gesti, il disegno, il modo di dipingere, l’uso dei colori e principalmente l’atmosfera dell’insieme; in particolare nel “Cristo in gloria e Santi”, per la figura della Vergine, e nel “San Paolo degli eremiti”e nel “San Giorgio e il drago”, per quella dell’Angelo.
(Pubblichiamo le immagini, perché ognuno possa fare il confronto, e trarre le dovute deduzioni: a noi queste somiglianze sembrano un’ulteriore conferma dell’attribuzione dell’ Annunciazione della chiesa dell’Itria di Barrafranca a Mattia Preti).
Sicuramente il dipinto è anteriore al 1745, perché lo troviamo citato nell’inventario dei beni della chiesa dello stesso anno (“’altare di Sta. Maria della Nunciata con un quadro di Sa. Sig.a è nel medesmo altri immagini con sua cornice di legname indorata…”). Non può essere attribuito al Dorè (1832-1883), come anacronisticamente afferma il Nicotra
Nello stesso inventario si parla tra l’altro dell’altare di S. Silvestro e S. Stefano con un quadro; e, nella sacrestia, di “una testa di San Paolo con sua veste ed ossatura di legname”.
(L'Annunciazione è l'annuncio del concepimento verginale e della nascita verginale di Gesù che viene fatto a sua madre Maria (per il Vangelo secondo Luca) e a suo padre Giuseppe (per il Vangelo secondo Matteo) dall'arcangelo Gabriele).
Il sac. Giunta riferisce che un altro dipinto della chiesa, il San Rocco dei fratelli Vaccaro, fu offerto nel 1837 dal dott. D. Antonio Geraci, forse lo stesso “Giudice supplente” del nostro paese, citato nel libro su Barrafranca di Licata –Orofino.

A proposito di questo quadro Librando-Ficarra hanno scritto tra l’altro nel 1991: “Un massiccio confessionale non ha consentito di ispezionare la parte inferiore della tela per appurare se il Giunta abbia tratto i dati dal dipinto o da documento scritto. Vicari nota la prevalenza della mano di Giuseppe”.
In alto a sinistra sono dipinti due putti, che recano in mano un cartiglio con la scritta: ESTO IN PESTE PATRONUS.
Fino al 26 Agosto 1879 la nicchia dell’Altare Maggiore racchiudeva una statua “di N.a Sig.a con suo Bambino fabbricata di legname…” (come è descritta nell’inventario del 1745) (la statua della Madonna dell'Itria di cui parla il parroco Giunta?), sostituita nello stesso anno con l’attuale della Nostra Signora del Sacro Cuore di Gesù.
(La vecchia statua della Madonna con Bambino, dopo essere stata riposta per diversi anni nel piccolo ambiente dietro l’altare Maggiore, sarebbe forse passata presso la chiesa di S. Francesco? Attualmente presso il convento di S. Francesco si trova una statua lignea della Madonna con il Bambino).

Dietro l’Altare Maggiore sarebbe stata conservata anche una statua sempre in legno di San Francesco di Paola, andata perduta. ( Il dott. Ligotti sosteneva che questa statua si trovava sull’Altare Maggiore fino al primo ventennio del 900).
In onore della Nostra Signora, il Fantauzzo, quando rivestì di stucchi la chiesa, ornò la sommità dell’arco trionfale con un fregio contenente il Sacro Cuor e sostenuto da due Angeli, dai quali si dipartono due nastri con a sinistra la scritta: NOSTRA DOMINA, ora pro nobis; e a destra: A SACRO CORDE JESUS, 100 dies ind. Pius IX.
(Il culto della Nostra Signora del Sacro Cuore, nacque in Francia nel 1857 nella Congregazione dei Missionari del Sacro Cuore. L’immagine attuale si ebbe per desiderio di Pio IX nel 1874.
Francesco da Paola (Paola, 27 marzo 1416 – Tours, 2 aprile 1507) è stato un religioso italiano, proclamato santo da papa Leone X nel 1519. Eremita, è il fondatore dell'Ordine dei Minimi. Attualmente, parte delle sue reliquie si trovano presso il Santuario di San Francesco di Paola, meta di pellegrini, provenienti da tutto il mondo).
Gli anni cinquanta furono tutti un fervore di lavori nella chiesa.
La notte del 15 Agosto 1951 un piccolo incendio, causato da una candela lasciata accesa, fece sciogliere la statua in cera della Madonna morta, comunemente chiamata “La Buona Morte” e ridusse in cenere l’artistica urna lignea che la conteneva.
Si decise di costruire un nuovo altare dell’Assunta, questa volta con la statua della Vergine assunta in cielo. A tal uopo si chiuse la porta laterale destra e si scavò nella parete una nicchia, la cui sporgenza è visibile anche dall’esterno, per contenere la statua.
I lavori furono completati nel 1957 come recita la lapide nel lato sinistro dell’altare: HANC AEDICULAM S. MARIAE ASSUMPTIONIS DICATAM ONOFRII LIGOTTI AD MEMORIAM AETERNAM FILII BENEDICTUS R/IS. ET DOCTOR ANGELUS M.O. ET C.es EREXERUNT ANNO DOMINI MCMLVII.
(L'Assunzione di Maria in Cielo è un dogma cattolico (proclamato da papa Pio XII il 1º novembre 1950, anno santo), nel quale viene affermato che Maria, terminato il corso della vita terrena, fu trasferita in Paradiso, sia con l'anima che con il corpo, cioè fu assunta, accolta in cielo).
Sempre nel 1951 furono fabbricate alcune stanze, addossate al muro esterno di sinistra che, dopo la costruzione del salone e di altre stanze eseguita dal geom. Salvatore Licata dal 1957 al 1959, risultò del tutto nascosto, con evidente squilibrio dell’architettura esterna della chiesa.
Sette anni dopo, fu rifatto l’altare del Cuore di Maria, come attesta la lapide laterale: I CONIUGI CALOGERO FERRERI E MARIA CALTAVUTURO IN MEMORIA DEI LORO GENITORI 1958.
Quasi sicuramente dello stesso periodo sono anche gli altari del Crocefisso (la cui statua fu restaurata da Santo Scarpulla) e dell’Annunciata, perchè di stile uguale agli altri descritti in precedenza, anche se le lapidi indicano i nomi dei committenti e non la data di esecuzione:
LA SIG. SANTA BELLANTI VED. NOTAR. URICO INGRIA E LA SIG. MARIA MUSCARELLO VED. CAV. ONOFRIO VIRONE IN MEMORIA DEI LORO SPOSI (Altare del Crocefisso)
ALLA MEMORIA DEL LORO GENITORE ONOFRIO LIGOTTI LE FIGLIE MARIA GIUSEPPINA ROSA E ROSALIA (Altare dell’Annunciata).
Per interessamento del parroco don Liborio Tambè, succeduto il 1 Luglio 1969 a don Calogero Guerreri (primo parroco dal 1947), venne installato nel 1975 sulla sommità della facciata un orologio elettronico, i cui congegni furono posti dietro l’altare Maggiore della chiesa con la seguente lapide: AD MEMORIAM AETERNAM CONIUGIS EQUITIS ET MAGISTRI DOMINI CALOGERI FERRERI, QUONDAM DOMINI PHILIPPI, VIRI DEGNISSIMI EXECELLENTISSIMI ET MINIFICENTISSIMI HUIUS CIVITATIS BARRAFRANCAE. DOMINA MARIA DE CALTAVUTURO, QUONDAM DOMINI ANGELI, UXOR ET FIDELISSIMA SPONSA HUNC HOROLOGIUM SUO SUMPTO IUSSIT FACERE. ANNO DOMINI MCMLXXV.
La statua lignea della “Nostra Signora”, posta sull’altare Maggiore, aveva bisogno di una nuova dipintura, che sostituisse la vecchia in più parti scrostata. Eseguirono i lavori nel 1981 Pasquale Bellanti, in quel tempo seminarista, e Gaetano Vicari, autore di questa Guida. Nel 1987 l’incarnato della Madonna e del Bambino, in alcune parti macchiato e rovinato, venne rifatto da Giovanni Ruggeri di Barrafranca.

Recentemente è stata restaurata presso il laboratorio di Robert Stuflesser di Ortisei e consegnata alla chiesa il 19 Settembre 2015.
Sempre nel 1987 Giovanni Ruggeri ridipinse le statue del Sacro Cuore e dell’Assunta, che il trascorrere del tempo e l’umidità avevano ridotto in cattivo stato; quest’ultima statua è stata di nuovo ritoccata nel 2009 da Gianluca Schillaci di Piazza Armerina.
Nel 1985 il nartece interno della chiesa fu completato con una bussola fatta da Angelo Tambè e ornata da vetrate con vari simboli religiosi incisi con il metodo dell’ insabbiatura dalla Vetreria Privitera di Caltagirone, su disegni del prof. Giulio Francipane
(In particolare sulle vetrate si notano le seguenti scritte: nella parte centrale, in alto a sinistra CHARITAS, in basso sempre a sinistra SPES e a destra M; nella porta laterale sinistra, in basso VIA VERITAS VITA-TU ES PETRUS- LEX; mentre nella porta destra, in alto COR UNUM.).
Per riempire il secondo arco cieco della parete di destra, sopra il confessionale fu appesa una tela rappresentante “Santa Cecilia”, dipinta nel 1986 da Roberto Caputo di Barrafranca.
Finalmente nel 1994 un restauro esterno, a cura della Soprintendenza di Enna, riportò la facciata allo stato originario, togliendo la dipintura rossastra e rendendo visibili i mattoni di cotto. Su una pietra sopra il portale, a sinistra, si leggono le lettere: M G.
Con il trascorrere degli anni, la chiesa ha avuto bisogno di un nuovo ripristino interno ed esterno e su richiesta del parroco don Liborio Tambè, i lavori, finanziati dalla Conferenza Episcopale Italiana, hanno avuto inizio nel luglio del 2009 e sono stati completati nel 2011.
Le opere, eseguite dalla ditta Bruno di Piazza Armerina con l’approvazione della Soprintendenza di Enna, sono state dirette dall’ing. Paolo Bonanno e dall’arch. Alessandro Lo Presti, entrambi di Barrafranca, i quali sono stati anche i progettisti.
Fino a questo momento abbiamo notato all’esterno della chiesa degli interventi checoprendo con intonaco chiaro parte del muro laterale destro, hanno pulito e lasciate scoperte le parti costruite con pietra intagliata sempre del muro laterale destro e di tutta l’abside.
Nell’interno sono stati tolti i due confessionali in legno che si trovavano nei primi due archi ciechi della parete destra, (uno è collocato nel nartece sempre a destra).
Al loro posto sono stati costruiti due altari in marmo: il primo, di San Rocco, è stato offerto da Epifania Patti, come si può leggere sulla lapide: ALLA MEMORIA DEI GENITORI ANGELO PATTI E CONCETTA BALSAMO LA FIGLIA EPIFANIA-ANNO DOMINI MMIX; il secondo, fatto a spese delle sorelle Rosalia, Concetta e Pina Ferreri (Lapide: ALLA MEMORIA DEI LORO GENITORI GIUSEPPE FERRERI E MARIANGELA PATTI LE FIGLIE ROSALIA, CONCETTA E PINA-ANNO DOMINI MMIX), è attualmente sovrastato da un quadro ad olio del Cristo della Divina Misericordia, opera dipinta nel 2007 da Gaetano Vicari, autore di questa Guida.
Su quest’altare nel Gennaio del 2012 è stato posto, dentro una teca di vetro, un reliquiario di bronzo dorato, donato alla chiesa da Giuseppa La Zia. Il reliquiario contiene la reliquia di S. Faustina, proveniente dalla Polonia.
I lampadari e le applique in legno scolpito sono stati ripristinati e reintegrati da Denise Tambè e Francesco Paternò (Defra) di Barrafranca (2009), mentre le stoffe, che rivestono la parte interna del tabernacolo e l’interno della porticina, sono state dipinte dall’autore di questa Guida (2010).
Dopo il rinnovo, abbiamo notato che le vele della volta a crociera, in corrispondenza degli altari laterali, recano dei cartigli, sorretti da putti, con simboli diversi. Quelli di destra: i simboli di S. Rocco quali il bastone da pellegrino e l’unguento per la cura della peste, il giglio, la “M” di Maria, la raggiera con Charitas, il simbolo dell’Eucarestia; a sinistra: la corona e la palma del martirio, il cespo di rose, il Sacro Cuore, i simboli della Crocifissione, oggetti di Gesù Bambino.
Questi gli ultimi cambiamenti che abbiamo visto nella chiesa, dall’inizio dei lavori del 2009 fino alla stesura di questo capitolo.
Nel 2011 è stato messo in opera un altro intervento esterno, per eliminare l’infiltrazione d’acqua tra la parte alta del muro di prospetto e il tetto.

La Mensa postconciliare di marmo presenta nella sua struttura anteriore due spazi, che sono stati riempiti nel 2015 dalle statuette di resina di S. Giuseppe a sinistra (donata da Giuseppina Lanza Messina), e di S. Teresa del Bambino Gesù a destra (donata dai fratelli Puzzo).

Sempre nel 2015 è stata rifatta dai fratelli Paolo e Maurizio Russo la cornice che circonda la nicchia sopra l'altare maggiore contenente la statua della Nostra Signora del Sacro Cuore di Gesù. Gli stessi fratelli Paolo e Maurizio Russo nel luglio del 2016 hanno ornato la parete dell'altare del Crocifisso con integrazione di cherubini, ghirigori alle estremità della croce e raggi.

Desideriamo concludere con una breve spiegazione del termine “Itria”.
Secondo il prof. Santi Correnti, è l’abbreviazione dell’antichissimo titolo bizantino di “Odegitria od Odigitria”, che gli imperatori di Costantinopoli diedero alla Madonna, come “Guida nel cammino della vita”. Il culto fu introdotto in Italia nel secolo VIII, durante la persecuzione degli iconoclasti, da due monaci Basiliani, che portarono in Puglia una statua della Vergine da una chiesa di Costantinopoli, e ne diffusero il culto nell’Italia meridionale.
Una leggenda narra di un’icona della Madonna dipinta da S. Luca a Costantinopoli, gettata in mare dagli iconoclasti in una cassa insieme a due monaci Basiliani ed emersa in Occidente con i monaci sani e salvi…Un’altra versione parla della parte superiore di una statua della Vergine, non distrutta completamente dai soldati iconoclasti, da questi affidata al mare in una cassa ed accolta in Sicilia dai padri Calogeriani di S. Basilio, che ne diffusero il culto con il titolo di Madonna Odigitria o dell’Itria (dal greco “idros” acqua).

Gaetano Vicari: GUIDA ALLE PRINCIPALI CHIESE DI BARRAFRANCA ed ai loro tesori nascosti CON AGGIORNAMENTI dal 1984 ad oggi-CAPITOLO QUARTO: CHIESA E MONASTERO DI S. BENEDETTO CON AGGIORNAMENTI fino a Marzo 2018

CAPITOLO QUARTO

CHIESA DI S. BENEDETTO

Una suora domenicana del Sacro Cuore di Gesù ci accoglie con una gentilezza riservata e discreta. Sparisce in silenzio, così come è apparsa, per ricomparire in compagnia della Madre Superiora. 

Passiamo attraverso una piccola anticamera nel cortile del monastero, circondato, lungo due lati, da un atrio: dappertutto è pace e serenità e l’insieme, anche se vecchio e un po’ malandato, rivela l’intervento amorevole delle suore, che cercano, oltre il limite del possibile, di renderlo accogliente ed accettabile.
Abbiamo l’impressione per un attimo di vivere in un mondo diverso, in un’altra dimensione, in cui lo spazio e il tempo sembrano scanditi dal silenzioso sgusciare delle suore sul pavimento, dopo intervalli di pausa e di immobilità assoluta. Entriamo in una piccola sacrestia, con le pareti scrostate, con la volta ornata da stucchi, appesi ai muri i quadri ad olio del Settecento dei fondatori del monastero di San Benedetto, ed un’immagine annerita della Madonna col Bambino.
Attraverso una piccola porta finalmente siamo in chiesa.
Aprendosi la porticina della sacrestia nella parte centrale della parete destra, appena entrati, girando intorno lo sguardo, non possiamo subito gustare la bellezza architettonica della chiesa, ma abbiamo chiaramente l’intuizione di trovarci di fronte ad una delle più originali chiese di Barrafranca, un vero gioiello dell’arte barocca siciliana.
Scendendo in fondo, vicino al portone d’ingresso, troviamo il posto ideale per cogliere la bellezza dell’insieme e per convincerci che l’intuizione avuta prima, trova piena conferma:la chiesa nel suo piccolo, rappresenta una gemma nell’ arte della controriforma in Sicilia: anche se di piccole proporzioni, essa ricalca nella sua concezione, lo schema maggiormente diffuso al tempo della sua costruzione: quello dell’ambiente unico a sala rettangolare.
In essa le soluzioni architettoniche dell’interno, non sono limitate alla creazione di una decorazione superficiale, ma assumendo una adeguata consistenza, determinano esse stesse la conformazione e la modellazione dello spazio.
Infatti le membrature molto sporgenti delle superfici suddividono l’ambiente in varie zone, definendole sia plani metricamente, sia spazialmente. Ciascuna di queste zone ritrova poi, nella forma della sua copertura, la sua coerente conclusione.
Passiamo così dalla saletta di davanti a pianta quadrata, sormontata da una cupoletta a calotta su pennacchi, al vano di centro rettangolare con
volta a crociera, e quindi alla grande nicchia dell’altare Maggiore, in una successione di spazi intelligentemente dosati.
Notiamo particolarmente la posizione della cupola, che invece di essere collocata in fondo alla chiesa, vicino all’altare Maggiore, è spostata in
avanti presso l’ingresso.
Questo crea un risultato prospettico notevole, poiché la dilatazione dello spazio nella zona anteriore dell’ambiente, provoca una convergenza maggiore della visuale verso l’altare Maggiore, eliminando in tal senso ogni dispersione.
Le pareti e la volta sono ornate da pochi stucchi, tipici dell’arte barocca, ma la quasi mancanza degli stucchi è compensata dagli affreschi che coprono quasi tutta la chiesa, in un susseguirsi di motivi architettonici e floreali, intervallati da figure e da oggetti simbolici.
I pennacchi, che sostengono la cupola, sono decorati con quattro medaglioni rappresentanti gli evangelisti: Matteo, Marco, Luca e Giovanni; la volta a crociera centrale, da festoni ed oggetti religiosi, come messali e candelabri; infine la volta dell’altare maggiore, contiene un affresco con il triangolo, simbolo della Trinità, contenente l’occhio dell’Eterno Padre, con sotto l’agnello, emblema del Cristo.
(San Matteo apostolo ed evangelista (nato Levi; Cafarnao?, fine del I secolo a.C. – Etiopia?, metà del I secolo d.C.) , di professione esattore delle tasse, fu chiamato da Gesù ad essere uno dei dodici apostoli.
San Marco evangelista ( Palestina, circa 20 – Alessandria, seconda metà del I secolo d.C.) fu discepolo dell'apostolo Paolo, e in seguito di Pietro ed è tradizionalmente ritenuto l'autore del vangelo secondo Marco. È venerato come santo dalla Chiesa cattolica.
Luca evangelista, (Antiochia, circa 10 d.C. – Tebe?, circa 93 d.C.), venerato come santo dalla Chiesa cattolica, è autore del Vangelo secondo Luca e degli Atti degli Apostoli, il terzo ed il quinto libro del Nuovo Testamento. Per i cattolici è il santo patrono degli artisti e dei medici, e viene festeggiato il 18 ottobre
Giovanni apostolo ed evangelista (Betsaida?, inizio I secolo – Efeso, fine I secolo) è stato un apostolo di Gesù. La tradizione cristiana lo identifica con l'autore del quarto vangelo e per questo gli viene attribuito anche l'epiteto di evangelista.)
Probabilmente questi affreschi furono eseguiti tempo dopo la costruzione della chiesa, forse nel 1902, perché anche se l’insieme architettonico non sembra rifiutarli, ma anzi sembra assorbirli e farli suoi, rivelano uno stile completamente diverso.
Sconosciamo purtroppo il nome dell’autore, e non disponiamo neanche di elementi per azzardare qualsiasi congettura.
Prima poche volte avevamo avuto l’occasione di entrare in questa chiesa e quelle poche volte l’avevamo guardata con occhi distratti, anche se tra noi ci eravamo fatta l’opinione che si trattasse di una chiesa interessante, tutta da scoprire.
Dopo la nostra visita e dopo un’attenta, accurata ed amorevole osservazione, abbiamo l’impressione di aver davanti una nuova chiesa, come se la vecchia si fosse aperta per rivelarci i suoi tesori nascosti. Vogliamo augurarci che la stessa cosa accada a voi dopo la lettura di questo nostro scritto.
Nella parete di destra notiamo un primo altare di marmo, rifatto nel 1945, e sovrastato da una nicchia contenente una statua, forse dei primi del 900, di Maria Ausiliatrice, titolo diffuso da S. Giovanni Bosco nell’800.
La Vergine con una mano sostiene uno scettro e con l’altra il Bambino Gesù, che tiene a sua volta uno scettro più piccolo. La composizione è perfetta, nell’armonico equilibrio degli spazi e dei volumi, che concorrono a presentarci una Madonna materna e regale nello stesso tempo, la quale aiuta e protegge.
Anche l’altare Maggiore è stato rifatto in marmo intarsiato, intorno al 1957. Ai lati sostiene due grandi colonne attorcigliate, che sorreggono un timpano spezzato e ricurvo.
Il vuoto centrale della parete di fondo è riempito da un grande quadro dell’Assunzione, circondato da una pesante e massiccia cornice argentata, in legno intagliato e traforato.
Sconosciamo il nome dell’autore di questo dipinto, anche se qualcuno ha
avanzato l’ipotesi che si tratti di un’opera di Mariano Rossi, un pittore nato a Sciacca nel 1731 e morto a Roma nel 1807. Nelle sue opere, Mariano Rossi rimane estraneo all’esperienza neoclassica e si attarda in forme barocche, che sintetizzano gli influssi della scuola romana e di quella napoletana. Anche se quest’opera del monastero di San Benedetto, oggi delle suore Domenicane del sacro Cuore di Gesù, ricalca gli schemi del barocco meridionale, a noi non sembra, ma possiamo anche sbagliare, doversi attribuire a Mariano Rossi. Possiamo anche, ma molto cautamente, avanzare l’ipotesi che possa essere stata dipinta da un suo allievo o da un suo imitatore, di livello artistico però decisamente inferiore rispetto a quello del maestro.
L’autore, anche se risente dell’influsso di Mariano Rossi, ha saputo creare un’opera dignitosa e seria, perfetta nel suo genere e per il fine per cui era stata ideata.
In questa Assunzione l’influsso di Mariano Rossi è evidente in vari particolari, ma soprattutto nella disposizione dell’insieme: le numerose figure nella varietà dei loro atteggiamenti non nocciono all’armonia generale della composizione e la loro distribuzione è piacevolmente concepita nell’alternanza dei tipi e nella molteplicità di espressioni e di movimenti. La parte centrale della tela è dominata dalla mirabile figura dell’Assunta che, sostenuta e quasi portata da un’aureola viva di cherubini, risalta sullo sfondo del cielo percorso da nubi, che accentuano la profondità spaziale. Il significato lirico è intensificato non solo dalla finezza della figura della Vergine, ma anche dal vario disporsi delle figure in basso in ginocchio capeggiate a destra da San Benedetto e a sinistra da Santa Scolastica. Qui lo sfondo fa spiccare di più le figure, nei cui volti l’artista è riuscito ad esprimere in maniera sempre nuova e diversa il divino e l’umano che li animano, raggiungendo una certa potenza e grandiosità.
La morbidezza della modellatura, la delicatezza dello sfumato nelle carni, anche se derivano da Mariano Rossi, non riescono però a cancellare l’impronta personale dell’artista, che si può considerare un rappresentante, se pur minore, della pittura barocca siciliana.
Sconosciamo purtroppo anche la data esatta del dipinto, la cui esecuzione possiamo collocare, quasi sicuramente, intorno alla seconda metà del 1700. L’opera risulta un po’ scrostata in basso.

Di fronte a quello di Maria Ausiliatrice, troviamo un altare molto antico del Crocefisso, forse nato con la Chiesa. L’altare è tutto in legno scolpito: un grande reliquiario, anche questo in legno scolpito, fa da sfondo al grande Crocefisso, drammaticamente trasfigurato dall’agonia, con il corpo martoriato e quasi tutto coperto di sangue annerito.
Ma la cosa più bella della chiesa è forse la Via Crucis.
I dipinti sono mirabilmente eseguiti da Francesco o Giuseppe Vaccaro, mentre le edicole che li contengono furono lavorate dal Sac. Giuseppe Fantauzzo, nato a Barrafranca nel 1887, un artista figlio del grande Giuseppe Fantauzzo, le cui opere ed il cui valore artistico abbiamo detto in precedenza. Le nicchie sono tutte in legno, finemente lavorato e traforato, impreziosite in basso da pennacchi e guglie, che si intrecciano e si susseguono, decrescendo dal centro verso l’esterno. L’opera fu eseguita verso il 1914 ; nello stesso anno l’autore moriva a soli ventisette anni.
Vicino all’ingresso a sinistra del nartece è appeso un quadro del Battesimo di Cristo,
opera eseguita nel 1940 dal pittore barrese Vincenzo Marotta, Il dipinto
proviene dalla vicina Parrocchia di Maria Santissima della Stella.
A ricordarci che questa è la chiesa di un monastero, c’è la cantoria, sistemata sopra il nartece della costruzione: le suore che cantavano erano velate e seminascoste da una grata lignea di stile barocco. Altrettante grate coprono le due finestrelle che si aprono sulle pareti laterali della chiesa.
Come abbiamo prima detto, la chiesa nella sua struttura architettonica è figlia del suo tempo e ricalca lo stile tardo barocco, allora più diffuso nell’Italia Meridionale. Si può pertanto dedurre che l’architetto, il quale la progettò, non abbia avuto una formazione chiusa e paesana, ma sia stato abbastanza aggiornato e sensibile ai richiami culturali provenienti dai centri maggiori.
La chiesa fu fondata nel 1745, otto anni dopo l’apertura del Monastero di San Benedetto, quando il marchesato di Barrafranca toccò a Caterina Branciforti, dopo aver superato un litigio con la sorella Rosalia. Per costruirla fu ostruita una via (la continuazione dell’attuale via Paternò Rossi) che divideva le due case signorili del Catalano e del Bufalini, fondatori del monastero.
Dopo la visita non siamo usciti dal portone centrale della chiesa, quasi sempre chiuso, ma abbiamo seguito a ritroso il cammino fatto per entrare.
Appena fuori, il nostro sguardo si è alzato ad esaminare il prospetto della chiesa. La facciata è modesta, incorniciata da pilastri di viva pietra,
motivo che è richiamato nella grande finestra centrale e nel portale, che
circonda il portone principale. Questo portale, finemente ed elegantemente lavorato, si discosta dall’insieme del prospetto, ricollegandosi nella sua struttura barocca, all’interno della chiesa.
Non abbiamo elementi per formulare qualsiasi supposizione; solo per amor di cronaca possiamo riferire che alcuni vogliono far risalire addirittura questo portale all’antico castello di Convicino, che sorgeva nelle vicinanze, supponendo che ne dovesse circondare il portone centrale. A noi però sembra che forse abbiano confuso con il vicino portale del Monastero, perché per quanto riguarda l’austerità dello stile, lo riteniamo più adatto all’ingresso di un castello.
In alto al centro infine, sotto gli spioventi del tetto, si aprono tre finestrelle ad arco, contenenti altrettante campane.
Attualmente la chiesa è chiusa al pubblico, perché pericolante e un così singolare capolavoro si sta distruggendo nel disinteresse generale

Dato alle stampe nel mese di Settembre 1984

AGGIORNAMENTI

CHIESA E MONASTERO DI S. BENEDETTO

Il Monastero benedettino della S.S. Trinità, fondato nel 1733, fu completato in soli 4 anni e inaugurato nel 1737, anche perché formato dalle abitazioni signorili già esistenti dei due fondatori, dott. Alessandro Bufalini (edificio di sinistra) e sac. Don Diego Catalano (blocco di destra). Per unire le due case, fu ostruito lo sbocco della via Paternò Rossi con ’attuale Piazza Fratelli Messina, e in parte di questo suolo recuperato fu
costruita la Chiesa del Monastero, dedicata a S. Benedetto.
Molte furono le donazioni per costruire il monastero.
“Il Principe di Butera D. Ercole Branciforti e la moglie D. Caterina con atto presso Notar Leonardo Miceli da Palermo in data 12 Maggio 1733 vi assegnarono varie terre in contrada Bucciarria, riserbandosi il diritto di scelta delle persone che dovevano farne parte. I coniugi D. Alessandro Bufalini e D. Felicia Barresi e le figlie D. Girolama, D, Camilla, D. Antonina e D. Aloysia, con atto 8 Gennaio 1733 presso Notar Giuseppe Fiore, donavano al detto monastero altri beni. D. Diego Catalano, del vero ceppo nobile di Piazza, Vic. Curato di Barrafranca nel 1724 e Parroco di Pietraperzia nel 1740, vi assegnava pure la sua parte di dote”. (Parroco Giunta).
Alcuni sostengono che in epoca bizantina la stessa struttura doveva essere un Monastero Benedettino maschile.
Di questo antico monastero benedettino resterebbero le mura del lato nord ed ovest, con gli ingressi dotati di mensole pensili (botteghe?...celle?...magazzini?) e con le alte finestre del primo piano.
Angelo Scarpulla ipotizza che questa abazia benedettina, risalente all’alto Medio Evo, doveva essere di dimensioni notevoli, con chiesa (diventata la vecchia Matrice di Convicino) e torre annessi, e doveva comprendere la chiesa del Purgatorio.
Bobò Centonze suppone che il giardino interno del monastero sarebbe stato costruito sulle basi “di una basilichetta bizantina esistita nel periodo federiciano ed oltre”.
La prima badessa del monastero fu Suor Maria Serafica Catalano, sorella di uno dei fondatori, mentre l’altro fondatore collocò nel Monastero le figlie Girolama, Petronilla, Antonina, Luisa e Caterina.
Il Nicotra scrive che la chiesa attuale fu fondata nel 1745, ma noi riteniamo che questa data si debba anticipare di alcuni anni, perché il Giunta ci riferisce che uno dei fondatori, il dott. Bufalini, morto nel 1741, fu seppellito nella chiesa del Monastero.
(Anche al Governatore di Barrafranca D. Ferdinando Capra, morto nel 1778, fu concessa la sepoltura nella chiesa).
Nell’inventario della chiese di Barrafranca del 1745 è citato anche questo monastero, nella cui chiesa si trovava tra l’altro un altare di S. Michele Arcangelo “con un quadro del Santo con sua cornice lavorata di legno indorata…” Nel 1928 il parroco Giunta scrive che il quadro si conservava all’interno del Collegio di Maria; oggi non ne abbiamo più notizia, come dei due Crocifissi, “uno a statua e l’altro a pittura”, che si trovavano nella sacrestia.
Già nel 1797, per i bisogni dello Stato, i Borboni requisirono al monastero 4 candelieri d’argento.
Nel 1866 fu approvata la legge che disponeva la soppressione dei Conventi in Sicilia e il passaggio al demanio pubblico dei beni ecclesiastici.
Nonostante ciò, le suore benedettine rimasero nel Monastero, perché un documento del 1882, pubblicato dal Centonze, riferisce di un tentativo del “Delegato ed altri Ufficiali” di impossessarsi del Monastero.
Nel 1889 infine l'Amministrazione del Fondo per il Culto cedette al Comune di Barrafranca l'edificio ex conventuale, mentre la Chiesa veniva ceduta per "mero uso", restandone la proprietà al Fondo per il Culto come attestano due documenti pubblicati sempre dal Centonze:
(5 Aprile: Cessione al Comune di Barrafranca della Chiesa del Monastero;
20 Agosto: Concessione in fitto da parte del Consiglio Comunale delle “botteghe” del Monastero).
Anni dopo, in seguito ad un accordo tra il Comune di Barrafranca e la Chiesa locale, il caseggiato a destra della chiesa fu permutato con i locali del Collegio di Maria, abitato dalle Suore del Buon Pastore e fondato accanto alla Chiesa di S. Giuseppe dai Sac. Calcedonio e Gaetano Messina nel 1850. (Attualmente a testimonianza di questo Collegio rimane il loggiato sulle abitazioni accanto all’ex chiesa di S. Giuseppe).
Le Suore del Buon Pastore, in seguito a questo scambio, si trasferirono nell’ala destra del Convento di San Benedetto, che assunse il nome di Collegio di Maria.
Lo Stato restò però proprietario della Chiesa, concedendone l’uso al clero ed alle suore (dal 1985 la chiesa di S. Benedetto fa parte del patrimonio del F.E.C. Fondo Edifici di Culto-Ministero dell’Interno)
Nel 1895 il Collegio di Maria accolse le Suore di S. Anna, fondate dalla beata Rosa Gattorno, le quali vi rimasero fino agli anni 70, quando ad esse subentrarono le Suore Domenicane del Sacro Cuore di Gesù, andate via definitivamente nel 1997.
(Salvatore Vaiana ci riferisce che “nel 1897 a Barrafranca fu ripristinato il Collegio di Maria, unico in tutta la provincia di Caltanissetta, frequentato da 17 educande”; non abbiamo notizia però della sede).
Negli anni ’30 un’ala del collegio ospitò le scuole elementari femminili.
In una foto di questo periodo si notano all’interno della chiesa: un pulpito in legno con baldacchino, collocato sulla parete destra del vano centrale; e una balaustrata in ferro battuto.
In un’altra foto si vede la precedente facciata, che “presenta nel frontespizio un loggiato bipartito”(C. Orofino). La parte superiore dell’attuale facciata risale forse agli inizi degli anni 50, perché in un documento dell’archivio parrocchiale si legge che nel 1951 vi fu la benedizione delle nuove campane.
Verso la fine degli anni ’50 fu ricostruito il solaio del salone del collegio e fu rivestita la scala di accesso al primo piano con lastre di marmo bianco di Carrara ( lavori eseguiti dal geom. Salvatore Licata).
La chiesa fu chiusa al culto verso la fine degli anni 70, perché pericolante, e da allora non è stata riaperta.
Prima del 1984, in occasione della preparazione e della stesura di questa Guida, noi visitammo la chiesa, anche se chiusa al pubblico, con il permesso delle suore Domenicane. Le condizioni della chiesa e di tutto il suo contenuto risultavano come descritto nella prima parte di questo capitolo.
Alcuni anni dopo, in seguito ad una visita al Monastero, notammo che le edicole della Via Crucis erano state trasportate ed appese lungo le pareti di un ambiente, adibito a Cappella, nel piano superiore. Quando però nel 1991, in occasione della preparazione della Mostra dei Fratelli Vaccaro con sede a Caltagirone, ci recammo nel Monastero con Vito Librando ed Annamaria Ficarra per vedere appunto la via Crucis del Vaccaro, ci fu riferito dalla Madre Superiora di allora che le edicole con i dipinti erano state distrutte da un (fantomatico) crollo del soffitto dell’ambiente in cui si trovavano…(?)
Nel 1994 crollò la volta della grande nicchia dell’altare Maggiore della chiesa di S. Benedetto. Nel settembre dello stesso anno la Soprintendenza di Enna intervenne con una copertura provvisoria in lamiera di tutto il tetto e con il consolidamento della cupola.
Da allora fino a questo momento, non c’è stato alcun altro intervento per salvare la chiesa; nel 1997, come abbiamo scritto prima, le suore Domenicane lasciarono il Monastero, che fu chiuso.
Prima di scrivere questi aggiornamenti abbiamo voluto rivisitare la chiesa per constatare di persona lo stato in cui attualmente si trova.
Le foto che pubblichiamo parlano più di tante parole e descrizioni.
Noi, durante la visita, abbiamo avuto l’impressione che, nonostante lo stato di degrado e di abbandono in cui si trova, (aggravato anche da altri crolli, da infiltrazioni d’acqua, dalla sporcizia e dallo sterco dei piccioni), la chiesa di S. Benedetto non voglia rassegnarsi ad una distruzione irrimediabile: essa si ostina a mostrare ancora tutta la sua superba bellezza, e sembra chiedere disperatamente aiuto, prima che sia troppo tardi.
Il quadro del Battesimo di Cristo di Vincenzo Marotta, che si trovava a sinistra del nartece vicino all’ingresso principale, nel 2005 fu trasportato in un locale del Monastero insieme al grande reliquario e all’altare di legno barocco del Crocefisso con la statua di cartapesta.
(A proposito dell’altare del Crocefisso, il Giunta ci riferisce che uno dei fondatori del Monastero, il Sac. Don Diego Catalano, fu seppellito nel 1749 proprio al piedi di questo altare).
In alto di questo altare (citato nell’inventario del 1745: “Abbiamo trovato un Crocifisso grande…alli piedi di detto Crocifisso abbiamo trovato un quadro piccolo di Maria Addolorata…), su un ovale di stucco, si nota la data 1904 (non sappiamo a cosa si riferisca, forse ad un ripristino dell’altare?)
La nicchia dell’altare di fronte non contiene più la statua di Maria Ausiliatrice, sistemata prima nell’Oratorio “S. Giovanni Bosco”, (ex chiesa di San Giovanni), ed attualmente nella chiesa Maria S.S. della Stella. 
In alto in un ovale di stucco, si notano due cifre di una data incompleta (..82..) .
Gli affreschi della cupola, che copre e completa questa prima saletta, resistono ancora, mostrando, quasi nel complesso, tutta la loro bellezza.
Dal centro, in cui si scorge la “M” di Maria Vergine, si dipartono otto spicchi, intervallati da altrettanti vasi con fiori diversi. Il primo spicchio contiene l’àncora con la scritta SPERANZA; il secondo, il Cuore dell’Addolorata trafitto dal pugnale; il terzo, il calice con l’Ostia consacrata con scritto CARITA’; il quarto, la Corona con la palma del martirio; il quinto, (affresco poco visibile); il sesto, i simboli del papato; il settimo, la Croce con scritto FEDE; l’ottavo infine, il Cuore di Gesù.
Dei quattro medaglioni sui pennacchi contenenti l’immagine e il nome degli evangelisti, solo quello di S. Luca è parzialmente rovinato e poco visibile.
La volta a crociera del vano centrale presenta ancora gli affreschi quasi intatti. I due triangoli centrali contengono su fiori e festoni, il primo, un volume aperto; l’altro un libro chiuso con scritto sulla copertina SACRA BIBBIA V. 1. Entrambi i triangoli laterali hanno affrescate due testine di putti alati tra nuvole e fiori. Questi ultimi affreschi presentano delle screpolature più vistose, in particolar modo quello di destra.
Guardando le pareti e le membrature della chiesa, non possiamo dire la stessa cosa degli affreschi e degli stucchi in esse contenuti, perché molto rovinati, screpolati, corrosi e anneriti dall’umidità e dal tempo.
Sono illeggibili anche le date che dovevano contenere i due ovali della cornice di stucco in alto, in corrispondenza delle due porticine nelle pareti del vano centrale (solo in quello di destra si riescono a distinguere appena le cifre: 1….6).
La grande nicchia dell’altare Maggiore è la zona della chiesa maggiormente rovinata, in quanto presenta la volta completamente distrutta (1994) e il matroneo destro, che mostra ulteriori crolli succedutisi nel tempo.
Sulla parete di sinistra si nota una lapide di marmo con scritto: SS. PP. PIUS VI. SANCTI MONIALIUM HUIUS MONASTERII BARRAFRANCAE S.P. BENEDICTI POSTULATIS BENIGNE ANNUENS ALTARE MAJUS QUOTIDIE AC PERPETUO PRIVILEGIATUM PRO CELEBRANTIBUS, CUM SECULARIBUS TUM REGULARIBUS INDULSIT. DIE XXX JULII MDCCLXXVIII
L’altare Maggiore “privilegiato”, di cui parla la lapide, doveva essere quello che ci descrive nel 1928 il parroco Giunta: “E’ un lavoro in legno scolpito di stile barocco, incastonato di specchi e con delle piccole nicchie dove in altri tempi erano le statuette di Santa Scolastica e Santa Gertrude”(Inventario del 1745)
Questo prezioso altare fu sostituito, non sappiamo il perché, negli anni 50 con l’attuale in marmo intagliato.
Sopra l’Altare Maggiore la grande pala dell’Assunzione (citata nell’inventario del 1745) è stata coperta da un telo di plastica, con la speranza che possa essere protetta e salvaguardata dalla sporcizia, dall’umidità e dallo sterco dei piccioni.
Riportiamo quello che su questo dipinto ha scritto il Giunta: “pare che questa tela rassomigli non poco a quella che il valoroso pittore Mariano Rossi da Sciacca dipinse pel monastero benedettino di S. Rosalia in Palermo. Pur non avendo ragioni per dirlo della stessa mano, possiamo giudicare di essere della stessa scuola”.
A destra dell’Altare Maggiore era collocata un’edicola in legno lavorato, a modo di teca con vetri, contenente le piccole statue in cartapesta di S. Anna e la Madonna bambina, probabilmente risalente al periodo in cui le suore di S. Anna abitarono il Monastero. Anni fa l’edicola fu trasportata nella Chiesa Madre.
Le grate lignee barocche della cantoria sono ancora quasi intatte; sotto la cantoria, l’arco dell’ingresso è ornato da due putti ( ad uno manca la testa) i quali sostengono drappi e festoni con al centro un vuoto contenente la scritta incompleta: LETABITUR VIRGO IN CHORO….
Delle altre grate lignee che ornano la chiesa, quelle del piccolo matroneo destro del presbiterio sono state in parte rovinate e distrutte dal crollo della volta in un primo tempo, e dall’incuria e da altri crolli nel corso degli anni.
La facciata esterna non ha subito alcun cambiamento, a parte il portone centrale molto più corroso e rovinato dal tempo. A destra notiamo una lapide in marmo con scritto: GRAZIE A TE, ROSA GATTORNO: QUI
VENISTI CON LE TUE FIGLIE NEL 1895. QUI RITORNANO OGGI PER
CELEBRARE I 125 ANNI DI FONDAZIONE DEL LORO ISTITUTO !
BARRAFRANCA, 6 DICEMBRE 1992.
Nel 2014, in seguito a scavi di sondaggio nel pavimento con una ruspa, sono state rinvenute diverse tombe. Nel 2015 finalmente il Comune di Barrafranca, fatte le dovute ricerche ed acquisita tutta la documentazione, delibera che l'edificio ex conventuale è di sua proprietà.

Prima di concludere questo capitolo, vogliamo ricordare che S. Benedetto (Norcia 480 – Montecassino 547) fu il fondatore dell’ordine dei Benedettini e fratello (forse gemello) di S. Scolastica, anche fondatrice e patrona dell’ordine delle monache benedettine.