Gaetano Vicari: GUIDA ALLE PRINCIPALI CHIESE DI BARRAFRANCA ed ai loro tesori nascosti CON AGGIORNAMENTI dal 1984 ad oggi-CAPITOLO QUINTO: CHIESA E CONVENTO DI S. FRANCESCO CON AGGIORNAMENTI fino a Giugno 2018

CAPITOLO QUINTO

CHIESA DEL CONVENTO DI SAN FRANCESCO

Nessuna cosa è più triste di un convento quasi deserto: i corridoi sembrano perdersi nella penombra in un susseguirsi di chiaro e oscuro di archi, che vanno rimpicciolendosi sempre di più; il silenzio profondo ingigantisce anche il minimo rumore, tanto più quello dei passi, o l’eco di una voce, il cui rimbombo rimbalza di arco in arco, fino a svanire nella statua del Santo Frate, immobile e vigile nel fondo. Questa impressione abbiamo quando ci rechiamo nel convento dei Frati Minori Francescani, accolti prima da un bambino che ci apre la porta, e poi gentilmente dal Padre Guardiano, l’unico frate abitante il convento.
La prima cosa che chiediamo di vedere è la famosissima tavola di Santa Maria degli Angeli, citata in tutte le guide e i libri della Sicilia, un’opera ritenuta addirittura del periodo pregiottesco, forse il quadro più famoso fra tutti quelli presenti a Barrafranca.
Ci viene risposto che è molto rovinato e che non si può vedere; possiamo solo accontentarci di apprendere che era una tela di vaste proporzioni, dipinta ad olio, molto scrostata, in alcune parti le figure quasi invisibili. Abbiamo subito l’intuizione che quello, se ancora esiste, non può essere il famosissimo quadro di cui tutti parlano: primo, perché di vaste proporzioni; secondo, perché dipinto su tela; terzo, perché eseguito ad olio: tutti questi accorgimenti non venivano usati nel periodo in cui si dice fosse stata eseguita l’opera. Quella di questa chiesa doveva essere una copia dell’antico quadro, dipinta su tela in epoca molto più recente, forse nel 1700.
E il vero quadro, quello di cui parla la tradizione, dove si trova? è realmente esistito? è veramente così antico, come si dice? A queste ed ad altre domande cercheremo di rispondere, dopo aver fatto le dovute ricerche.
L’opera originale, che rappresenta la Madonna con Angeli, circondata da piccole scene con i miracoli di San Francesco, esisterebbe realmente e sarebbe arrivata fino a noi.
Probabilmente doveva trovarsi presso la Matrice vecchia di Convicino prima, e di Barrafranca in seguito, una chiesa che non esiste più e che era
situata all’imbocco della piazza Fratelli Messina, dove attualmente c’è la via Chiesa Vecchia, a ricordo dell’antica costruzione, diroccata fin dal 1727. Il quadro era sicuramente antichissimo, essendo dipinto su tavola, ma non possiamo stabilirne la data certa di esecuzione. Alcuni ritengono che sia del 1224, altri ancora lo collocano nel 1244 (data che sarebbe scritta sull’opera) Queste date si potrebbero accettare, solo supponendo che l’autore abbia conosciuto il Poverello di Assisi o che abbia avuto notizia della sua vita santa.
Nel 1524 la tavola di santa Maria degli Angeli sarebbe passata nell’antico Convento di San Francesco, un piccolo monastero, con cinque cellette, fondato da Matteo Barresi, nel luogo che oggi porta il nome di Musciolino, e che si trova dietro la chiesa dell’Itria.
L’opera sarebbe rimasta in questo convento per quasi cento anni, fino a quando i Moncada, una famiglia ebrea arricchitasi con la pratica dell’usura, allora conti di Caltanissetta e di Paternò, non presero in affitto il marchesato di Barrafranca. Il quadro sarebbe stato così portato dai Moncada a Caltanissetta, dove attualmente si troverebbe presso il collegio di Maria.(Dott. Angelo Ligotti)
Il dipinto originale quindi non si sarebbe mai trovato in questo nuovo convento dei frati francescani, la cui chiesa è oggetto della nostra trattazione, e tutti quelli che ne hanno fatto menzione, lo hanno confuso con la copia, di epoca molto più recente, che si trovava in questo monastero.
Il quadro di Santa Maria degli Angeli che è conservato, come abbiamo detto, a Caltanissetta, reca dipinto a sinistra lo stemma dei Moncada, di mano più recente, a destra un altro scudo con dentro scritto: “ Vuoto per non potersi rintracciare”; al centro un altro stemma contenente il simbolo dei francescani. Abbiamo notizia che l’opera fu ritoccata dal pittore Giuseppe Butera e ciò si può capire osservando attentamente il dipinto.(Dott. A. Ligotti)
Abbiamo cercato di porre un po’ di ordine alla questione riguardante questa preziosa opera, confortati anche dal parere dell’illustre studioso barrese dott. Angelo Ligotti, ma noi siamo dell’opinion e che il problema
rimanga ancora aperto, dal momento che alcuni punti e passaggi risultano oscuri e da chiarire.
Mentre rimuginiamo nella mente tali pensieri, entriamo in chiesa. La prima impressione che abbiamo è la stessa di quella avuta entrando nel convento: l’insieme ci infonde un senso di tristezza e di abbandono, la stessa sensazione un po’ deludente che si prova entrando in un luogo deserto, dopo una festa. La chiesa infatti, anche se ora un po’ trascurata, reca ancora le tracce della cura amorevole ed un po’ provinciale con cui la trattavano i frati, quando numerosi conducevano serenamente la loro vita nel convento.
Ora la chiesa come abbiamo detto è un po’ malandata e delle crepe, per fortuna non pericolose, ne solcano la volta.
A destra entrando, sopra un’acquasantiera in marmo di recente collocazione, è posta una pietra, incassata nella parete, e protetta da una reticella apribile. Questa pietra, che fu trovata per caso nel 1923, mentre si diroccava lo spigolo della chiesa per rifarlo a nuovo, è molto importante per conoscere notizie riguardanti la fondazione della chiesa.
Possiamo così sapere con certezza che la chiesa fu fondata nel 1694, nel periodo in cui i frati francescani dal vecchio convento del Musciolino si trasferirono a quello nuovo, per l’aria malsana. A quei tempi il marchesato di Barrafranca apparteneva a Carlo Maria Carafa, principe di Butera e marchese di Barrafranca, un insigne studioso che tutti lodavano per la sua bontà e munificenza, il quale trovò anche il tempo di fondare Grammichele sulle rovine dell’antica Ocula. Sulla pietra è inciso anche il nome dell’architetto, che la ideò: Micael Angelus a Calatajerone Architectus ( Michele Angelo di Caltagirone Architetto).
Sempre a destra incontriamo l’altare dell’Annunciazione, rifatto in marmo di recente. Sopra l’altare domina una grande tela dell’Annunciazione, della quale purtroppo sconosciamo il nome dell’autore e la data dell’esecuzione.
L’opera nel suo insieme rivela un artista minore, ancorato ai canoni ed ai modi della tradizione più scadente, cosa che si rivela particolarmente nella staticità e nella teatralità della composizione, ma che si riscatta un po’ nella figura della Vergine, completamente diversa dalle altre, per la sua dolce e soave compostezza, quasi sovrumana.
Il secondo altare è quello dell’Immacolata, con la nicchia contenente una pregevole statua dell’Immacolata, bellissima, in legno. L’opera è attribuita a Giuseppe Bagnasco, un artista originario di Palermo, che visse ed operò nella prima metà del 1800, ma non abbiamo elementi per stabilire la veridicità di tale attribuzione.
A parte questo, la statua, a nostro parere, è un vero capolavoro. Il volto della Vergine, l’atteggiamento ed ogni altra componente sono prospettati in funzione psicologica: ne deriva un pathos di alta drammaticità e maestosità misto a dolcezza, fissato in un severo silenzio, alieno da ogni compiacenza declamatoria. L’autore dona alla scultura una nuova dignità mediante un linguaggio che sembra illuminarsi per la lezione dei classici, rigorosamente fondato su una misura plastica che esalta superbi equilibri di masse modellate, aperte al fluire della luce.
Attraverso l’arco trionfale, il cui affresco barocco è uno dei pochi originali che rimangono dopo i ripetuti restauri, ci accostiamo all’altare Maggiore. Qui domina una dossale a piramide, propria degli altari francescani, in legno scolpito ed in parte intarsiata, ornata da colonnine e edicolette che contenevano statuette, sempre in legno scolpito, rappresentanti Santi Francescani.
La nicchietta centrale racchiudeva una piccola statua dell’Immacolata, mentre lo sportello del Tabernacolo reca dipinto il Cristo risorto.
Sconosciamo i nome dell’autore di quest’opera tanto pregevole: sappiamo solo che fu progettata e scolpita da un fratello laico francescano (nell'Inventario del beni della chiesa del 1923 è descritto come "elegante lavoro del Secolo XVII"). Alcuni vi vogliono vedere la mano e lo stile di fra’ Gagliano, che negli ultimi anni del settecento scolpì nel convento dei Cappuccini di Mazzarino un analogo dossale
Ai lati dell’altare Maggiore si innalzano due grandi colonne rivestite di gesso, le quali sorreggono un timpano spezzato e ricurvo, simile a quello che si trova nella chiesa del monastero di San Benedetto. Questa è opera perfetta eseguita negli anni cinquanta da Arcangelo Scarpulla, un artista barrese scomparso di recente, di cui abbiamo avuto modo di parlare in precedenza.
Questo pseudo-tempietto incornicia una nicchia che contiene la statua in legno di San Francesco, scolpita da Nicola Mancuso nel 1806, opera che si discosta un po’ dai canoni tradizionali, per quel piegarsi del Santo verso il Crocefisso che reca in mano, gesto di riverenza e di amore, di devozione e di abbandono totale.
Dopo aver descritto l’altare Maggiore, continuando la visita immaginaria della chiesa, passiamo alla parete di sinistra dove, come in quella di destra, sono costruiti due altari.
Il primo entrando è quello dedicato a Sant’Antonio, un altare prezioso e barocco, sormontato da una statua del Santo dal volto emaciato ed ispirato, che contempla ed adora il Bambino Gesù che tiene in braccio.
L’altro altare, dedicato al Crocefisso, è ricoperto di marmo intagliato. Lo sfondo, di legno scolpito, del grande Crocefisso in cartapesta e stucco, richiama un po’ quello della chiesa del Monastero di San Benedetto per lo stile riecheggiante il grande barocco meridionale. Ai lati del Crocifisso sono state collocate due statue in gesso di Maria e Giovanni, donate al Convento nel 1952.
In alto, tra un altare e l’altro, sono appese delle tele, circondate da ampie ed arzigogolate cornici barocche in stucco. Di alcuni di questi dipinti purtroppo non abbiamo nessuna notizia, e possiamo fare delle ipotesi anche sulle scene che rappresentano, essendo alcune poco chiare.
Il primo a destra, quindi, potrebbe raffigurare il martirio di un Santo; il secondo rappresenta San Pasquale con un Ostensorio, attribuito al Montalto; il primo a sinistra mostra una scena della vita di Sant’Antonio; il secondo, sempre a sinistra, raffigura l’Immacolata venerata da Santi, forse del Vaccaro. Come abbiamo detto prima, sconosciamo di alcuni di questi dipinti sia l’autore che la data di esecuzione: possiamo solo affermare che sono di epoca e di autore diversi, essendo differenti gli stili con cui sono eseguiti.
Alle pareti, ancora più in alto e precisamente nel cleristorio, si aprono quattro finestre intervallate da altrettanto affreschi, quelli di destra completamente rovinati, gli altri ancora in buono stato rappresentano scene della vita di San Francesco. Ne completa il ciclo, infine, un ultimo affresco di più vaste proporzioni dei precedenti, realizzato sopra i tre archi della cantoria, il quale raffigura il Martirio di Santi Francescani.
Questi affreschi, dai tono caldi e dalla narrazione ampia e solenne, dovettero essere eseguiti probabilmente subito dopo la costruzione della chiesa, i cui ultimi restauri risalgono al 1950.
Abbassando lo sguardo, notiamo in questa chiesa un particolare non ancora incontrato nelle altre chiese prima esaminate: la parte inferiore dell’altare Maggiore è adattata ad urna e contiene la statua del cadavere, un po’ lugubre per la verità ed impressionante, di un santo soldato.
Alcuni pensano che si tratti di S. Lucidiano (nome citato nell'Inventario dei beni della chiesa del 1923)  ma di questo Santo non abbiamo trovato traccia; altri che sia S. Gerlando, patrono di Agrigento, santo non soldato, ma vescovo.
Dall’altare Maggiore ci spostiamo verso il portone d’ingresso e da questa posizione possiamo cogliere l’effetto dell’insieme senza che ci sfugga anche la visione dei particolari.
La chiesa è ad una sola navata. Le pareti e la volta sono ornate da stucchi, che si confondono con gli affreschi: stucchi ed affreschi coprono quasi tutta la chiesa in un susseguirsi pacato di motivi architettonici e floreali.
Sulla volta, al centro, domina un grande affresco, rappresentante San Francesco che riceve le stigmate, restaurato (o eseguito ex-novo) negli anni cinquanta dall’artista barrese Vincenzo Marotta.
Il dipinto rivela che l’autore doveva conoscere bene l’arte pittorica, in quanto l’equilibrio della composizione è perfetto, e buona l’esecuzione. Completano l’ornato della volta due simboli, quello di Sant’Antonio e quello dell’Immacolata, mentre la vele della volta recano, sempre affrescati, degli ovali sorretti da due angeli contenenti gigli e rose.
La volta del presbiterio infine reca l’emblema dell’Eucarestia.
Anche se gli affreschi e gli ornati della chiesa sono evidentemente di epoche diverse e gran parte della chiesa appare rinnovata, i vari stili, l’antico e il moderno si fondono perfettamente insieme, in una sintesi quasi perfetta.
Abbiamo notizia infatti di ripetuti restauri eseguiti in questa chiesa. Ricordiamo quello del 1923, quando fu trovata la famosa pietra, prima descritta. Altri restauri furono eseguiti dal 1946 al 1950, quando fu sopraelevato il soffitto, riparata la volta, rifatti alcuni altari e rinnovato il pavimento. Quando questi lavori, affidati ad un appaltatore di Leonforte, furono quasi completati, la chiesa fu riconsacrata dal Vescovo Monsignor Catarella.
Ma la cosa più bella e preziosa della chiesa è la Via Crucis mirabilmente dipinta da Francesco e da Giuseppe Vaccaro, i famosi artisti dell’ottocento originari di Caltagirone, dei quali abbiamo avuto modo di parlare in precedenza.
Questi quadretti, che furono eseguiti nel 1857, a spese e devozione del Reverendo Bonaventura di Barrafranca, ministro provinciale, rivelano come i Vaccaro ed in particolare Francesco, più che seguire lo stile neoclassico, proprio del loro tempo, risentano della pittura e della moda secentesca.
Dei lampadari in bronzo, appesi di recente, nel 1969, completano l’arredo della chiesa.
Per quanto riguarda la visione prospettica esterna questa è l’unica chiesa, tra quelle di Barrafranca, a godere di una posizione invidiabile: il bel prospetto, che domina la piazza circostante, è visibile da tutta la via Umberto I, che gli si apre di fronte.
La facciata è opera dell’artista barrese Santo Scarpulla, il quale nell’eseguirla trasse quasi sicuramente ispirazione da quella della chiesa dell’Itria, rinnovandola, modificandola e rendendola , insomma, originale e personale. Lo Scarpulla vi lavorò verso il 1923, aiutato da Giuseppe Cavagrotte, un intagliatore pure di Barrafranca, morto di recente.
Crediamo che il progetto, oltre ad ispirarsi, come abbiamo detto a quello dell’Itria, abbia seguito lo stile e i modi del portale semplice e maestoso, di età più antica, scolpito nel 1713 dallo scalpellino Filippo La Pergola. Il prospetto infatti che possiamo ammirare, richiama gli stessi motivi del portale centrale, e ne sembra quasi una continuazione naturale.
Lo stesso si può dire della parte alta, eseguita nel 1927, dove una finestra bifora, oltre a continuare la zona d’ombra del portone e della grande finestra centrale, serve anche da campanile.

Dato alle stampe nel mese di Settembre 1984.

AGGIORNAMENTI

CHIESA E CONVENTO DI S. FRANCESCO

In questi nostri aggiornamenti, particolare attenzione vogliamo riservare al problema riguardante la Tavola di Santa Maria degli Angeli, un’opera pregiottesca di inestimabile valore, della quale studiosi ed esperti di Storia dell’Arte hanno scritto nel corso dei secoli.
Il documento più attendibile che attesta l’esistenza a Barrafranca della Tavola pregiottesca di S. Maria degli Angeli, è quello dello storico maltese Padre Maestro Filippo Cagliola (1603-1653) che nella sua opera “Almae Siciliensis Provinciae Ordinis Minorum…Venezia 1644”scrive:
Locus Barrafrancae datus Fratribus, ut Thossinianus, et concordat M. S. Bidenense, cum scripturis inibi asservatis, anno 1524. Ecclesia D. Francisco sacra, mediocris. Est in hoc templo Tabula S. Mariae Angelorum antiquissima, miraculis S. Patris Francisci affigiatis circumdata, in quibus cum Conventualium Capuccio, Divus inspicitur, signaturque picturae annus 1244. Fama est apud incolas, Iconem hanc ab immemorabili tempore in Matrice Ecclesia Oppidi perstitisse, indeque adventantibus Fratribus pro ara principe, ab Archipresbytero prestitam (praestitam). Locus ad lapidis iactum extra Oppidum, pauper, et angustus.
Desideriamo precisare che la chiesa “mediocre” di cui parla il Cagliola è quella del “povero ed angusto” Convento del Musciolino, fondato da Matteo Barresi nella prima metà del 1500 “ad un tiro di pietra” dall’abitato, e dato ai frati nel 1524. Questo fatto è attestato non solo “da Tossignano e da M. S. Bidenense”, ma anche dai documenti del Convento, consultati dallo stesso Cagliola.
Il Cagliola tiene a precisare anche che apprende dell’appartenenza di questa icona “da tempo immemorabile” alla Chiesa Madre ( si tratta della Matrice Vecchia, che sorgeva nell’attuale Piazza Fratelli Messina) dalla tradizione orale degli abitanti e non da documenti.
( L’esistenza nella Vecchia Chiesa madre della tavola di Santa Maria degli Angeli è testimoniata dalle pubblicazioni del Dott. Ligotti, il quale riferisce che, “in un nuovo soffio di progresso”, arrivarono nel nostro paese due umanisti di indiscusso valore Niccolò Valla e Cristoforo Scobar. Questi, “chiamati dalla liberalità di Giovanni e del figlio Matteo Barresi per l’educazione del figli e dei loro vassalli”, furono nominati “cappellani e beneficiali della Chiesa Madre”.
“Molte furono le lettere che Cristoforo Scobar scrisse in questo periodo (1509-1515) al suo protettore Matteo Barresi da Convicino e precisamente “ex aedicula Sanctae Mariae Angelorum” un altare collocato nella vecchia Chiesa Madre”).
Filippo Cagliola fa una descrizione accurata della tavola, nella quale Santa Maria degli Angeli è circondata da piccole scene con i miracoli di S. Francesco, rappresentato con il cappuccio del conventuali, e per di più riferisce che è datata 1244. (Dipinta 18 anni dopo la morte di S. Francesco).
Angelo Scarpulla scrive che l’imperatore Federico II (1194-1250) regalò munificamente al nostro paese vari monumenti civili e religiosi (tra cui la vecchia Chiesa Madre); e Bobò Centonze ipotizza che la pala di Santa Maria degli Angeli potrebbe testimoniare l’omaggio da parte di Federico II al Poverello (1182-1226) di Assisi, città in cui l’imperatore ricevette il battesimo. Sempre secondo il Centonze, Federico II avrebbe protetto la frangia più povera dell’Ordine francescano, detta degli Spirituali, dal vertice religioso papale; e si sarebbe onorato di essere stato per tutta la vita un membro del Terz’Ordine francescano
Ai tempi del Cagliola, dunque il dipinto si trovava sull’altare Maggiore della chiesetta del Convento del Musciolino.
Questo convento subì varie vicissitudini perché, in seguito alla “soppressione innocenziana dei piccoli conventi in Italia del 1652”, fu abbandonato dai conventuali di S. Francesco. Questi vi ritornarono nel 1673, per lasciarlo definitivamente il 4 luglio del 1689.
Il convento, rimasto vuoto, fu reclamato per sé dai frati Minori Riformati, che lo abitarono dal 1690 fino alla fine del secolo, quando dovettero abbandonarlo per l’aria malsana.
Non sappiamo se durante questi avvenimenti la tavola di S. Maria degli Angeli sia rimasta sull’altare Maggiore della chiesetta del Convento del Musciolino, o se sia stata trasportata altrove.
I frati avevano bisogno di una nuova dimora. Padre Francesco da Barrafranca, dopo aver ottenuto dal Principe di Butera un pezzo di terra vicino all’antica chiesa di S. Marco, eresse, con il concorso dei frati e del popolo, un nuovo e ben più vasto convento dotato di un grandioso chiostro ed una bella chiesa con un “corto campanile ( in una cartolina d’epoca degli anni 20 ne è ancora visibile un avanzo, detto “u palummaru”). Il Principe donò la terra ben volentieri ai frati, “anche per rendere più frequentato quel luogo dove il predone assaliva e depredava il passeggero che attraversava la portella di S. Marco, luogo angusto allora e incassato tra due alte rocce.”
Angelo Scarpulla avanza l’ipotesi che la scelta del luogo non sarebbe stata causale, ma che i frati l’avrebbero preferito, nonostante fosse lontano dall’abitato ed addossato alla vecchia chiesa di S. Marco, perché la cima del colle barrese sarebbe stato un luogo sacro, sede circa 2500 anni fa dell’ “acropoli”, con antichi templi pagani. In seguito, nella stessa “selva sacra i cristiani, al posto dei templi, avrebbero eretto le proprie chiese, dedicandole a Santi, quali Marco, Sebastiano ecc. e mantenendole a distanza reverenziale dall’abitato”.
Con la costruzione dal 1694 al 1697 del convento sull’acropoli nella zona “Silvia”, lontano dall’abitato, i frati inconsapevolmente avrebbero iniziato il processo “di urbanizzazione” della zona sacra, che poté essere invasa, profanata e conquistata dai barresi negli anni successivi, fino ai nostri giorni.(A. Scarpulla).
Il parroco Giunta ci riferisce che la data esatta della fondazione del nuovo convento e della chiesa di S. Francesco si è appresa, in seguito al ritrovamento di una pietra cubica con tracce di lettere rozzamente incise, durante il rifacimento dello spigolo della stessa chiesa nel 1923.
Riportiamo la sua ricostruzione ed interpretazione dell’iscrizione: “Instante D.no D. Carolo Maria Carafa, Buterae ac S. L. R. Principe ac hujus civitatis Marchione – Super hunc lapidem aedificatur Domus Dei et Oratorium S. Francisci. Anno 16 + 94 – 1 – 7 bris… illa C. S. Regentiae – D. Didacus Vitali – N. D. Thomas Maenza S. C. C. et Sindacus A. P. C. – V. I. D. Philippus Chimera – N. D. Didacus Fiore – Michael Angelus e Calatajerone Architectus – Michael a Ferula”.
“Da questo si rileva il nome dell’allora principe di Butera e marchese di Barrafranca, l’epoca della fondazione della chiesa, cioè il 1 Settembre 1694, l’architetto che la ideò e il nome delle persone illustri che assistettero alla posa della prima pietra”.
Sulla chiave di volta del portone d'ingresso del convento sono incise le date 1674-1950. La prima potrebbe essere la data di fondazione, in contrasto con quella incisa sulla pietra sopra descritta; la seconda si riferisce al fondamentale restauro di quell'anno. (Il Nicotra fa risalire la costruzione del pianterreno del convento addirittura al 1524 per volere di Matteo Barresi).
Abbiamo notizia che nel 1701 il pianterreno del convento era già abitato dai frati, mentre la costruzione del primo piano avvenne nel 1707, data “rilevata con ciottoli”su un muro dell’atrio ed attualmente ancora visibile. "Il 4 settembre del 1739 a Donato Del Piano, di Napoli,venne ordinato di realizzare, per il convento dei frati minori Osservanti di S. Francesco, di Barrafranca, entro il successivo mese di maggio, un organo nuovo simile a quello da lui fabbricato per la chiesa di S. Alessandro, per il prezzo di onze 60, di cui 24 in moneta e 36 in celebrazioni di messe officiate dai suddetti padri francescani secondo le intenzioni dell'artista." 
E il quadro di S. Maria degli Angeli?
Nel 1757 se ne ha notizia nel “Lexicon Topographicum Siculum “ di Vito M. Amico, che riporta suppergiù quanto scritto dal Cagliola.
Allo stesso storico si riferisce Fra Dionigi Di Pietraperzia, il quale però nel 1776 scrive una versione un po’ differente: “…nell’antica Chiesa Madre di questo Paese siavvi stato un Altare dedicato al Padre S. Francesco (e non a S. Maria degli Angeli), di cui vedevasi l’antica Pittura, effigiata l’anno 1224 (e non 1244) poco dopo la morte del Santo e poscia venutivi i Padri data loro dall’Arciprete…”
Fra Dionigi mette in risalto la figura di S. Francesco, non nomina S. Maria degli Angeli, ma un’antica “Pittura”, eseguita in un anno diverso di quello indicato dal Cagliola..
Nel 1848 la Chiesa del Convento dei minori riformati, sopperì alle spese del Governo Rivoluzionario, donando un calice d’argento con relativa patena indorata.
I frati Minori Riformati rimasero nel Convento fino al 1867, un anno dopo l'approvazione della legge legge che disponeva la soppressione dei conventi in Sicilia e il passaggio al demanio pubblico dei beni ecclesiastici.
I locali del Convento di S. Francesco, consegnati al Comune furono adattati a Palazzo Municipale del Comune di Barrafranca e a caserma dei Carabinieri, mentre la chiesa venne “trasformata in magazzino per il grano”(C. Orofino).
La biblioteca dei frati fondata nel 1622 (comprendente 1060 opere, in 2500 volumi, e oltre 260 opuscoli), passò al Comune, che nel 1869 l’aprì al pubblico. In seguito il refettorio del Convento fu trasformato in Teatrino Comunale, peraltro ai tempi del Nicotra “tenuto male”.
Avendo dovuto lasciare il Convento, i frati si sbandarono e cercarono asilo presso amici o parenti; ad alcuni fu concesso di lasciare l’abito di S. Francesco ed indossare quello dei sacerdoti secolari…I superstiti riuscirono finalmente a comprare un pezzo di terreno sulla rupe di S. Marco, vicino all’antico convento. “L’area si comprò per la somma di L. 1000 dalla Signora D. Concetta Giuliano-Russo, come da atto del notar Ciulla del 20 Dicembre 1884”, e nel Gennaio del 1885 si iniziò la costruzione del nuovo convento (‘u Cummintinu), mediante l’opera attiva dei padri Gaetano Giuliana e Angelo Triolo, e del laico F. Francesco Aleo, che vi lavorò con attività come “capo maestro”.
Il 2 Febbraio 1887 i frati Minori Riformati poterono abitare nel nuovo convento “piccolo ma decente, con cellette ben arieggiate ed anche adatto alle esigenze dei tempi”. La famiglia religiosa era composta da “P. Angelo Triolo, Guardiano, P. Gaetano Giuliana, P. Bonaventura Giglio, Ch.co Fra Bennardino Sceba di Mazzarino, F. Pasquale e F. Francesco da Barrafranca, laici professi e F. Mariano da Valguarnera.
Quasi sicuramente fu concesso loro l’uso della chiesa, che rimase con tutto il vecchio convento proprietà dello Stato ( dal 1985 la chiesa di San Francesco fa parte del patrimonio del F.E.C. Fondo Edifici di Culto-Ministero dell’Interno).
In una cartolina d’epoca del 1908 risulta ben visibile la primitiva facciata di questa chiesa, “con copertura a capanna” (C. Orofino). In un’altra cartolina del 1921 la facciata “è ancora in pietra a vista e lascia intuire sul lato destro la lapide posta nel 1900 per commemorare l’assassinio di Umberto I°”(C. Orofino). In questo periodo e precisamente nel 1922, venne a mancare il frate francescano Padre Giuseppe Bevilacqua, una delle figure più nobili che abbia avuto Barrafranca, e certamente il religioso più autorevole e prestigioso, stimato in Italia ed all’Estero.
I frati abitavano ancora il nuovo convento, quando nel 1907 il Nicotra, parlando della “chiesa convento”, fa cenno al quadro pregiottesco di inestimabile valore di S. Maria degli Angeli, del quale dice “di essere stato fin dal 1224 nella chiesa madre e poscia, alla venuta dei frati loro apprestato dall’arciprete per l’altare maggiore”.
Il Nicotra riporta la stessa data errata di Fra Dionigi; pensiamo dunque che abbia appreso la notizia da questo autore, forse senza verificare la fonte originaria, cioè quella del Cagliola.
Dal Nicotra apprendiamo che anche nel convento e nella chiesa operava anche una congregazione laica di “Terziari di S. Francesco”, gruppo tuttora esistente. 

Da un documento apprendiamo che nel 1923 il Comune cedette la chiesa, la sacrestia e il corridoio del piano terra al parroco pro -tempore Ferdinando Cinque per 90 anni, fino al 31 dicembre 2012.

La chiesa con il passar del tempo minacciava di crollare e verso il 1923 fu riparata per l’interessamento dei frati, in particolare del Padre Salvatore Cavagrotte di Pietraperzia e del Padre Cav. Bonaventura Asarese di Barrafranca, i quali si impegnarono nella ricostruzione della monumentale prospettiva. Questa facciata, come abbiamo detto fu eseguita dal barrese Santo Scarpulla, il quale ripristinò anche alcuni altari della chiesa. 

Ritornando a parlare del famoso quadro di S, Maria degli Angeli, riportiamo che il parroco Giunta nel 1928 scrive di aver visto di persona il dipinto, appeso nel coro della chiesa a sinistra in alto. Riferisce che rappresentava S. Maria degli Angeli con accanto la figura di S. Francesco (figura che non c’è nella descrizione del Cagliola) e non aveva dipinti intorno i miracoli del Santo. Descrivendone anche “la freschezza, la vivacità il tono sgargiante dei colori e le linee del disegno di una certa correttezza”, non credeva che fosse un quadro del 1244 ed avanzava timidamente l’ipotesi che fosse stato ritoccato con colori ad olio, i quali avevano coperto anche le scene dei miracoli di S. Francesco. Di questa opinione era anche Padre De Pasquale, autore di un manoscritto conservato dai frati nel convento.
   Non sappiamo fino a quale anno i frati Minori Riformati abitarono il “Conventino” ( secondo Angelo Scarpulla fino al 1929, quando, in seguito ai Patti Lateranensi, ritornarono in una parte del loro antico convento) In un documento del Vescovato di Piazza Armerina si parla di un cambio, per cui i frati ebbero una parte dell'antico convento e  cedettero in affitto al Comune il Conventino (il contratto d'affitto dura dal 1936 al 1956). Il Conventino” fu utilizzato dal Comune come edificio scolastico maschile, tranne nel periodo della guerra quando, in seguito ai bombardamenti del 1943, divenne ospedale da campo per i feriti civili. Ultimamente, ceduto a privati, fu abbattuto nel 1971. 
Negli anni 40 , come riportato prima, furono eseguiti molti lavori per consolidare, ristrutturare ed abbellire la chiesa, perché in seguito ai bombardamenti della Seconda Guerra mondiale era molto danneggiata la volta che in gran parte era crollata. La volta, dopo essere stata riparata e ricostruita, fu affrescata interamente nel 1949 da Vincenzo Marotta. In particolare gli interventi dal 1946 al 1950 furono iniziati da Padre Tarcisio e completati da Padre Ludovico. Allora c’erano nel Convento anche il Padre guardiano Salvatore Bevilacqua, Padre Agnello e Padre Bonaventura Asarese.
Nel 1967 i frati francescani del convento si erano ridotti a tre: il Padre guardiano Vincenzo Palermo, Padre Agnello Tinnirello e un Fratello laico.
Come abbiamo scritto in precedenza, durante la preparazione della prima stesura di questa guida, non ci fu consentito dal Padre Guardiano di allora, l’unico frate rimasto nel convento, di vedere il quadro di S. Maria degli Angeli, anche per verificare direttamente se si trattasse di una copia, di epoca più recente (tesi sostenuta dal Dott. Ligotti.)
E senza le dovute verifiche, abbiamo riportato come possibile l’opinione di questo insigne studioso, sostenendo che la tavola originale di S. Maria degli Angeli sarebbe stata trasportata nel 1500 dai Moncada a Caltanissetta, dove attualmente si troverebbe nel Collegio di Maria.
Nel 1984 fu data alle stampe la prima edizione di questa guida. Un anno dopo il Padre Guardiano, come abbiamo detto, rimasto solo, lasciò il Convento. La chiesa continuò ad essere utilizzata dal clero della vicina chiesa Madre, ma verso la fine del 1999 fu chiusa al culto, perché pericolante.
Per fugare ogni dubbio su quanto sostenuto dal Dott. Ligotti, negli anni novanta ci recammo a Caltanissetta per esaminare di persona il dipinto di S. Maria degli Angeli presso la chiesa del Collegio di Maria.
Verificammo che si trattava di un quadro ad olio su tela, rappresentante S. Maria degli Angeli, ma notammo che mancavano le scene dei miracoli di S. Francesco; in basso al centro si leggeva una data (M C…..IIII), coperta in parte da tre stemmi.
Secondo noi, anche questa sarebbe una delle copie del famosissimo quadro, che quasi sicuramente, dopo la descrizione del Cagliola, acquistò fama e risonanza in tutta la Sicilia. (Fino a questo momento si conoscerebbero la replica del dipinto del convento di S. Francesco di Barrafranca e quella del Collegio di Maria di Caltanissetta, copie scaturite dalla libera interpretazione degli artisti e dalle esigenze dei committenti).
Attualmente presso la chiesa del convento di S. Francesco, ancora chiusa al pubblico, non c’è traccia dell’opera descritta dal Giunta e quindi anche quella, da noi ritenuta una copia, è andata perduta. Nessuno degli studiosi di storia locale, né i vecchi parroci ancora in vita ne sanno notizia, anzi alcuni ne ignorano l’esistenza, come la maggior parte dei barresi.
La pregevole pala pregiottesca e la copia della Chiesa di S. Francesco, che fine hanno fatto? Si sono perdute, come tante opere d’arte che sono sparite dal nostro paese nell’indifferenza generale.
Intanto nel 2002 sulla piazza antistante alla chiesa è stata costruita una fontana, che tuttora nasconde in parte la bella visione prospettica della facciata dalla via Umberto I .
Nonostante la chiesa fosse chiusa ed inutilizzata, alcuni cittadini nel 2004, affinché non si aggravasse il suo deterioramento per le infiltrazioni d’acqua, organizzarono la raccolta: “Una tegola per S. Francesco”, per riparare il tetto e rifarne la copertura con nuove tegole.
Dopo questo intervento, si sono dovuti aspettare sei anni perché i lavori riprendessero! Finalmente nel Gennaio del 2010 hanno avuto inizio i lavori di “somma urgenza” della messa in sicurezza della Chiesa .
Progettista, direttore e responsabile unico dell’intervento è l’arch. Liborio Calascibetta, mentre Concetto Ivan Bruno è il direttore tecnico del cantiere, finanziato con fondi dell’Assessorato Regionale dei Beni Culturali ed Ambientali e P.I.
Fino a questo momento è stato sopraelevato e rifatto il tetto, per evitare che le capriate continuassero a pressare sulla volta della chiesa e causassero nuove crepe; nello stesso tempo è stata riparata parte della volta interna danneggiata.
Secondo il nostro modesto parere, l’intervento esterno disturba la parte alta del prospetto con la bifora fiancheggiata da ali a voluta, il cui slancio risulta bloccato dall’innalzamento del muro di dietro.
Alla fine del 2010 i lavori sono stati sospesi per mancanza di fondi e la chiesa è rimasta ancora chiusa.
Continuiamo il nostro lavoro presentando, dopo una recente visita della chiesa, le nuove informazioni riguardanti il suo interno.
Entrando, nel nartece a sinistra, accanto al portone principale, notiamo una lapide tombale ornata da fregi a bassorilievo con la scritta incisa:
SU QUESTA TOMBA DOLOROSA TANTO
DOVE SEPOLTO EGIDIO CIULLA GIACE
SI SPARGAN FIORI SI CONSACRI PIANTO
ED ALL’ANIMA IN CIEL S’IMPLORI PACE
FU GIOVINCEL DI BEI COSTUMI ADORNO
CUI SI FE NOTTE ALL’APPARIR DEL GIORNO
Nato agli XI Marz 1831 Morto ai XXI lugli 1847
Sulla parete di fronte a destra è collocato un recente bassorilievo rotondo rappresentante Gesù coronato di spine.
La parete destra della chiesa comprende quattro archi ciechi. Il primo racchiude l’altare dell’Annunciazione con, sotto la mensa, un piccolo bassorilievo rappresentante un Angelo.
In alto sulla sommità dell’arco due putti di stucco sorreggono un cartiglio contenente la scritta: VERBUM CARO FACTUM EST Ioan 1-4.
Segue un arco più piccolo con un ingresso laterale, con a destra un piccolo fonte in marmo per l’acqua benedetta
L’arco è sormontato da un dipinto raffigurante un Santo Martire trafitto al fianco con una spada da un soldato.
Il grande arco cieco successivo racchiude l’altare dell’Immacolata.
La nicchia negli anni trenta conteneva la statua in legno scolpito della Nostra Signora del Sacro Cuore di Gesù, la cui festa , come ci riferisce il Nicotra, si celebrava in questa chiesa ogni prima domenica di Agosto.
Questa statua sarebbe probabilmente la stessa che si trovava nella nicchia dell’Altare Maggiore della chiesa dell’Itria sino al 1879, e che è citata nell’inventario del 1745: “Altare Maggiore (Chiesa Itria) con la “statua di N.a Sig.a con suo Bambino, fabbricata di legname”.
Non abbiamo notizia quando la statua della Nostra Signora sia stata sostituita con l’attuale dell’Immacolata.
Il parroco Giunta scrive di un’Immacolata del Vaccaro “(statua e pittura) presso i Frati M.M. di S. Francesco”: si riferiva forse a questa statua?
Il dipinto dell’Immacolata del Vaccaro, conservato per molto tempo nel corridoio del Convento, attualmente si trova nella Sacrestia della Chiesa Madre
Gli stucchi che circondano la nicchia quasi sicuramente sono opera di Santo Scarpulla, perché ne richiamano lo stile.
Sopra l’arco notiamo una composizione di stucco con due putti che portano un cartiglio con la scritta: MACULA NON EST IN TE In Cant. N.7
Completa la parte bassa della parete destra un arco più piccolo con sopra la tela di S. Pasquale Baylon eseguito dal Montalto, come riferisce il parroco Giunta, che parla però di un “bozzetto”.(Di questo artista non
abbiamo notizie; conosciamo il pittore Giovanni Stefano Danedi detto Montalto (Treviglio 1612- Milano 1690), il quale operò nell’Italia settentrionale.)
In alto sopra il cornicione, nel cleristorio, si aprono due finestre in corrispondenza degli altari, intervallate da due affreschi, che completano le decorazioni sopra i due dipinti descritti in precedenza. In questi affreschi completamente rovinati, solo nel primo si riesce a distinguere la sagoma alcuni frati, di cui uno sembra S. Francesco.
Passando alla parete sinistra della chiesa, il primo altare, quello di S. Antonio, presenta sotto la mensa un bassorilievo recente del Santo e reca scritto intorno alla parte alta della nicchia: SI QUAERIS…MIRACULA. In alto sopra l’arco cieco due putti di stucco recano la scritta: SAPIENTIAM EIUS ENARRABUNT GENTES Eccl. 39. La nicchia sopra l'altare, come abbiamo scritto in precedenza, contiene la statua in cartapesta di S. Antonio sulla cui base di legno è inciso: P.tà DI STELLA INGRIA
A sinistra dell’altare di S. Antonio, in basso, notiamo una lapide di marmo con inciso:
ANGELO LIGOTTA
PADRE
DI SUA FAMIGLIA VIGILANZA E DILETTO
CITTADINO
DELLA PATRIA BENEMERITO SEMPRE
NELLA PUBBLICA INOPIA
LARGO BENEFICENTE
ALLE ABBANDONATE ORFANELLE
CELESTE CONFORTO
ADDI’XVI LUGLIO MDCCCXLVII
COL RAGGIO DEL GIUSTO IN FRONTE
SI DIPARTIVA DA NOI
E
LIBORIO
ADDOLORATO FIGLIO
QUI
NE POSAVA PIANGENDO
LE AMATE OSSA.
Sul lato destro dello stesso altare cinque anni dopo fu posta la seguente lapide:
AL DOTT DON LIBORIO LIGOTTI TRIGONA
CUI DIE CULLA L’UMILE CONVICINO
AL CITTADINO SOLERTE
CHE NELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE
FERVENTE DI PATRIA CARITA’
NORMA DI VIRTU’ MOSTROSSI
ALL’UOM CHE MORENDO BUON OLEZZO
DI CRISTO
TRAMANDA IN MEMORIA DI SE
AL TENERO PADRE AL FEDELISSIMO SPOSO
CHE
DALL’AFFETTUOSA FAMIGLIA DIPARTENDO
IL SECONDO GIORNO DI LUGLIO MDCCCLII
SIA FATTO DISSE IL VOLER DI DIO A LUI
CH’ ETERNAMANTE VIVE QUESTA MEMORIA
LA DOLENTE SPOSA CONSAGRA.
Segue un arco cieco più piccolo con un antico confessionale. Sopra è appeso un dipinto rappresentante forse una scena della vita di S. Antonio o di S. Francesco…
L’altare del Crocefisso si presenta antico e prezioso con marmi di vari colori lavorati ed intarsiati. La porticina del tabernacolo contiene il bassorilievo del Buon Pastore con in alto la scritta ECCE AGNUS DEI.
La parete sinistra termina con un arco più piccolo sormontato dal dipinto dell’Immacolata con Santi, forse “L’Immacolata coronata di stelle” citata dal parroco Giunta come opera minore del Vaccaro, presso i FF.MM.
I due affreschi nel cleristorio sinistro sono più visibili e leggibili. Nel primo si distingue S. Francesco con due Angioletti nella sua cella, il quale prega la Vergine, raffigurata in un quadro; sul tavolo si possono notare un teschio ed una corona del Rosario.
Il secondo affresco rappresenta alcuni frati con S. Francesco che battezza degli uomini convertiti..
Passando nel presbiterio, le due pareti laterali continuano il motivo dei grandi archi ciechi.
Quello destro contiene un grande dipinto molto rovinato, recuperato dal coro della chiesa, rappresentante la Madonna, S. Anna e Santi, alcuni francescani; mentre l’arco di sinistra è vuoto.
Le sommità di questi due archi sono ornate da composizioni in stucco con due putti che sorreggono cartigli con le scritte: MISCUIT VINUM ET (PRO)POSUIT MENSAM (a destra), SAPIENTIA AEDIFICAVIT SIBI DOMUM (a sinistra), tratte dai Proverbi – 9.
La parete frontale con il prezioso ciborio ligneo (nell'inventario dei beni della chiesa del 1923 è così descritto: "L'altare maggiore con un grande ciborio di legno intagliato adorno di colonnine, balaustrate, piccole nicchie con statuette di Santi Francescani e sormontato da una mezza cupoletta triangolare a squame elegante lavoro del Secolo XVII), prima della costruzione negli anni cinquanta del tempietto di Arcangelo Scarpulla, presentava tre nicchie.
Quelle laterali (ora eliminate) contenevano le statue lignee di due Santi Francescani, S. Salvatore e S. Pasquale, mentre la nicchia centrale, l’unica rimasta, racchiude la statua di S. Francesco.
Questa statua di legno scolpito mostra ai piedi del Santo, fiancheggiato da un Angioletto, un libro aperto con scritto sulla pagina sinistra: REGULA ET VITA FF. MIN. F. FRANC. PREMITTIT; e sulla pagina destra: OBEDIENTIAM, ET REVERENTIAM DNO PP: ET R. ECCL.ROM. Cap. I NICOLAUS MANCUSI SCULPSIT ANNO 1806.
Prima, la nicchia centrale era coperta da un quadro di S. Francesco, fatto dipingere nel 1807 a spese di Angelo Ligotti. Attualmente questo dipinto si trova presso la Chiesa Madre.
In alto a completamento del tempietto due putti di stucco adorano un Ostensorio con l’Ostia Consacrata, sopra la scritta: ADOREMUS CHRISTUM REGEM.
Precisiamo che il grande affresco della volta centrale rappresentante “S. Francesco che riceve le stigmate” reca scritto in basso a destra: MAROTTA VINCENZO FECE 18-8-1949; e che l’arco trionfale, che introduce al presbiterio, è sormontato da una composizione di stucco con due putti che recano un cartiglio contenente il simbolo dei francescani, rappresentante le braccia di S. Francesco e di Cristo incrociate con la Croce al centro.
Per completare la descrizione interna della chiesa, presentiamo la controfacciata dietro il nartece, divisa in tre parti.
In basso un grande arco ellittico divide la chiesa dal nartece interno; al centro campeggiano i tre archi a tutto sesto della cantoria; in alto il grande affresco rettangolare, circondato da una cornice barocca di stucco, conclude l’armonica composizione.
Prima di concludere la descrizione interna della chiesa citiamo i dipinti che il parroco Giunta scrive appartenenti a questa chiesa, ma di cui oggi non si ha più notizia: “S. Margherita, S. Giuseppe, l’Epifania, Gesù nell’orto, S. Giuseppe e il Bambino, la Madonna che abbraccia l’infante celeste, tutti dei Vaccaro; La Vergine col bambino lattante, pittura in rame dell’Albani; Mater Infirmorum, del Narbone”.
All’esterno il prospetto non presenta alcun cambiamento; la scritta incisa sulla pietra: VADE FRANCISCE REPARA DOMUM MEAM QUAE LABITUR, sembra essere di monito a tutti noi per le condizioni attuali della chiesa.

La Prefettura intanto nel 2011 procede alla cessione della Chiesa in uso gratuito all'Autorità Ecclesiatica ed erroneamente alla cessione anche dei locali di rettoria. Questi locali non risultano infatti proprietà del F.E.C, ma del Comune, il quale nel 2015 ne delibera la proprietà, fatte le dovute ricerche ed acquisita tutta la documentazione. 

Nel settembre del 2013 con i fondi dell'Assessorato ai Beni Culturali e dell'Identità Siciliana a cura della Soprintendenza BB.CC.AA. di Enna iniziano i lavori di recupero e restauro della chiesa e della rettoria. Il progettista e direttore dei lavori è l'architetto Liborio Calascibetta, il responsabile del procedimento l'ingegnere Francesco Ricerca e il direttore operativo il geometra Fabio Bonasera
Il completamento dei lavori previsto nel settembre 2014, avviene nel 2016 e il 1 Giugno dello stesso anno la chiesa viene aperta al pubblico. Da precisare che il restauro non riguarda i dipinti, le statue e gli arredi, ma solo la parte interna ed esterna della chiesa.
Dopo il restauro, all'interno si notano i seguenti cambiamenti. Nel vestibolo al centro della parete di destra è stata scavata una nicchia, che accoglie la statua lignea di S. Salvatore, statua che si trovava su una nicchia laterale della parete di fondo. Nella parete di sinistra sempre del vestibolo è stato appeso il dipinto del Battesimo di Gesù firmato "Marotta Vincenzo-Barrafranca 14-5-1940-A-XVIII-". Questo dipinto appartenente originariamente alla Chiesa Maria S.S. Della Stella, passò in seguito nella chiesa di S. Benedetto e dopo la chiusura della stessa fu conservato dal 2005 nei locali del Monastero annesso. Infine ha trovato la sua collocazione in questa chiesa.
Nel primo altare a destra è stato tolto il dipinto dell'Annunciazione, sostituito con la statua in resina di S. Pio. Questa statua acquistata a San Giovanni Rotondo nel 2017 è stata donata alla chiesa dal sig. Salvatore Frischietto.
Le prime due tele delle stesse dimensioni appese alle pareti di destra e sinistra risultano scambiate di posto. Sull'altare dell'Immacolata, la statua lignea, attribuita recentemente al Vaccaro, è stata restaurata nel 2017 da Valentino Faraci.

Il restauro è stato finanziato ed offerto da Luigi Taglione, come attesta la lapide di marmo posta in basso a sinistra dell'altare:
A perenne memoria della amata mamma
PATERNO' MARIANNA
nel fausto evento della presentazione
dei lavori di restauro della statua
lignea dell'Immacolata Concezione
il figlio Dr. Taglione Luigi
con profonda devozione questa lapide pose.
Anno Domini 25 Novembre 2017

L'ultimo arco cieco sempre di destra accoglie provvisoriamenteuna piccola statua del Cuore di Gesù.
Il dipinto dell'Annunciazione è stato appeso sulla parete sinistra del presbiterio di fronte all'altro delle stesse dimensioni con analoga cornice. Al centro del presbiterio è stato collocato l'antico altare in legno scolpito di S. Antonio, recuperato dai locali del Convento ed adattato a mensa postconciliare. Lo stesso è avvenuto con l'antica croce ora esposta nell'arco centrale della cantoria.
Osservando la parete sinistra della chiesa, notiamo che il secondo arco cieco accoglie la statua lignea della nostra Signora del Sacro Cuore di Gesù, che fino agli anni 30 del secolo scorso occupava la nicchia dove ora è collocata la statua dell'Immacolata. Nell'ultimo arco cieco infine è stata collocata una piccola statua della Madonna di Fatima.
Il fatto più singolare di questo recente restauro sono state le scoperte avvenute durante il rifacimento del pavimento con lastre di marmo.(Da precisare che nel presbiterio è stato lasciato, adeguatamente ripristinato, il vecchio il prezioso pavimento originale di maiolica).

E' stata rinvenuta una vasta grotta, destinata ad ossario, scavata nella roccia, posta sotto il presbiterio davanti all'altare maggiore.

 Questa grotta sembrerebbe preesistente all'edificazione della chiesa; infatti il territorio roccioso circostante ne conteneva in precedenza altre, una si trova all'interno del chiostro comunale "perfettamente conservata e agevolmente visitabile". La grotta della chiesa, attualmente, è visibile attraverso una botola di vetro spesso.
Lungo la navata e in particolare nel lato sinistro sono state trovate delle sepolture singole, che dopo i dovuti accertamenti, sono state ricoperte dal nuovo pavimento.
Al centro,vicino all'entrata principale è venuta alla luce una scala che scende in una cripta funeraria sotterranea formata da un ambiente centrale a croce latina con in fondo una cappelletta con altare, sormontato da una cornice in stucco, che doveva contenere un'immagine sacra. Le pareti di questo ambiente centrale sono rivestite in gesso e sono impreziosite da paraste e da modanature in stucco.
Ai lati si aprono altri due ambienti destinati a raccogliere i cadaveri, con nicchie di tre tipi ben delineate: nicchie per colatoi a forma di sedia, nicchie verticali e loculi ad alveare. Si pensa che questi ambienti ipogei in precedenza, durante altri lavori fatti nella chiesa, di cui abbiamo scritto, siano stati rinvenuti e col passare del tempo dimenticati. Alcuni ricordano che vi si poteva accedere da una porticina esterna dal lato destro della chiesa, in seguito murata e recentemente riaperta.
La scala di accesso alla cripta, resa visibile dopo il recente restauro, è stata in seguito coperta da una botola di legno.  Ultimamente a sinistra del vestibolo, al posto del dipinto del Battesimo di Gesù di Vincenzo Marotta, nel 2018 è stato collocato un podio ligneo con la statua di S. Michele Arcangelo, donati da Salvatore Marchì. L'opera di cartapesta con testa, mani, piedi e drago in terracotta, è stata realizzata nel 2017 dallo scultore Roberto Martella di Poggiardo (Lecce). La tela del Battesimo di Gesù è stata spostata nell'ultimo arco cieco della parete di sinistra.
All'esterno della chiesa sono state pulite le parti in pietra del prospetto e dei muri laterali, mentre le rimanenti parti sono stare ricoperte da intonaco chiaro.

 

Gaetano Vicari: GUIDA ALLE PRINCIPALI CHIESE DI BARRAFRANCA ed ai loro tesori nascosti CON AGGIORNAMENTI dal 1984 ad oggi-CAPITOLO SESTO: CHIESA MARIA S.S. DELLA PURIFICAZIONE (CHIESA MADRE) CON AGGIORNAMENTI fino a Marzo 2018

CAPITOLO SESTO

CHIESA MADRE

Quante volte passiamo davanti alla chiesa Madre, tante volte la guardiamo distrattamente, osservando tutt’al più di sfuggita le pietre della parte bassa del prospetto, ma nello stesso tempo rassicurati che sia sempre lì, vigile e materna.
Non abbiamo mai il tempo di osservarla ed anche se prima ci fermavamo nella piazzuola davanti, mancava lo spazio necessario per abbracciare tutta la facciata con lo sguardo; per fare ciò era necessario alzare appositamente la testa e con gli occhi arrivare fin alla punta estrema del timpano, sormontato prima da una croce di ferro e di lì girare lo sguardo a destra, ancora più in alto, per scorgere l’altra croce del campanile, con la sua girante banderuola. Attualmente, dopo l’abbattimento della chiesa di S. Giuseppe, iniziato nel 1978 e completato un anno dopo, la piazza si è allargata molto, permettendo una visuale completa della chiesa.
Il prospetto nella sua semplicità e linearità, è il più maestoso tra tutti quelli delle altre chiese di Barrafranca e ricalca nella sua struttura esterna, l’architettura interna della chiesa. E’ opera imponente, realizzata verso i primi dell’Ottocento e precisamente nel 1830 su progetto dell’architetto Giuseppe Ciulla, originario di Barrafranca. I lavori, che durarono dieci anni, furono eseguiti dal capomastro Giovanni Scarpulla; il portale dall’intagliatore Montes.
Lo spazio in verticale è diviso da lesene di pietra in tre parti, quali le ali, la parte centrale e il portone ( eseguito a spese di Liborio Costa nel 1839), mentre nello stesso tempo, in orizzontale, è accentuato lo schema bipartito, formato da terrapieno e primo piano. Questa facciata infatti, nonostante la data ottocentesca, ripropone il modello del tipico prospetto barocco meridionale, con spazi nettamente ripartiti su due piani, con l’aggettare dei pilastri e dei cornicioni, in particolare di quello a timpano ricurvo e spezzato del portone centrale, e infine con quel motivo delle ali laterali a voluta, che tanta fortuna ha avuto nelle chiese seicentesche.
Anche il prospetto del campanile quasi sicuramente fu eseguito nello stesso tempo della facciata, cioè nei primi dell’Ottocento; ma se ricordiamo il campanile e la parte sud della chiesa, come erano prima delle costruzioni, che ne hanno deturpato la parte esterna, possiamo avere degli elementi per sostenere, con un certa fondatezza, una nostra tesi sulla sua fondazione.
Siamo intorno al 1720, durante gli ultimi anni della vita di Nicolò Placido III Branciforti, che riunì sotto la sua persona i domini degli avi: Principato di Butera e Pietraperzia, Contea di Mazzarino, Grassuliato e Gibilsen, Marchesato di Barrafranca e Militello, Signoria di Niscemi e Grammichele, Bivieri di Lentini, Randazzini e Casale, oltre ad essere Magnate di Spagna; la popolazione del marchesato di Barrafranca si è accresciuta molto e l’antica chiesa Madre di Piazza Fratelli Messina è quasi diroccata.
Serve assolutamente una nuova chiesa Madre, ampia, per accogliere la popolazione, ed alcuni giustamente pensano di costruirla sulle muraglie, ancora solide, della preesistente. Altri invece hanno l’idea di costruirne una nuova, secondo quando riporta il parroco Giunta, “nell’area della preesistente Chiesa di San Sebastiano, che in quell’occasione venne demolita”. Sicuramente si parla qui della chiesa di San Sebastiano il Nuovo, già esistente prima del 1622.
Prevalse l’opinione di questi ultimi, forse perché il paese si era esteso verso quella direzione e la nuova posizione risultava più centrale. La chiesa fu iniziata nel 1728 ad opera degli intagliatori Ignazio Vannelli, Ignazio Mazio, Antonio La Rosa e Antonino Arena tutti di Piazza Armerina. I lavori si protrassero fino a quasi il 1775.
Noi però, in disaccordo con il Giunta, crediamo che la vecchia Chiesa di San Sebastiano il Nuovo non sia stata del tutto demolita, ma che sia stata incorporata nella nuova costruzione più vasta. Fino a poco tempo fa, infatti, nel lato rivolto a sud dell’attuale chiesa Madre, si potevano notare chiaramente le vecchie mura della chiesa di San Sebastiano e si poteva intuire che questa doveva essere ad una sola navata e sormontata da merli simili a quelli bizantini, cioè terminanti ad arco.
Anche il campanile, cominciato nel 1744 a spese dei cappellani, diciotto anni dopo l’inizio dei lavori della chiesa, ed ultimato nel 1775, con la parte inferiore diversa da quella superiore, può dare adito alla stessa supposizione, cioè che sia stato costruito, come continuazione di quello vecchio della chiesa di San Sebastiano A sostenere questa tesi, sempre sulla parte bassa del campanile, nel lato che guarda a mezzogiorno, fino ad una cinquantina di anni fa, si potevano notare dei mattoni smaltati raffiguranti il martirio di San Sebastiano.
Questo campanile, dalla grandiosità solenne, merita da parte nostra un’ attenzione tutta particolare, in quanto rappresenta il simbolo di Barrafranca, e perché il nostro paese è caratterizzato in modo indimenticabile dalla sua mole imponente. Il campanile è diviso in tre parti, nell’ultima delle quali trova posto la cella campanaria formata da quattro archi con campane, sormontati da altrettanti grandi orologi. Sovrasta il tutto una cupola orientaleggiante coperta da mosaici di cocci smaltati.
Dopo aver osservato la parte esterna della chiesa, un po’ deturpata per la verità, come abbiamo accennato prima, dalle recenti costruzioni che ne hanno nascosto l’architettura originaria, avviamoci verso l’interno.
Appena entrati, abbiamo subito l’impressione di trovarci davanti ad un tipico esempio di chiesa meridionale, dove i diversi stili, in questo caso con la prevalenza di quello classico, concorrono e contribuiscono a rendere l’insieme armonico e senza pesantezze. La pianta è a croce latina e divisa in tre navate, con cupola sulla crociera, e, come abbiamo detto prima, dominano gli elementi classici, cioè colonne, trabeazioni, archi a sesto pieno, cupole emisferiche. I colonnati classici continuano con pilastri addossati anche lungo i lati delle navate minori e assumono slancio per mezzo delle arcate a tutto sesto. Le fasce sporgenti sui capitelli delle colonne, le cordonature orizzontali, i cornicioni, si raccolgono in linee di fuga, improvvisamente fermate dalla crociera con cupola su pennacchi. Ne deriva un moto solenne, misurato, che pur rimanendo fedele al senso dei volumi tradotti in linee e contorni, accenna a un superamento di quell’incanto statico, che caratterizza le altre chiese di Barrafranca.
Ci scusiamo con i nostri lettori, se ci siamo dilungati sull’architettura esterna ed interna di questa chiesa, ma abbiamo creduto opportuno farlo perché, a nostro modesto parere, questa ci sembra una delle chiese più riuscite, per quanto concerne la struttura architettonica, tra tutte quelle esistenti a Barrafranca. Non per niente alcuni dicono che è stata dichiarata Monumento Nazionale.
Noi ora vi condurremo a visitare la chiesa e siamo certi che, dopo aver fatto ciò, dopo aver osservato i particolari ed averne compreso l’armonia architettonica e decorativa, la vostra impressione e il vostro giudizio concorderanno con il nostro.
A destra entrando dal portone principale, dentro una nicchia, è collocata un’acquasantiera in pietra, a base ottagonale, sulla quale è scolpito uno stemma indecifrabile. Non conosciamo la provenienza di questo fonte, ma possiamo quasi sicuramente collocarlo nel tempo: potrebbe essere stato scolpito nel 1400, nel tempo in cui Barrafranca aveva ancora il nome di Convicino.
Proseguendo il nostro cammino lungo la navata di destra, dopo il portone laterale, incontriamo una nicchia scavata in alto nella parete con dentro la statua di Santa Teresa del Bambino Gesù.
Questa statua, che ha una quarantina di anni, pur seguendo i modi e gli atteggiamenti della più trita tradizione, presenta un fascino tutto particolare ed una certa dignità artistica, anche se non può considerarsi un’opera d’arte. Nella morbidezza languida dell’atteggiamento delle mani, nella posizione frontale che rifiuta una ben accentuata consistenza spaziale, si coglie la volontà di trasferire la figura nell’ambito del simbolo. Il punto centrale dell’opera è il volto che, con quegli occhi fissanti il vuoto, aperti in un’espressione dolcissima, ci immerge in un’atmosfera psicologicamente estatica.
Avanzando ancora sempre lungo la navata di destra, dopo la statua di Santa Teresa, possiamo ammirare la grande tela della Madonna della Mercede. L’opera, di cui purtroppo non conosciamo l’autore, fu fatta dipingere da Giuseppe Anzaldo nel 1693, 35 anni prima che si ponesse mano alla costruzione di questa chiesa Madre. Non abbiamo notizie neanche per stabilire da quale chiesa provenga, se da quella di San Sebastiano, o dalla Matrice Vecchia, oppure da qualche altra antica chiesa di Barrafranca.
In quest’opera la piramide compositiva è formata dalla figura della Vergine al centro, con a destra un santo in piedi che sorregge un ostensorio, mentre a sinistra un altro santo in ginocchio, incredibilmente della stessa altezza di quello di destra, sostiene una bandiera. L’autore è riuscito ad attuare una solenne unificazione del gruppo sacro, attorno a cui circola lo spazio, libero e al tempo stesso governato da conchiusi ritmi architettonici. I gesti pacati collaborano a definire tale spazio in profondità.
Il superbo blocco centrale della Madre e del Figlio, col suo gioco di masse e volumi, sembra fissato in un duplice rapporto col mondo esterno e col sentimento interiore.
Dà risalto a questo gruppo centrale della Madonna col Bambino, isolato in un’atmosfera di luce, il convergere delle due figure laterali e di quelle degli angeli, in un alternarsi di ombre e luci. Anche se il colore è di una intonazione piuttosto smorta ed opaca, la composizione mostra originalità di immaginazione e fervida intimità di sentimento.
Peccato che quest’opera, come molte altre di Barrafranca, risulti molto rovinata, in alcune parti la tela addirittura rotta.
Attraverso un grande arco, accediamo al transetto della chiesa, dove sempre nella parete destra, si trova l’altare del Crocefisso. L’altare, rifatto in marmo di recente, è sormontato da due colonne ricoperte di stucco, di stile composito, e da un timpano, sui cui lati sono seduti due angioletti con i simboli della Passione; al centro altri angioletti sostengono un ovale con una croce.
Questo tempietto di ordine, come abbiamo detto, composito racchiude un grande reliquiario con vetri ad occhio colorati, composto nel 1795; apprendiamo con rammarico che le reliquie sono andate in gran parte smarrite. Al centro di questo reliquiario si trova un tabernacolo a forma di croce, infossato nel muro, rivestito di damasco rosso e ricoperto con un dipinto, sempre a forma di croce, del Crocefisso, di cui non conosciamo il nome dell’autore, ma possiamo affermare anteriore al 1745.
Dentro il tabernacolo sopra descritto è racchiuso il Crocefisso, in stucco e cartapesta, tanto amato e venerato dalla popolazione barrese, che viene portato in processione per le vie del paese ogni anno per il Venerdì Santo.
La tradizione vuole che sia stato trovato sottoterra in una nicchia nel territorio di Rastello. Sconosciamo perché sia stato sotterrato ma, dato il luogo del ritrovamento, non è difficile che sia appartenuto all’antico casale di Albara. Non sappiamo la data del ritrovamento, ma abbiamo notizia che si trovava nella chiesa di San Sebastiano prima del 1662. Presso la famiglia Ingala si conserva ancora l’antica croce, su cui era collocato, e la raggiera in legno, che gli stava intorno.
A parte il valore sacro ed affettivo di questo Crocefisso, noi vogliamo soffermarci sul valore artistico dell’opera.
L’autore, a noi sconosciuto, ci pone davanti un Cristo umano e sofferente, che coinvolge emotivamente l’osservatore. Il brano chiave della composizione è il torso del Cristo, indagato e fissato con preoccupazioni naturalistiche, che trovano nella presenza corporea il fine di una ricerca precisa, operata sulla realtà visibile. La luce fa risaltare le parti anatomiche e dà vita al modellato in un dettato variatissimo e dinamico, lontano dalla esasperazione tragica. Anche le braccia, pensiamo volutamente sproporzionate con le mani rispetto al resto del corpo, le gambe e il perizoma risultano attentamente risolti. La testa, col rifiuto della angosciata inclinazione su un lato, e i capelli tesi e non sconvolti nel tormento generale, riconfermano le intenzioni emotivamente pacate dello scultore, che concede solamente al particolare della bocca socchiusa la presenza dell’angoscia e della morte.
L’opera ha bisogno di un pronto restauro in quanto risulta molto rovinata, con il dorso in alcune parti addirittura ammaccato e con le braccia quasi distaccate.
A sinistra dell’altare del Crocefisso, nell’angolo, è posta una statua dell’Addolorata, in cartapesta. Questa Vergine Addolorata costituisce, insieme con gli angeli che recano i simboli della passione, un gruppo iconograficamente molto diffuso in Sicilia.
La drammaticità e la gravità rituale, esaltate dalla composta concentrazione plastica, lievemente sciolta nel calcolato gonfiarsi delle pieghe ritmiche, trovano il loro motivo più straziante nel cauto accenno ad un lento moto del corpo. In questo fremito sottile si riscatta la saldezza della struttura, ancor più sottolineata dall’alzarsi del capo della Vergine verso l’alto.
Sempre nella parte destra del transetto, in fondo alla navata, si apre una cappella dedicata al Sacro Cuore di Gesù. La sua struttura, fondamentalmente semplice, tende a perdere ogni peso ed ogni solidità architettonica sotto il parametro decorativo.
La cappella accoglie un altare in marmo, lo stesso che prima fungeva da altare Maggiore e trasportato qui. Sopra di esso si eleva una nicchia contenente una statua del Sacro Cuore, in gesso e stucco, forse del 1900.
L’opera assolve perfettamente il compito che le stato affidato, non mancandole tutti i requisiti per fare effetto sui fedeli, ma non ha assolutamente delle pretese artistiche.
La statua e la cappella furono ripristinate e riparate a spese dei fedeli nel 1959.
Avviamoci ora verso l’abside, dove un tempo sorgeva l’altare Maggiore che, come abbiamo detto prima, è stato rimosso, con conseguente ed evidente squilibrio della parte absidale. A noi sembra che non lo sostituiva affatto il pannello (messo al suo posto ed ora finalmente tolto), specie di paravento in legno, ricavato dalla devastazione, di cui non riusciamo a capacitarci, del bellissimo e prezioso pulpito in legno massiccio scolpito, che si trovava nella chiesa, opera perfetta dell’artista barrese Carmelo Musolino eseguita nel 1906.
In alto quattro colonne scanalate di stile composito, due per ogni lato, sorreggono due grandi statue sedute, in stucco, rappresentanti i due grandi santi della chiesa, San Pietro con le chiavi e San Paolo con la spada.
Fiancheggiano ognuna delle statue due angeli, recanti uno un libro, mentre l’altro indica la meravigliosa e superba raggiera, posta al centro con dentro il simbolo dell’Eucarestia.
Queste statue, come gli stucchi originari della chiesa, dei quali in seguito parleremo, sono opera dei fratelli Signorelli, i quali nel fermare l’immagine dei due grandi Santi, si rivelano promotori di una nuova severità stilistica di gusto antico, ma al tempo stesso talenti sensibilissimi al carattere dei loro soggetti, ed ad un certo preziosismo della forma e dei panneggi.
Il tempietto barocco-classico sopra descritto, incornicia la tela più famosa della chiesa, restaurata di recente con risultati penosi.
L’opera che appartenne all’antica chiesa Madre di piazza Fratelli Messina, dà il titolo alla Parrocchia, chiamata infatti “Maria S.S. della Purificazione”. Incerta la data di esecuzione, che potremmo collocare intorno ai primi del 1600; incerto anche l’autore.
Alcuni attribuiscono il dipinto a Cateno Gueli, un artista di Monreale, mentre altri, più recentemente, lo vorrebbero di Filippo Paladini, il celebre pittore toscano morto nel 1614 a Mazzarino, dove nella prima metà del Novecento fu scoperta la tomba. L’attribuzione al Paladini è dovuta al fatto che sul dipinto, prima del restauro, si distingueva una F ed in seguito PAL: non si riusciva a leggere altro. Dallo stile potrebbe sembrare un’opera del tardo periodo del Paladini (1613-14), periodo caratterizzato da un luminismo di chiara eco caravaggesca; si può anche avanzare l’ipotesi che il dipinto sia opera di un suo allievo o della sua scuola.
Ma non essere sicuri del nome dell’autore, nulla toglie al grande godimento artistico che la contemplazione di quest’opera d’arte ci procura, anche se il colore in alcune parti è andato completamente perduto. Questo quadro, dalla composizione grandiosa, rivela la capacità d’espressione dell’artista attraverso il colore, la luce e l’ombra. Nella rappresentazione della Vergine, che “presenta” il Bambino al Vecchio Simeone, si rivela una grande abilità nel creare effetti vivamente realistici per mezzo del contrasto tra disegno e colore. L’intera scena è subordinata allo spazio e la luce in questo spazio scuro cade sulle figure, in particolar modo su Maria. Il colore principalmente acquista il potere di rendere le forme realisticamente e di creare saldi legami tra di esse. In questo dipinto trova espressione tutta la curiosità dell’autore rivolta ad afferrare il senso della vita: egli ci mostra un evento straordinario che ha luogo tra le normali attività dell’esistenza.
Scendiamo dal presbiterio ed avviamoci verso la parte sinistra del transetto. Qui troviamo una cappella in posizione simmetrica, nella struttura e nell’ornato perfettamente uguale a quella del Sacro Cuore, prima descritta. La nicchia sopra l’altare questa volta accoglie la statua in legno scolpito della Madonna del Carmelo, eseguita nel 1960 da Luigi Santifaller di Ortisei.
L’altare della Consolata, si trova di fronte a quello del Crocefisso, prima descritto, ed è perfettamente uguale. Qui, sopra l’altare, al posto del reliquiario, è esposto un grande dipinto.
Osserviamolo: ci troviamo davanti ad un’opera sicuramente del 1700, eseguita tra il 1745 e 1777, di cui sconosciamo l’autore, ma certamente di stile differente di quello degli altri dipinti della chiese di Barrafranca.
In questa Madonna col Bambino fra due Santi l’autore ha affrontato e risolto il problema dell’unione tra figure e spazio.
Il luminismo cromatico, i sottili passaggi di tono, il preciso senso atmosferico fondono la figura della Vergine all’ampio respiro spaziale dello sfondo, sul quale essa campeggia senza però staccarsene, in una nuova dimensione squisitamente naturalistica. L’ispirazione pittorica giunge in questo quadro ad un punto molto alto. Gli effetti cromatici sono rigenerati dalla spontanea genialità di creare la forma e il movimento solo con i mezzi delle tinte tenui, distese con densità ed intensità, le quali fanno emergere, ora con forza ora con delicatezza, le figure e le cose dallo sfondo oscuro
La navata di sinistra accoglie due altari, con al centro il grande quadro di Sant’Anna.
Il primo entrando, sempre a sinistra, è l’altare di Santa Rita: la parte bassa è stata tolta, mentre la parte alta, rifatta di recente, nella struttura e nell’ornato si differenzia dagli altri altari della chiesa. Nella nicchia sovrasta una statua di Santa Rita, opera tradizionale, senza nessuna pretesa artistica.
Avanzando un po’, incontriamo la tela di vaste proporzioni di Sant’Anna.
L’opera dipinta forse da Salvatore Spina, è anteriore al 1745.
Sotto un cielo con angeli e putti, le molteplici figure di Sant’Anna, San Gioacchino, Sant’Ignazio in parato da messa, la Vergine con il Bambino e San Giuseppe, sono rappresentate l’una accanto all’altra, in uno schema ad arco, carico di moti centripeti e centrifughi.
Campeggia sullo sfondo un vessillo con i simboli dell’Eucarestia, sorretto dal Bambino Gesù.
Il dipinto, nel quale sono evidenti influssi leonardeschi specie nella figura di Sant’Anna e richiami raffaelleschi nella Vergine col Bambino, è molto rovinato ed in alcune parti il racconto pittorico per niente leggibile.
Dopo il quadro di Sant’Anna, è collocato l’altare di San Giuseppe, rifatto in marmo nel 1961, come si legge in una lapide accanto.
La grande nicchia che lo sovrasta accoglie una statua di San Giuseppe, preziosa, in legno scolpito. L’opera, che apparteneva alla chiesa di San Giuseppe, posta di fronte alla Chiesa Madre ed ora completamente demolita, è molto antica, potendosi collocare la sue esecuzione probabilmente intorno alla fine del 1600, sicuramente prima del 1745.
Il Santo, in piedi ed inclinato verso la sua sinistra, trova il suo equilibrio statico e dinamico nel tenere la mano al piccolo Gesù Bambino, anch’egli in piedi e posto alla sua destra.
Vicino alla porta laterale di sinistra, proprio di fronte a quella della Madonna del Carmelo, si trova la Cappella Battesimale. Questa cappella, con la sue esaltazione dei valori plastico-ornamentali, con la sua fitta stesura di forme di fantasia prettamente barocca, rivela lo sbizzarrirsi del Signorelli, il quale nell’eseguirla ha abbandonato un po’ la classica austerità degli altri ornati della chiesa. La parete di fronte è tutto un gonfiarsi di drappeggi e di putti, che circondano il dipinto ovoidale del Battesimo di Gesù, di metri 1,50 x 1,20.
In quest’opera il pittore, di cui non conosciamo il nome, dà una inusitata profondità alla composizione, il cui movimento è accentuato dai contrasti dei colori delle figure, concepite con grandiosità e dipinte a larghe pennellate. La composizione, maestosa e tenera allo stesso tempo, risalta per una coerenza formale ed espressiva, ed in essa la più alta tradizione settecentesca trova il suo più equilibrato punto d’incontro. L’opera, di non poco pregio, reca scritta la data di esecuzione 1784, e presenta uno strappo.
Avviamoci ora verso il portone principale e, dopo aver notato l’acquasantiera di sinistra con lo stemma dei Barresi (sicuramente anteriore alla costruzione della chiesa), da questa posizione soffermiamoci a guardare gli stucchi, che coprono quasi tutto l’interno della chiesa.
Sembra di trovarci di fronte ad una specie di “delirio” plastico ornamentale, nel quale gli ornamenti classici e barocchi fioriscono all’infinito, serpeggiano e s’intrecciano senza soluzione di continuità, come le fantasie naturali di un sottobosco. Si nota la più compiuta delle esecuzioni, in perfetta simbiosi tra architettura e stucchi.
I pennacchi, che sostengono la cupola, sono ornati con quattro bassorilievi, in stucco, rappresentanti gli evangelisti Matteo, Marco, Luca e Giovanni; mentre le pareti laterali del presbiterio accolgono sei quadroni, anch’essi di stucco. Quelli della parete destra contengono partendo dal basso una composizione con la menorah, (il candelabro ebraico a sette braccia) circondata dai simboli del sacrificio antico; e il sacrificio nel Vecchio Testamento; in alto, Elia nel deserto. Sulla parete di sinistra, il primo quadrone, in basso, rappresenta un Ostensorio con i simboli del Nuovo Sacrificio, il secondo, la Messa; mentre il terzo, in alto, Gesù con Marta e Maria.
In questi bassorilievi il Signorelli con minimo sfoggio plastico e con gradazioni di piani appena percettibili, attraverso cui si realizza la prospettiva lineare, raggiunge la massima densità di forma e di espressione.

Questi stucchi ed questi ornati sontuosi, come abbiamo accennato prima, sono opera di Vincenzo Signorelli, aiutato dal fratello Salvatore e dal giovane Giuseppe Fantauzzo, suo allievo. Vincenzo nacque nel 1825 a Siracusa da Gaetano e da Caterina Colombo dei Conti Danieli. Fu professore di Architettura e Disegno Plastico presso le Scuole Magistrali, Tecniche e Normali del Regno d’Italia. Verso la metà del 1800 era a Barrafranca per ornare, coma abbiamo ricordato prima, la chiesa della Madonna della Stella. Non sappiamo se gli stucchi della Chiesa Madre furono eseguiti prima o dopo, ma molto probabilmente dopo, perché abbiamo notizia che la morte colse il Signorelli nel nostro paese nel 1876, all’età di 51 anni.
Dobbiamo ricordare che Giuseppe Fantauzzo, allievo di un così grande maestro, proprio durante i lavori di questa chiesa apprese e perfezionò il mestiere di stucchista.
Mentre esaminiamo la perfezione e la finezza degli stucchi del Signorelli, ammiriamo anche i grandi quadroni ad olio su tela della volta, tutti contenenti riproduzioni, più o meno riuscite, di quadri famosi. Quelli della navata centrale sono: L’Annunciazione, dipinta da Emma di San Cataldo nel 1965; La Visita ad Elisabetta e La Natività, di Giuseppe Puzzanghera, un pittore nato a Riesi, il quale li dipinse tra il 1962 e il 1965; Gesù tra i Dottori e La Presentazione al Tempio, di Emma del 1962; nella volta del transetto di destra si trova La Coronazione di Spine, sempre di Emma, dipinta nel 1963.
Ma quella che stiamo ammirando e descrivendo non è la chiesa originale. Il 18 luglio, infatti, del 1943, durante la Seconda Guerra Mondiale, tre bombe aeree distruggevano la navata centrale, la navata laterale sinistra, due colonne e il lato nord del transetto.
Verso il 1946, tre anni dopo, si cominciò a ristrutturare la cupola da parte dei fratelli Santo e Giuseppe Scarpulla. Un anno dopo i tetti, i muri, le colonne e la navata laterale erano tutti ricostruiti o riparati.
Nel 1948 si provvide alla pavimentazione ed ai lavori di riparazione della volta centrale, che fu rifatta a botte e non a grandi crociere, come probabilmente doveva essere l’originaria. Si doveva arrivare al 1965, per avere la chiesa così come l’ammiriamo, con gli stucchi mancanti tutti rifatti e dorati, e ridipinta con colori a nostro avviso un po’ troppo vivaci.
Per prova si fecero eseguire alcune opere a Giuseppe Puzzanghera, uno stucchista e pittore originario di Riesi da una famiglia di artisti, stabilitosi ora a Barrafranca. Superata con onore la prova, nel 1962 al Puzzanghera vennero affidati tutti i lavori e soprattutto la creazione ex-novo del progetto degli stucchi della navata centrale. Come la volta, però, anche gli stucchi non seguirono il tracciato ed il disegno originario. L’esecuzione, svolta saltuariamente, fu terminata nel 1965.
Altri interventi sono stati eseguiti nel 1978-80, quando si sono rinforzate le fondamenta con cemento armato e si è rifatto il pavimento con lastre di marmo. Ma bisogna precisare che ancora i lavori non sono completati.
Per concludere la nostra trattazione, vogliamo ricordare che questa chiesa potrebbe rappresentare il simbolo della generosità del popolo barrese: la sua costruzione, i suoi ornati, la sua riparazione e la sua ristrutturazione sono stati eseguiti quasi sempre a spese del popolo – “Populi sumptibus”.

Dato alle stampe nel mese di Settembre 1984

AGGIORNAMENTI

PARROCCHIA MARIA S.S. DELLA PURIFICAZIONE


Una pietra dello zoccolo, a sinistra del portone centrale, reca inciso: ANO DNI 1728 e su un’altra, in alto sulla cantonata, sempre a sinistra, si riesce a leggere: AN DNI 7 IND 2(?)...(il resto è indecifrabile). Per il parroco Giunta queste due pietre testimoniano l’inizio dei lavori della chiesa, in seguito ad un atto stipulato 4 anni prima tra gli intagliatori e i “deputati dell’erigenda chiesa”, in cui si stabilivano le condizioni della lavorazione della pietra.
“Così nel 1724 il 28 Dicembre con atto presso Notar Guzzardella, si stipulavano le condizioni per la lavorazione della pietra da costruzione tra gl’intagliatori da una parte, m. Ignazio Vannelli, m. Ignazio Mazio, m. Antonio La Rosa e m. Antonino Arena tutti di Piazza e dall’altra il Vicario D. Girolamo Amarù, D. Giuseppe Maggiore, Vic. For. D. Alessandro Bufalini e il deputato per la nuova fabbrica eletto dalla Princ.essa di Butera e Marchesa di Barrafranca nella persona di D. Giuseppe Gregorio”.

Per quanto riguarda la Madrice vecchia di piazza Fratelli Messina il parroco Giunta così scrive:"In data del 25 Agosto 1711 trovo una lettera del Principe di Barresi dalla quale risulta che i cittadini e il clero si tassavano per raccogliere le uova dei grilli e, quando il flagello cessò, le somme rimaste furono impiegate per i pilastri della Madrice vecchia".
Angelo Scarpulla ipotizza che, andando a ritroso nel tempo di 2500 anni, nella parte nord dell'agglomerato probabilmente esisteva il “Bosco Sacro” dell’acropoli, chiamato ancora oggi “Sirvia”, nel cui contesto sorgevano templi con strutture annesse: la Chiesa Madre, costruita sul sito di quella di S. Sebastiano, a sua volta eretta al posto di un antico tempio pagano di questo “Bosco Sacro”, sarebbe, secondo Scarpulla, un prezioso documento monumentale, che testimonierebbe questo fatto.
Pensiamo che la chiesa di S. Sebastiano, nonostante i lavori di ampliamento e di trasformazione, continuasse ad essere utilizzata per le cerimonie del culto sacro, perché apprendiamo da un documento del 1729, che “i sac. D. Pietro Costa e D. Cosmo Conte e l’elemosiniere D. Giuseppe Costa supplicavano, quali procuratori della fabbrica, il Vescovo di Catania, D. Pietro Galletti, che per evitare irriverenze si potesse trasportare il SS. Sacramento dalla chiesa di S. Sebastiano in quella vicina chiesa di S. Giuseppe che già esisteva dal 1667”.
Si fabbricava a spese del popolo e del Comune, che d’allora assunse il patronato della chiesa.
“A concorrere alle ingenti spese si prestava il R. D. Biagio Bevilacqua da questa, esattore dei censi del marchesato di Barrafranca per conto del Principe di Butera. Il Bevilacqua, con lettera da Palermo al Vic. D. Diego Catalano, in data 3 Settembre 1728 e riportata in atto pubblico dal Not. D. Antonino Bonincontro il 10 Marzo 1733, cedeva al detto Vic. Catalano i suoi proventi da esattore per la somma di circa onze 70 e cioè per la durata di anni cinque”.
Siccome le uscite erano ingenti e, non essendo sufficiente la raccolta popolare, “con atto presso il Notar Antonino Bonincontro, sotto il 28 Luglio 1744, il Vicario D. Erasmo Maggiore ed i Cappellani D. Andrea Costa, D. Gaspare Catalano, D. Liberante Cannizzaro e D. Domenico Giunta si tassavano per onze 45 annue sulle primizie loro dovute per condurre a termine il Cappellone e il Campanile della Chiesa, che rimaneva ancora sotto il titolo di S. Sebastiano.
Questa somma fu sborsata dai predetti e dai loro successori fino al 1770 come si rileva da un documento della Curia di Catania in data 7 Giugno 1770”.
Una pietra della cantonata frontale del campanile ( 1746 X° ) ed un’altra in quella laterale ( SUMPTIBUS CAPPELLANORUM 1746 X IND ), testimoniano questo fatto e l’anno della realizzazione.
Quasi sicuramente il nuovo campanile fu costruito come continuazione di quello di S. Sebastiano: sostiene questa ipotesi l’opinione del dott. Ligotti per cui la parte inferiore, vecchia ed originale, mostra evidenti segni architettonici, nelle finestre a feritoia, riconducibili al XIII-XIV sec. Sempre il dott. Ligotti ci ha riferito che sul lato di Mezzogiorno del campanile, si notavano antichi mattoni su cui era dipinta un’immagine di S. Cristoforo.
(San Cristoforo è venerato come santo dalla Chiesa cattolica. Secondo la tradizione della Chiesa occidentale subì il martirio in Licia sotto Decio nel 250. Fu colui che avrebbe fatto attraversare un fiume ad un bambino, che poi si rivelò Gesù., portandolo sulle spalle.) 
Nella vecchia Chiesa Madre di Piazza Fratelli Messina, sebbene fosse in parte diroccata e non del tutto agibile, si continuavano a celebrare le Messe e le funzioni religiose, ma dal 1765 la chiesa fu chiusa al culto.
Nel 1745 il Vescovo di Catania fece compilare un inventario dei beni delle Chiese di Barrafranca. Apprendiamo che in questa chiesa, chiamata già Chiesa Madre, esistevano: l’altare del S.S. Sacramento, il Battistero, l’altare Maggiore, con il quadro grande di Maria S.S. della Purificazione, due statuette di S. Pietro e S. Paolo, un quadro piccolo di S. Maria del Rosario e un quadro piccolo di S. Maria libera nos a penis inferi; l’altare di S Sebastiano, con statua di stucco e quadro di S Maria della Grazia; a sinistra di questo altare una cappella senza altare con quadro di S. Agata; l’altare di S. Paolo con quadro; l’altare di S. Maria della Mercè con quadro; l’altare di S. Anna con quadro; l’altare di S. Michele Arcangelo con quadro grande; l’altare di S, Maria del Carmine con quadro; l’altare di S. Maria del Soccorso con quadro e l’altare della Pietà con quadro.
Vicino all’altare del Santissimo si trovava un tabernacolo di legno incassato nel muro con la statua di stucco del Crocifisso, coperto dal quadro del Crocefisso. Nella sacrestia oltre ad un quadro della Madonna del Carmine, era conservata “la tela grande col misterio della Passione,per la quaresima” (la famosa “tiledda”).
Come abbiamo detto prima, nonostante i lavori, la nuova chiesa era utilizzata: abbiamo notizia che il 1 Aprile 1754 vi fu fondata una Collegiata, sospesa fino a nuovo ordine dopo 40 giorni;
(Nella Chiesa cattolica con l'espressione Collegiata si intende una chiesa di una certa importanza, nella quale è istituito un Collegio o Capitolo di canonici, con lo scopo di rendere più solenne il culto a Dio).
che nel 1765 presso l’altare della Mercede don Giuseppe Anzaldo celebrava “messe legatizie”;
(messe che si celebrano dietro mandato)
e che nello stesso anno, essendo la Chiesa Grazia diroccata, il suo legatario don Pietro Salvaggio, diceva Messa in questa erigenda chiesa, dove era pure un quadro di Maria S. S. delle Grazie.
Nel 1775 furono completate le costruzioni principali ed essenziali e la nuova Chiesa Madre fu aperta ufficialmente al pubblico: era agibile la navata principale, con la sua imponente struttura architettonica, senza gli stucchi e gli ornamenti attuali.
Si dovevano costruire ancora, tra l’altro, il transetto e le navate laterali (utilizzando probabilmente lo spazio dei portici che dovevano forse fiancheggiare l’antica chiesa di S. Sebastiano); mancavano i prospetti della chiesa e del campanile (per il momento provvisori); bisognava lastricare il pavimento…
Il titolo parrocchiale della vecchia Chiesa Madre “Maria S.S. della Purificazione” passò così a questa e negli antichi atti è chiamata ora Parrocchia di S. Sebastiano, ora della Purificazione.
In altri documenti è indicata come “Chiesa di S. Sebastiano sotto il titolo di Maria S.S, della Purificazione”.
Nel 1784 il Comune contribuì alle spese per altri interventi riguardanti forse il transetto della chiesa, che era considerata la più importante di Barrafranca, tanto che nel 1821 vi fu seppellito il governatore ed amministratore della città, Dott. Vincenzo Bonfirraro.
Già nel 1797 per i bisogni dello Stato, fu requisito alla chiesa da Sua Maestà Borbonica un “lampiere” d’argento e nel 1848, per sopperire alle spese del Governo Rivoluzionario, fu donato un calice d’argento con relativa patena indorata.

Con il contributo del popolo, del Comune e dei cappellani, i lavori continuarono per tutto il 1800 intensificandosi in particolar nel 1830 , quando furono eseguiti l’attuale e maestosa facciata della chiesa prima e il prospetto del campanile dopo; nel 1844 e nel 1853 con la costruzione da parte del Comune delle due “navicole”; e nel 1872, quando il Comune stanziò una somma “per i tetti”.

Da un documento dell'Archivio di Stato di Enna apprendiamo che nel 1877 la cupola del campanile fu distrutta da un fulmine. Il sindaco di allora Antonino Mattina D'angelo e il Consiglio si attivarono per la ricostruzione, perché le "acque piovane arrecavano danni a quel grande edifizio". I lavori di urgenza furono completati "in economia" nel 1878, dopo che la Prefettura ne concesse l'autorizzazione. 
Nel frattempo i fratelli Signorelli (Vincenzo impareggiabile disegnatore e Salvatore valentissimo esecutore) ne coprivano l’interno con gli attuali splendidi stucchi.

Nel 1880 si cominciò a provvedere per la pavimentazione.
Le somme stanziate però non bastarono per tutta la pavimentazione in marmo e per completarla fu utilizzata la maggior parte del ricavato dalla vendita della “Chiesa Vecchia “ di piazza Fratelli Messina al Comune (documento del 1885, pubblicato da Bobò Centonze).
Da allora il Comune stabilì, per la manutenzione della nuova Chiesa Madre, un apposito stanziamento annuo, che fu protratto fino a tutto il 1913.
Nell’inventario del 1910, contenente le opere d’arte appartenenti alla chiesa, si legge: (Quadri grandi): Della Purificazione, Della Cintura, S. Paolo, Addolorata, Mercede (buon pennello), Del Carmelo; (Medi e piccoli): Il Battesimo di Gesù, S. Michele Arcangelo (in tela), La Via Crucis, quattro piccoli quadri di Santi in sacrestia e cinque ritratti di Sacerdoti, più l’effige del Crocifisso sovrapposta al Crocifisso, Statua di S. Sebastiano.
Diciotto anno dopo, il parroco Giunta nel suo libro su Barrafranca, nel descrivere la Chiesa Madre, elenca solo i quadri e le statue per lui degne di nota: la statua del Crocifisso, con la pittura che la copre, la Purificazione, la Mercede, la Pietà, la Consolata, S. Anna e il Battesimo di Gesù.
Le altre opere citate nell’inventario e non presenti nel libro del Giunta erano andate perdute, oppure il Parroco non le aveva ritenute degne di nota?
Ci stupisce che non abbia fatto cenno alla famosa Via Crucis, opera pregevole, citata dalle Guide e dalle pubblicazioni del tempo.

Di quella Via Crucis, si ha testimonianza visiva in una rara foto dell’interno della Chiesa Madre, risalente forse ai primi del 1900. Nella foto, oltre alla Via Crucis, si notano, a destra della navata centrale, il pulpito, in legno massiccio scolpito, con baldacchino, e dietro una pedana in legno, che serviva per le prediche meno solenni. Si scorge la balaustrata in ferro battuto e lavorato che separava il presbiterio dal resto della chiesa e si distinguono le colonne di colore scuro (forse di granito?).
Secondo la testimonianza orale del dott. Ligotti, fino al 1920 si potevano vedere due colonne di granito collocate tra l’angolo sinistro e la porta secondaria di via Ingria. Una di queste colonne fu adibita a “cilindro”; l’altra, dopo essere stata usata con la stessa mansione, fu trasportata nella zona del “Signore Ritrovato”.
La chiesa fu eretta a Parrocchia il 13 luglio 1911 dal Vescovo Mario Sturzo con la denominazione di “Maria S.S. della Purificazione”, ed essendo la chiesa principale del luogo, acquisiva il titolo di Chiesa Madre di Barrafranca; due anni dopo don Ferdinando Cinque, da sette anni Vicario Curato, fu nominato primo Parroco della nuova Parrocchia. Bisognava aspettare fino al 1 Aprile 1915, perché il re Vittorio Emanuele III concedesse il “regio assenso” alla erezione della Parrocchia.
Don Ferdinando Cinque resse la Parrocchia fino al 1934, quando fu destinato a Riesi come Parroco della Basilica Maria S.S. della Catena.

    Nei primi del 900 (nel 1909?) fu installato sul campanile dal quattordicenne Santo Scarpulla, aiutato da esperti venuti da Barcellona Pozzo Di Gotto (Me), sotto la diretta gestione del commissario prefettizio Giuseppe Càndia, un nuovo orologio da torre a quattro facciate, prodotto dalla Ditta “Fratelli Terrile fu Luigi” di Uscio (Genova) (Abbiamo notizia che il primo orologio era stato installato sul campanile da Giovanni Scarpulla  nei primi dell'800). In seguito Santo Scarpulla eseguì, con la collaborazione dello scalpellino Giuseppe Cavagrotte, la cornice che circonda il campanile intervallata ai lati da archi a tutto sesto per contenere gli orologi, e sormontata agli angoli da pilastri a tronco di piramide. I lavori completi furono inaugurati nel 1924 e fino al 1939 la manutenzione dell'orologio fu affidata ad Angelo Razza, meccanico comunale. In seguito la manutenzione passò al figlio Angelo Scordo, aiutato da Angelo Strazzanti. Nel dopoguerra  si occupò dell'orologio Francesco Bevilacqua e dopo di lui Angelo Strazzanti. Dopo un tentativo fallito di Filippo Bonaffini, molti sono stati coloro che hanno reso funzionante l'orologio, tra cui Angelo Strazzanti fino al 1992, quandò si guastò. Fu riparato dallo stesso Strazzanti aiutato dal fratelli Corso e funzionò fino ai primi del 2000. Da allora ha funzionato saltuariamente, riparato dai fratelli Corso e da Giuseppe Amore, ma allo stato attuale le sue lancette sono ferme.
Nuovo parroco della Chiesa Madre fu nominato don Luigi Giunta, già Vicario Economo dal 1923, ed autore del libro “Cenni storici su Barrafranca”, pubblicato nel 1928.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, nel 1943, in seguito allo sbarco degli Alleati in Sicilia, Barrafranca subì due bombardamenti aerei: il primo il 10 luglio, da parte dell’aviazione americana, e il secondo il 18 luglio da aerei tedeschi. In entrambi, fu colpita anche la chiesa Madre, che crollò in parte e subì gravi danni.
Come abbiamo scritto nella prima parte di questa Guida, i lavori di ricostruzione iniziarono tre anni dopo.
Tra l’altro, nel 1949 si cominciarono a rifare gli stucchi della navata sinistra.
Nell’archivio parrocchiale troviamo la relazione del geometra Salvatore Licata riguardante i lavori di riparazione eseguiti nel 1953 per interessamento del parroco don Luigi Giunta.
Furono riparati il frontino (trabeazione), il portone laterale, e le volte delle navate laterali, dell’altare Maggiore e degli altari laterali; furono eseguite l’intonacatura della volta centrale, la stuccatura della cupola centrale e la coloritura marmorea ad olio della colonne.
In seguito, sempre negli anni cinquanta, si intervenne anche sul complesso architettonico del lato destro esterno della chiesa, dietro il campanile, dove per mezzo di una gradinata, con in cima due pilastri laterali di pietra lavorata, si accedeva su un terrapieno, sul quale sorgeva l’ingresso con il portale laterale.
Questa caratteristica struttura architettonica fu chiusa con un muro, al centro del quale fu spostato il portale con il portone laterale; dallo spazio rimasto furono ricavate due stanzette e un piccolo salone al primo piano.
Nel 1962 fu istituito un Comitato per la raccolta presso i cittadini di fondi, che uniti alla somma stanziata dallo Stato, dovevano servire per il completamento dei lavori di ripristino degli ornati e di rifacimento degli stucchi mancanti di tutta la chiesa: l’esecuzione fu affidata, come abbiamo detto, a Giuseppe Puzzanghera.
Morto intanto il parroco don Luigi Giunta, nel 1966 gli successe mons. Giovanni Cravotta, già Vicario Cooperatore dal 1948.
Negli anni sessanta si continuò a modificare l’architettura esterna della chiesa con la costruzione di stanze sulle navate laterali e l’abbattimento dell’antica sacrestia, dove sorsero nuovi locali.
Nello stesso tempo all’interno, in seguito all’applicazione pedissequa dei dettami del Concilio Vaticano II conclusosi nel 1965, fu tolto l’altare Maggiore e, liberato il presbiterio dalla balaustrata in ferro, vi fu costruito un altare “coram populo”; furono smantellati gli scanni lignei del
coro e il prezioso pulpito in legno con baldacchino; furono eliminati molti altari laterali…
Altri lavori interni ed esterni furono eseguiti durante gli anni settanta, in particolare nel 1976 e nel 1977. Due anni dopo moriva prematuramente, a soli 54 anni mons. Giovanni Cravotta: nuovo parroco fu mons. Giuseppe La Verde (dal 1979 al 1994).
Gli scanni del coro, gli altari lignei della chiesa di S. Giuseppe, antichi candelabri ed altri arredi, conservati fino agli anni 80 nei magazzini della chiesa, sono andati perduti.
Dopo aver esposto le nuove informazioni da noi apprese riguardanti la chiesa durante gli anni antecedenti al 1984, data di stampa della prima edizione di questa Guida, prima di proseguire il nostro lavoro, riteniamo opportuno ricordare gli altri parroci che si sono succeduti nella Parrocchia: don Alessandro Bernunzo dal 1994 al 2007, don Alessandro Geraci dal 2008 al 2015, e dal 1 ottobre del 2015 don Giacomo Zangara.
Continuiamo i nostri aggiornamenti, presentando le modifiche apportate alla chiesa dal 1984 al momento attuale.
All’esterno sulla punta del timpano del prospetto principale, al posto dell’antica croce ritenuta troppo pesante, nel 2009 ne è stata collocata una nuova in ferro, che non regge il paragone con quella originale, in ferro battuto e lavorato, appesa attualmente in una parete della piccola piazza, sorta al posto della chiesa di S Giuseppe e riqualificata nel 2002.
La chiesa di S. Giuseppe dopo essere stata chiusa, perché pericolante, fu demolita (1978-1979) in seguito ad un accordo tra l’amministratore diocesano mons. Giovanni Faraci e il sindaco di allora Salvatore Faraci : il Comune demoliva la chiesa per farne una pubblica piazza (chiamata nel 2012 piazza S. Giuseppe) e in cambio cedeva un pezzo di terra per costruirvi la nuova chiesa “La Sacra Famiglia”.
Agli anni 80 risale l’ultima pulitura della facciata, che presenta ancora nell’ala laterale di destra l’impronta di un orologio a "meridiana" dei primi del 1900. Questa meridiana fu distrutta dal bombardamento del 10 luglio 1943.
Nel 1995 la Soprintendenza di Enna provvide al restauro esterno del campanile, il quale con il prospetto fu illuminato artisticamente nei primi anni del 2000.
Entrando dal portone centrale, rimesso a nuovo insieme ai portoni laterali nel 2009 da Alessandro Strazzanti, notiamo una grande bussola in legno, utile a proteggere l’interno dai rumori del traffico; davanti alle entrate laterali sono poste altrettante bussole, fatte negli anni ‘80 dalla ditta Sottile-Geraci di Barrafranca.
Nel nartece interno, in cima al frontone sopra il portone centrale si trova una composizione in stucco, dove predominano i simboli delle tre virtù teologali e campeggia al centro la scritta: POPULI SUMPTIBUS VINCENTII SIGNORELLI STUDIUM HOC TEMPLUM ORNAVIT.
Sempre nel nartece, notiamo che nella nicchia di destra, durante l’ultimo collocamento dell’acquasantiera sul “capitello bizantino”, non si è badato a centrare lo stemma indecifrabile, che risulta girato a sinistra.
Passando alla navata di destra (rinfrescata e reintegrata nel 2010 da Alessandro Giuliana ed Alessandro Gulino), prima del portone laterale, nell’angolo era collocato un fonte battesimale di marmo, donato alla chiesa alla fine degli anni 60 da Lucia Strazzanti. (Il fonte è stato tolto nel 2011).
In alto al centro dell’arco un cartiglio di stucco reca la scritta:
LAUDATE EUM DOM= IN CHORDIS ET ORGANO Psal: CL B: Ver.4 scoperta dopo l’intervento del 2010 sotto la precedente: CELEBRA IL SIGNORE O TERRA TUTTA Sal. 9 9,2 (66,1).
Dopo la bussola laterale, vediamo che nel 2003 è stato ricostruito l’altare in marmo di Santa Teresa.
Sopra la mensa si nota una piccola nicchia che racchiude un reliquiario in argento contenente una reliquia della Santa. Sotto, al centro del piccolo ciborio, un bassorilievo con i simboli della Santa e con il motto: L’AMOR CON L’AMOR SI PAGA.
In alto, sopra la nicchia con la statua in gesso e cartapesta acquistata negli anni 30 dalla Società Anonima “Rosa Zanazio & C.” di Roma, un cartiglio reca la scritta: SANTA TERESA DI GESU’ BAMBINO E DEL VOLTO SANTO.
(Santa Teresa di Lisieux (1873-1897) fu suora carmelitana e mistica francese. Nota come S. Teresina, per distinguerla da S. Teresa d’Avila, è patrona dei Missionari ed insieme a Giovanna d’Arco, patrona di Francia.)
Sotto la tela della Madonna della Mercede, appesa nell’arco successivo notiamo un confessionale antico in legno lavorato, recuperato dalla chiesa di S. Giuseppe e collocato nel 2009 al posto di quello in muratura degli anni 80.
Ai piedi della pala è scritto il seguente distico:
Mercedis titulum fundasti, Anzalde, Mariae
Mercede hac igitur solvis abunde polum
1693
Tradotto dal Parroco Giunta:
Rizzar de la Mercè l’ara tua sorte
Fu, o Anzaldo, e di Maria per la mercè
Aprì abbastanza le celesti porte
1693
(Il dipinto rappresenta al centro la Madonna con il manto bianco dei Mercedari, raccolto da un fermaglio con lo stemma di Aragona. Inginocchiato a sinistra, S. Pietro Nolasco, fondatore del Mercedari, il quale indossa l’abito bianco dell’Ordine, donatogli dalla stessa Vergine. Lo stemma, portato sull’abito e riprodotto sul vessillo, è quello di Aragona, concesso dal re Giacomo I, quando l’Ordine dei Mercedari fu fondato nel 1218 a Barcellona.
Il santo in piedi a destra, potrebbe essere S. Giovanni dei Sacramenti, oppure, ipotesi più probabile, S. Pietro Pascanio, vescovo e martire, devoto dell’Eucarestia.)
La tela è stata consolidata, pulita e reintegrata da Grazia Marchì nel 2002.
Una copia di questo dipinto, di inferiore qualità artistica, si trova presso la Cattedrale di Piazza Armerina; un’altra è collocata nella Chiesa Madre di Mazzarino.
Nel terzo arco della parete destra, dopo il restauro eseguito da Silvano Bonfirraro nel 1993, è stato esposto il dipinto della Madonna del Rosario di Domenico Provenzani, un artista siciliano nato nel 1838, discendente dal grande Domenico Provenzani (1736-1794) di Palma di Montechiaro.
La tela, proveniente dalla vicina Chiesa di S. Giuseppe, reca scritto in oro come ornamento della scollatura della veste di Maria: ROSARIO; sul piedistallo del trono: AVE MARIA; in basso al centro: VIVA MARIA S.S.ma DI POMPEI, e a sinistra, a stento leggibile, la firma e la data di esecuzione 1899.

Nel 2015 sono state applicate sulla testa della Madonna e del Bambino due corone in argento.
(Il dipinto è una delle tante versioni del quadro, attribuito alla scuola di Luca Giordano, del Santuario di Pompei, fondato nel 1876 dal beato Bartolo Longo e dalla contessa Marianna de Fusco.
L’origine del culto della Madonna del Rosario, raffigurata per lo più con i santi domenicani S. Domenico Guzman e S. Caterina, è stata attribuita all’apparizione di Maria a S. Domenico Guzman, appunto, nel 1208 a Prouille, nel primo convento da lui fondato.)
Sul frontone dell’arco che introduce nel transetto di destra è collocato un cartiglio con la scritta:
Paral. Libro II - ET AIT: “OCULI QUOQUE MEI ERUNT APERTI ET AURES MEAE AD ORATIONEM EIUS QUI IN LOCO ISTO ORAVERIT – Cap.7. V.12 (15), (scoperta dopo la ristrutturazione del 2010, sotto l’altra LA MIA CASA SARA’ CASA DI PREGHIERA Lc 19-46), mentre sul frontone opposto dello stesso arco, nel transetto, un altro cartiglio reca scritto: VERE NON EST HIC ALIU(D) NISI DOMUS DEI Gen. Cap.XXVIII Vers.17.
Passando nel braccio destro del transetto, troviamo l’altare del Crocifisso, con il reliquiario splendente di oro e d’argento.
Alla Chiesa di S. Sebastiano apparteneva la statua in stucco del SS. Crocifisso, al quale i confrati nel 1662 vollero erigere una nuova cappella.
In un inventario del 1745, in pieno svolgimento dei lavori di costruzione della nuova Chiesa, si legge questa descrizione: “Vicino l’altare del SS. Sacramento si ritrova un tabernacolo di legname indorato infossato nel muro con l’immagine del SS. Crocifisso posta dentro, di rilievo di stucco ed innanzi il quadro di pittura di detto Crocifisso, con cielo dentro di damasco rosso”.
Era questa forse la collocazione del Crocifisso nella chiesa di S. Sebastiano, riproposta nella nuova Chiesa Madre, con l’aggiunta dell’altare e nel 1795 del reliquiario in legno, coperto dal “quadro di pittura” ritagliato a forma di croce, per rendere più visibile il nuovo reliquiario?
Durante l’invasione delle locuste, che dal 1689 al 1711 flagellarono il nostro paese, furono portati in processione dal popolo la compatrona Maria S.S. della Stella e il Crocifisso di S. Sebastiano. Lo stesso avvenne nel 1710, per la siccità che minacciava il raccolto.
La statua in stucco e cartapesta del Crocifisso fu restaurata nel 1988 dal prof. Angelo Cristauro di Acireale.
Nel 2007 fu la volta della rimessa a nuovo, da parte di Lillo Magro di Delia, del prezioso reliquiario, e per consentirne la visione completa, fu rifatta ed abbassata l’altare di marmo.
Nello stesso tempo furono ricomposte tutte le reliquie e fu pulito il dipinto del Crocefisso a forma di croce, prima poco visibile.
Un nuovo intervento di riparazione e di restauro alla statua del Crocifisso, rovinata durante la processione del Venerdì Santo del 2012, si ha avuto nel 2013 sempre da parte del prof. Angelo Cristauro.

La statua di cartapesta dell’Addolorata posta negli anni 80 a sinistra dell’altare del Crocefisso, risale agli anni 30.
Nel 1995 Giuseppe Puzzanghera rinnovò di nuovo gli stucchi della cappella del Sacro Cuore, rovinati da infiltrazioni d’acqua; un altro rifacimento ha avuto luogo nel 2011, a cura di Alessandro Giuliana ed Alessandro Gulino.
Questa cappella, che reca in alto in un cartiglio un arco con due frecce (simboli del martirio di S. Sebastiano), doveva essere probabilmente dedicata al Santo al tempo dell’esecuzione degli stucchi e la nicchia doveva contenere la statua di S. Sebastiano, citata nell’inventario del 1910.
Abbiamo appreso che nel dopoguerra vi era collocata l’attuale statua di Santa Teresa In seguito, non sappiamo quanto, fu trasformata in cappella del Sacro Cuore con la vetrata del Cuore di Gesù al centro della raggiera. in alto (Non si ha notizia dell’antica statua di S. Sebastiano, che è andata perduta).
Avviandoci verso il presbiterio, notiamo che è stato ingrandito e che l’altare postconciliare è stato rifatto in marmo nel 2002 e spostato più avanti. Ai lati sono posti un ambone e un fonte battesimale in legno della metà degli anni 90.
Anche l’altare Maggiore è stato ricostruito nel 2001 in marmo dalla ditta Calabrese di Barrafranca.
A noi sembra che questo nuovo altare, il quale vorrebbe essere la copia di quello antico, non regga il confronto con l’originale, per la differente finezza dell’esecuzione e per la scelta non simmetrica delle venature delle lastre frontali.
Al centro è stato inserito un tabernacolo degli anni 90 con la porticina impreziosita da un bassorilievo dorato ed argentato rappresentante la Cena di Emmaus.
Sulla parete destra del presbiterio sotto il quadrone con il bassorilievo di “Elia nel deserto” è scritto: ALZATI E MANGIA, PERCHE’ TI RIMANE DA COMPIERE UN LUNGO CAMMINO ( 1 Re, XIX . 8); mentre il quadrone di fronte, con il bassorilievo di Marta e Maria, reca scritto: UNA SOLA COSA E’ NECESSARIA: MARIA HA SCELTO LA PARTE MIGLIORE , CHE NON LE SARA’ TOLTA (Lc. X , 42).

(Secondo quanto si legge nei libri dei Re, Elia fu un grande profeta. Ultimo fedele al Dio di Abramo, sfidò e vinse i profeti del dio Baal sul monte Carmelo: qui, dopo che essi furono svenuti, dimostrò la potenza di Dio accendendo, con la preghiera, una pira di legna verde e bagnata. Dopodiché, presso il torrente Kison, scannò tutti i 450 sacerdoti di Baa. Fuggì sul monte Oreb, presso il quale gli porgeva cibo un angelo (scena del bassorilievo), e dove parlò con Dio. Chiamò Eliseo a seguirlo ed a essere il suo successore. Infine venne rapito in cielo con «un carro di fuoco e cavalli di fuoco»
Il bassorilievo di “Marta e Maria” narra di quando Gesù, durante il viaggio, si fermò nella casa di Marta. Ella aveva una sorella di nome Maria la quale si prostrò ai piedi di Gesù per ascoltare la sua parola; Marta, distratta dalle faccende di casa, si lamentò con il Signore della sorella che la lasciava sola a lavorare. Questi allora rispose: "Marta, Marta, tu ti inquieti e ti preoccupi di troppe cose, mentre poche ne servono e una sola cosa è necessaria. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta".)
Rivolgiamo ora la nostra attenzione all’ancona della Purificazione, che domina l’altare Maggiore. La pala apparteneva all’antica Chiesa Madre, ma nel 1745 era già stata trasportata nella nuova Chiesa, anche se i lavori non erano stati completati, notizia che si evince dall’inventario redatto dal vescovo di Catania in quell’anno.
La pittura era molto rovinata intorno al 1928, ai tempi del parroco Giunta, che riteneva il quadro “molto antico per cui si rilevano solo alcuni lineamenti, Si rileva ancora il volto della Madonna…” Il secondo intervento di pulitura e di ritocco, eseguito da una restauratrice di Enna nel 2009, ha reso un po’ più visibile e fruibile l’insieme della figure rappresentate.
Di alta qualità formale e poetica è la donna con bambino in primo piano, rappresentata in tutta la sua dimensione statuaria, avvolta nelle ampie pieghe del mantello a larghe campiture di colore bianco. Qui, principalmente dall’uso inconfondibile della luce, traspare da parte dell’autore la conoscenza e l’influenza della pittura del Caravaggio.
Per quanto riguarda l’attribuzione, l’ultimo intervento di pulitura ha rilevato un livello di pittura non troppo alto nell’insieme delle figure e dello sfondo, mentre, come abbiamo scritto in precedenza, la figura della madre col bambino in primo piano si presenta di alta qualità artistica, degna del Paladini.
Di quest’opera il Nicotra così scrive: “Nella chiesa madre vi è un bellissimo quadro rappresentante La Purificazione di Maria, opera di Cateno Gueli, di Montereale”; mentre il Giunta: “Nella monografia su Barrafranca compilata dal Signor Pasquale Guarneri e riportata dal dizionario del Nicotra è dato per opera di Cateno Gueli di Montereale. Per conto mio ignoro la fonte di questa notizia”.

Nel 2015 la pala è stata inspiegabilmente rovinata con l'applicazione di corone sul capo della Vergine e del Bambino.
(Il dipinto rappresenta la Presentazione al Tempio di Gesù, prescritta dalla Legge giudaica per i primogeniti maschi; la festa cade il 2 febbraio ed è popolarmente chiamata della “Candelora”.
La festa è anche detta della Purificazione di Maria, perché, secondo l'usanza ebraica, una donna era considerata impura per un periodo di 40 giorni dopo il parto di un maschio e doveva andare al Tempio per purificarsi: il 2 febbraio cade appunto 40 giorni dopo il 25 dicembre, giorno della nascita di Gesù.)
Scendendo dal presbiterio, nel transetto di sinistra anche la cappella della Madonna del Carmelo, in posizione simmetrica a quella del Sacro Cuore, è stata rinnovata nel 1995 da Giuseppe Puzzanghera.
Questa cappella, dedicata alla Madonna ai tempi dell’esecuzione degli stucchi da parte dei fratelli Signorelli, in alto infatti reca un cartiglio con la scritta AVE MARIA, conteneva forse dai primi del 900 la statua del Sacro Cuore ed dagli anni 60 quella attuale della Madonna del Carmelo.
(La Vergine con il Bambino reca in mano lo scapolare, detto comunemente “abitino”, che il 16 luglio 1251 consegnò a S. Simone Stock, priore generale dell’ordine Carmelitano, come segno di salute e di salvezza.)
Nelle chiesa esisteva anche altri due dipinti della Madonna del Carmelo, uno citato nell’ inventario del 1745 e l’altro eseguito nel 1837.presente nell’inventario del 1910, ma non menzionato dal parroco Giunta.
Abbiamo notizia che esisteva un altare della Madonna del Carmelo, nella vecchia Chiesa Madre di Piazza Fratelli Messina.
Il dipinto sull’altare di fronte a quello del Crocifisso rappresenta La Madonna della Cintura (detta dal Parroco Giunta “Consolata”, a meno che non si riferisca ad un altro quadro).

Il recente restauro del 2010, ad opera una restauratrice di Enna, ha rivelato che l’opera è stata eseguita su un altro dipinto più antico probabilmente dello stesso soggetto, di cui non abbiamo notizia. Questo fatto avveniva principalmente quando una tela era talmente rovinata, da essere interdetta.
Il parroco Giunta scrive che il quadro non è presente nell’inventario del 1745 (forse perché tanto danneggiato, da essere tolto dalla chiesa), ma lo ritrova accennato nel 1777, poco tempo dopo la fine dei principali lavori di costruzione della chiesa (forse quando fu ridipinto).
Desideriamo precisare che nell’inventario del 1745 si parla di un altare di S. Maria del Soccorso con quadro: si riferiva forse a questo dipinto?
(La devozione alla Madonna della Cintura nacque, secondo la tradizione, dal desiderio di S. Monica (331- 387), madre di S. Agostino (354-430), di imitare la Madonna anche nel modo di vestire: Monica infatti avrebbe chiesto a Maria di farle conoscere in che modo si sarebbe vestita dopo la morte di S. Giuseppe e, soprattutto, come vestiva dopo l’ascesa al cielo di Gesù. Benevolmente la Vergine si rese visibile a S. Monica con una veste dal taglio semplice, di colore scuro, raccolto ai fianchi da una cinta di cuoio che scendeva fino a lambire il terreno. Durante la visione la Madonna la invitò a vestirsi in modo simile e, slacciatasi la cintura, la porse a Monica, che si promise di portarla sempre.
Fra i primi ad approfittare di questa opportunità fu proprio S. Agostino, la cui cintura divenne uno dei tratti distintivi dell’ordine degli Agostiniani.)
Passando nella navata di sinistra, sul frontone dell’arco notiamo un cartiglio con la scritta: Paral: L: II APPARUIT…(SAL.) DOMINUS NOCTE ET AIT: AUDIVI ORATIONEM TUAM ET ELEGI LOCUM ISTUM MIHI IN DOMUM SACRIFICJ Cap: 16 Vers: 12., scoperta dopo il recente ripristino, sotto la scritta anteriore rimossa:…..
Nel 2010 infatti sono stati ripristinati gli stucchi di questa navata da Alessandro Giuliana ed Alessandro Gulino, i quali hanno anche rifatto in marmo l’altare di S. Giuseppe e rimodellata la nicchia contenente dagli anni 80 la statua del Santo, ridipinta maldestramente nel 2011.

Mancano a questa statua l’antico cuore d’argento e la vecchia collana con medaglione, rubati nel 1974.
(Il culto di san Giuseppe, padre putativo di Gesù e simbolo di umiltà e dedizione, ha avuto in Occidente una marcata risonanza solo attorno all'anno Mille.
La Chiesa cattolica ricorda san Giuseppe il 19 marzo con una solennità a lui intitolata. In alcuni luoghi (ad esempio in Vaticano, ma non in Italia) è festa di precetto. I primi a celebrarla furono monaci benedettini nel 1030, seguiti dai Servi di Maria nel 1324 e dai Francescani nel 1399. Venne infine promossa dagli interventi dei papi Sisto IV e Pio V e resa obbligatoria nel 1621 da Gregorio VI)
In corrispondenza dell’altare, sul muro esterno di sinistra, è stata collocata una lapide con inciso: CAPPELLA DI MARIA ADDOLORATA EDIFICATA PER COOPERAZIONE DELLA CONFRATIA E POPOLO; sotto la lapide una pietra reca la data 1888.
Abbiamo notizia di una tela grande della Pietà, citata nell’inventario del 1745, (l’Addolorata dell’inventario del 1910?), e descritta dal parroco Giunta nel 1928, la quale probabilmente doveva essere posta in questo altare.
E’ certo, come attesta la lapide, che questa era prima la cappella dell’Addolorata, la cui nicchia ospitava fino agli anni 80 la statua, posta ora accanto all’altare del Crocefisso.
Attualmente nella chiesa non c’è traccia del dipinto della Pietà.
(La devozione alla Vergine Addolorata si sviluppò a partire dalla fine dell’XI secolo, con un primo cenno alle celebrazioni dei suoi 5 gaudi e dei suoi cinque dolori, simboleggiati da 5 spade, anticipatrici della celebrazione liturgica istituita più tardi. Questa devozione, tra le popolazioni mediterranee, è tra quelle più sentite tra i culti mariani, forse perché la Vergine è mostrata nella sua condizione più umana. La Sicilia è sicuramente la regione in Italia più importante per il culto dell'Addolorata.)
Nell’arco successivo, è stata posta di recente un’edicola in legno lavorato, a modo di teca con vetri, contenente le piccole statue in cartapesta di S. Anna e la Madonna Bambina, proveniente dalla Chiesa del Monastero di S. Benedetto probabilmente risalente al periodo in cui le suore di S. Anna abitarono il Monastero.

In alto è appeso il quadro di S. Anna, citato nell’inventario del 1745, ma non in quello del 1910. L’opera, reputata dal parroco Giunta molto più antica del 1745, perché presentava “molteplici abrasioni, a cui recentemente mano inesperta voleva riparare”, nel 2002 è stata consolidata e pulita da Grazia Marchì.
(S. Anna ( Gerusalemme, I sec. a. C.– ...) è considerata dalla tradizione cristiana la moglie di Gioacchino e la madre di Maria Vergine . La Chiesa cattolica con papa Sisto IV ne ha fissato la data della memoria liturgica al 26 luglio. La santa è invocata come protettrice delle madri e delle partorienti. Anche S. Gioacchino è venerato come santo dalla Chiesa.
I genitori di Maria non sono mai nominati nei testi biblici canonici; la loro storia fu narrata per la prima volta negli apocrifi Protovangelo di Giacomo e Vangelo dello pseudo-Matteo, per poi arricchirsi di dettagli agiografici nel corso dei secoli, fino alla Legenda Aurea di Jacopo da Varagine.
Nel grande dipinto di S. Anna il parroco Giunta identifica anche S. Ignazio, probabilmente S. Ignazio di Loyola, (Loyola, 24 dicembre 1491 – Roma, 31 luglio 1556), che fu il fondatore della Compagnia di Gesù (Gesuiti) Nel 1622 è stato proclamato santo da papa Gregorio XV.)
Passando all’altare di S. Rita, notiamo che è stato rifatto in marmo nel 2004 nello stesso stile di quello di fronte, dedicato a S. Teresa.
La statua lignea della Santa risale al 1940, come attesta la lapide posta sulla lesena, a sinistra dell’altare: PER VOTO E GRAZIA RICEVUTA LA SIGNORA RUVOLO ASSUNTA OFFRE 1940-XIX-E-F.
Una targa alla base della statua reca scritto: “Casa Madonna-Stabilimento Arte sacra CRISTIANO DELAGO fornitore pontificio ORTISEI (S. Ulrico) (Val Gardena)”.
(S. Rita da Cascia (1381-1447) fu monaca agostiniana ed è chiamata dai suoi devoti “la santa degli impossibili”),
Rivolgendoci verso la Cappella battesimale, prima coperta da una tenda e chiusa da un cancello, recuperato dall’antica balaustra, scorgiamo sulla sommità dell’arco un cartiglio con la scritta: CHI CREDERA’ E SARA’ BATTEZZATO SARA’ SALVO. Mc. XVI-16.

Fino agli anni 60 la cappella conteneva un fonte battesimale in pietra del 1600, non sappiamo se recuperato dalla chiesa di S. Sebastiano o dalla Matrice Vecchia. Questo fonte, conservato per molto tempo in alcuni locali prestati alla chiesa, verso i primi del 2000 fu prelevato e portato altrove…
Nel 2011 gli stucchi della cappella sono stati rinnovati da Alessandro Giuliana ed Alessandro Gulino.
Nel frattempo nella cappella è stato ricollocato l’antico fonte in pietra, che è stato recuperato e posto su un piedistallo appositamente ricostruito.
L’altare frontale è stato rifatto in marmo con colori troppo vivaci e non in gesso dipinto a finto marmo, come era l’originale, e questo, a nostro parere, contrasta con l’austerità e l’essenzialità del fonte.
Il dipinto del Battesimo di Gesù è stato pulito e reso più visibile. (Non c’è traccia però della data 1784, citata dal parroco Giunta, il quale reputa quest’opera una copia d’un lavoro dell’Orcagna, tesi improbabile per la diversità di stile, in quanto l’Orcagna visse ed operò nel 1300). Nel 2012 la tela è stata ulteriormente consolidata e pulita.
Avviamoci verso il portone principale e da questa posizione soffermiamoci a guardare i grandi dipinti ad olio della volta centrale, rappresentanti i Misteri Gaudiosi.
Dopo il quadrone vuoto sulla cantoria, il primo Mistero Gaudioso “L’annunciazione dell’Angelo a Maria Vergine” reca scritto: EMMA DA S. CATALDO 1965; segue il secondo “La visita di Maria Santissima a S. Elisabetta” con scritto: GIUSEPPE PUZZANGHERA;
(La Visitazione della Beata Vergine Maria è una festa liturgica della Chiesa cattolica che si celebra il 31 maggio. Essa ricorda la visita che Maria Vergine fece a sua cugina Elisabetta subito dopo avere ricevuto l'annuncio (Annunciazione) che sarebbe diventata Madre di Gesù per opera dello Spirito Santo. Dopo l'annunciazione e ricevuto lo Spirito Santo, Maria si recò da Nazaret in Galilea a trovare Elisabetta in Giudea, in una città tradizionalmente ritenuta Ain-Karim situata 6 km ad occidente di Gerusalemme. Quando Maria giunse nella casa di Zaccaria, Elisabetta lodò Maria per essere stata disponibile al progetto di Dio. In risposta alla lode, la Vergine Maria espresse il ringraziamento a Dio attraverso quello che è conosciuto come il "Magnificat" riportato dall'evangelista Luca e denso di reminiscenze bibliche. Maria rimase con Elisabetta circa tre mesi, cioè fino alla nascita di suo nipote Giovanni, il futuro Battista)
il terzo Mistero “La nascita di Gesù nella capanna di Betlemme” con: GIUSEPPE PUZZANGHERA.
(La descrizione della nascita o natività di Gesù (o soltanto Natività, per antonomasia) è contenuta nei vangeli secondo Matteo e secondo Luca oltre che nel Protovangelo di Giacomo. Entrambi i vangeli raccontano inoltre della nascita al "tempo di re Erode", riferiscono il nome dei genitori (Maria, promessa sposa di Giuseppe) e attribuiscono il concepimento verginale all'opera dello Spirito Santo. Le due narrazioni differiscono invece riguardo alle motivazioni per cui Gesù sarebbe nato a Betlemme, agli annunci dell'angelo e alle ragioni per cui la famiglia si recò a Nazaret dopo la nascita. Le differenze tra le due narrazioni sono così rilevanti, che gli studiosi ritengono che queste siano uno degli indizi della redazione indipendente dei due vangeli (la cosiddetta Teoria delle due fonti). La tradizionale datazione della nascita all'anno 1 a.C. è con ogni probabilità un errore compiuto nel VI secolo dal monaco Dionigi il Piccolo. Oggi la maggior parte degli studiosi colloca la nascita di Gesù tra il 7 e il 6 a.C. L'istituzione della festa liturgica del Natale, come ricorrenza della nascita di Gesù, e la sua collocazione al 25 dicembre risale al III-IV secolo).
In seguito è rappresentato non il quarto, ma il quinto Mistero Gaudioso “Il ritrovamento di Gesù Tempio”, con la scritta: EMMA 1965 G.
(Il Ritrovamento di Gesù al Tempio, anche chiamato Gesù tra i Dottori, è un episodio narrato nel Vangelo di Luca (2,41-50). Rappresenta l'unico episodio descritto dai vangeli circa la tarda infanzia di Gesù. Gesù dodicenne si intrattenne nel tempio di Gerusalemme con i dottori della Legge, all'insaputa dei genitori che lo ritrovarono dopo tre giorni.)
La sequenza dei Misteri Gaudiosi è interrotta dall’arco trionfale, che contiene un nastro di stucco con al centro la scritta: VERE DOMINUS EST IN LOCO ISTO, a sinistra “Rifacimento della navata centrale” e a destra “Progetto e manifa.ra G. Puzzanghera”
Il quadrone con il quarto Mistero Gaudioso “La presentazione di Gesù al Tempio” si trova, invece, sulla volta del presbiterio, perché dà il titolo alla Parrocchia; sul dipinto è scritto: EMMA GIUS. da S. CATALDO FECE 1962
La volta del transetto di destra contiene il quadrone del terzo Mistero Doloroso “L’incoronazione di spine”, con la scritta: EMMA G. da S. CATALDO 1963; mentre quello della volta del transetto di sinistra è vuoto.
(La coronazione di spine (o incoronazione di spine) è un episodio della vita di Gesù narrato nei Vangeli di Matteo (27:29), Marco (15:17) e Giovanni (19:2). La corona di spine è la corona con cui, secondo i testi sacri, fu incoronato Gesù, poco prima della sua condanna a morte, per mano dei soldati romani.)
Nel 2011 è stata recuperata e ripristinata la Via Crucis composta da stampe, risalenti intorno agli anni 50’, alle quali le antiche cornici in legno sono state sostituite con altre recenti lavorate ad edicole da Alessandro Faraci di Barrafranca. Questa Via Crucis ha preso il posto della precedente a bassorilievo in bronzo dorato degli anni 80’.
Successivamente è stata aggiunta la stampa recente della quindicesima stazione: La Resurrezione.
Verso la fine dello stesso anno sono state rifatte le finestre del cleristorio, e sono stati sostituiti i lampadari in vetro, risalenti alla fine degli anni 60, con dei nuovi in legno dorato, ritirati da una Ditta di Delia.
Nel 2013 i pannelli del pulpito di Carmelo Musolino del 1906, sono stati adattati da Alessandro Faraci a formare un ingombrante ambone. Possiamo così ammirare gli intagli del legno rappresentanti tra l’altro l’Ancora, la Croce e l’Ostensorio, simboli delle tre virtù teologali. L’ambone è stato collocato alla destra dell’altare postconciliare, consacrato e dedicato insieme alla chiesa il 3 febbraio dello stesso anno.
Nel 2014 il tronetto episcopale posto a sinistra del presbiterio è stato completato da una parete di sfondo in legno realizzata dal sac. Benedetto Mallia e da Gino Patti.
Durante la fine del 2014 e l'inizio dell'anno 2015 le vecchie bussole sono state sostituite da nuove bussole classicheggianti, eseguite da Alessandro Faraci, le quali richiamano i colori, i modi e lo stile degli stucchi del Signorelli. Anche se esteticamente accettabili, sono a nostro parere, meno pratiche delle precedenti.

 

Gaetano Vicari: GUIDA ALLE PRINCIPALI CHIESE DI BARRAFRANCA ed ai loro tesori nascosti CON AGGIORNAMENTI dal 1984 ad oggi-BIBLIOGRAFIA

BIBLIOGRAFIA

 Almae Siciliensis Provinciae Ordinis Minorum Conventualium S. Francisci…A Patre Magistro Philippo Cagliola a Melita…- Venezia 1644
 Inventario della sacra visita della Chiesa Madre e filiali e Monastero…di Barrafranca – Catania 1745
 Lexicon Topograficum Siculum …Studio et Labore S.T.D.D. Viti M. Amico et Statella Ordinis S. Benedicti…- Palermo 1757
 Fra’ Dionigi: Relazione critico-storica della prodigiosa invenzione d’una immagine di Maria Santissima chiamata comunemente “della Cava di Pietrapercia” Val di Noto 1776
 Inventario…dei santi suppellettili della venerabile Chiesa Maria Santis.ma della Grazia – Barrafranca 1790
 F. Nicotra: Dizionario illustrato dei Comuni siciliani – Palermo 1907
 Sac. L. Giunta: Brevi cenni storici su Barrafranca – Caltanissetta 1928
 A Li Gotti: Note sulla Chiesa di S. Niccolò “in territorio Commecini” – Palermo 1955
 F. Minissi: Aspetti dell’architettura religiosa del Settecento in Sicilia – 1958
 A. Li Gotti: Notizie su Convicino (l’Hibla Galatina Sicula, la Colloniana Romana), detta poi Barrafranca, attraverso nuovi documenti (1091 – 1529) - Palermo 1958
 A. Li Gotti: La penetrazione cristiana nella zona di Barrafranca, Piazza, Pietraperzia e Mazzarino secondo le recenti scoperte – Palermo 1965
 Enciclopedia Universale dell’Arte – Istituto per la collaborazione culturale - Venezia, Roma 1967
 Sac. G. Giuliana: La diocesi di Piazza Armerina – Caltagirone 1967
 M. Cinotti: Arte del Rinascimento, Barocco e Rococò – Novara 1969
 Enciclopedia Universale Seda dell’Arte Moderna – Milano 1969
 E. Boaga: La soppressione innocenziana dei piccoli conventi in Italia – Roma 1971
 C. Munari: Arte Moderna – Novara 1973
 Enciclopedia dell’Arte Garzanti – Milano 1973
 Dizionario Enciclopedico Bolaffi dei Pittori e degli Incisori italiani – Torino 1976
 A. M. Astuto: Il Settecento Architettonico a Barrafranca e Pietraperzia – Catania 1976
 S. Licata – C. Orofino: Barrafranca Storia – Tradizioni – Cultura popolare – Enna 1980
 A. D’Aleo: Mazzarino e la sua storia – Caltanissetta 1980
 F. Campagna Cicala: Caravaggio in Sicilia il suo tempo, il suo influsso – Palermo 1985
 D. Aleo – G. Vicari: La grande eredità Viaggio attraverso le tradizioni della Settimana Santa nel cuore della Sicilia Fede e Folklore a Barrafranca – Caltanissetta 1986
 C. Orofino: Ricordanze fotografiche barresi – Pietraperzia 1986
 S. Ciulla: Barrafranca negli anni Trenta – Caltanissetta 1987
 B. Centonze: Federico II di Svevia e Bianca Lancia da Mazzarino Splendori, luci ed ombre dell’entroterra di Sicilia con note di araldica – Palermo 1992
 J. Hurè: Storia della Sicilia Dalle origini ai nostri giorni – S. Giovanni La Punta 2000
 A. Cacciato, M. Campo, P. Russo, V. U. Vicari: Diocesi di Piazza Armerina Evento Giubileo – Caltagirone 2000
 S. Vaiana: Una storia siciliana tra Ottocento e Novecento-Lotte politiche Sociali, brigantaggio e mafia, clero e massoneria a Barrafranca e dintorni –Palermo 2000
 F. Salvaggio: Il culto di Maria S.S. della Stella a Barrafranca – Barrafranca - 2000
 A. Scarpulla: C’era una volta e c’è ancora Barrafranca Contributo alla Storiografia di Barrafranca antica – Rimini 2001

-V. R. Piombino: L'orologio dei ricordi-Barrafranca 2007
 D. Aleo: Dimenticare non si può Padre Cravotta – Barrafranca 2010
 P. Giuliana: La Chiesa di Piazza Armerina nel Novecento- Figure del clero - Caltanissetta 2010
 Wikipedia (Enciclopedia online)

L’autore ringrazia i parroci G. Bonfirraro, L. Faraci, A. Geraci, S. Nicolosi, L. Tambè e G. Zafarana, padre V. Palermo, i sacerdoti L. Crapanzano e B. Mallia, l’ins. G. Orofino, il prof. D. Aleo, il prof. C. Flammà e in particolare l’illustre studioso di fama internazionale dott. A. Ligotti per la gentile collaborazione.