7 Settembre 2008: Cerimonia del 30° Anniversario della Benedizione del quadro della Compatrona di Barrafranca (Enna) Maria S.S. della Stella-Discorso dell'autore dellopera pittore Gaetano Vicari
Prima di iniziare, un saluto cordiale a tutti gli intervenuti, alle autorità civili e militari ed un saluto riverente a sua eccellenza il Vescovo Monsignor Michele Pennini. Desidero inoltre ringraziare il parroco Don Alessandro Geraci, per l’opportunità che mi dà ed un saluto al parroco Don Giuseppe Bonfirraro, carissimo amico e collega di pittura. Quando don Alessandro Geraci mi ha chiesto di partecipare con un intervento alla cerimonia del 30° Anniversario della Benedizione del mio dipinto di Maria S.S. della Stella, e di limitare il tempo al minimo indispensabile, mi ha trovato perfettamente d’accordo; così ho predisposto questo mio discorso in forma scritta, per essere il più breve possibile. Dopo trent’anni andiamo indietro nel tempo, alla notte tra il 19 e il 20 giugno del 1977, la notte del furto sacrilego dell’antica tela di Maria S.S. della Stella Ricordo che appresi la notizia del furto la mattina del 20 Giugno 1977, nei pressi dell’incrocio tra la via Vasapolli e la via Principe Scalea. Dopo un primo momento di sbigottimento, ancora incredulo, corsi subito in Chiesa. Appena entrato, gli occhi si posarono là, sull’altare maggiore, nel posto dove sapevo si trovasse il dipinto: l’altare era come se apparisse diverso, come spogliato e profanato; anche tutta la Chiesa sembrava spogliata e profanata. L’arca, che conteneva l’opera, era vuota e nel telaio i resti della tela sfilacciata, testimoniavano la violenza con cui questa era stata strappata. Dopo ripetuti appelli ai ladri, perché restituissero la sacra tela, il parroco di allora don Giuseppe Zafarana, d’accordo con la Commissione d’Arte Sacra, stabilì di indire un Concorso per una nuova pala della Compatrona. (Siamo tra le fine del 1977 e l’inizio del 1978). Decisi di partecipare e mi adoperai a procurare la tela e tutto l’occorrente di ottima qualità. Il compito però era molto arduo perché si trattava di rifare un’opera che avrebbe sostituito la vecchia immagine, alla quale il popolo barrese era legato da sentimenti antichissimi di fede e devozione. La Madonna della Stella aveva assunto per i barresi nel tempo un grande valore familiare ed affettivo . Maturò così in me l’idea che, per continuare la tradizione, avrei concepito una composizione con la stessa sagoma dell’antica immagine, nella quale la Madonna che allatta il Bambino con i due santi ai lati sarebbe stata formulata con soluzioni personali e classicheggianti. Cominciando l’esecuzione di questa intuizione, ben presto capii che si sarebbero presentate diverse difficoltà da risolvere e superare. Per cominciare, cercai di riprodurre le parti dell’antico dipinto che ritenevo più adatte all’idea che avevo progettato, come il cielo e, nei limiti del possibile, la figura del san Giovanni; ma gli altri personaggi dovevano essere completamente rielaborati. Nella creazione di un dipinto con figure inizio sempre dal volto della figura principale, per poi continuare e completare le altre parti, in relazione e in riferimento sempre al volto centrale. Lo stesso feci con il volto della Madonna Quante volte sfumai, accarezzando lievemente con il pennello le guance; quante volte rifeci e corressi gli occhi, cercando quello sguardo materno e puro; quante volte rifeci l’accenno del sorriso delle labbra: rifacevo, cercavo, sfumavo per trovare tra sguardo e sorriso quell’equilibrio, che avrebbe prodotto e fissato l’espressione materna, umana e sovrumana della Madre di Dio. La figura di sant’Alessandro ( per alcuni San Luca) non mi diede tanti problemi anzi mi procurò delle soddisfazioni nella realizzazione del broccato del piviale, della fibbia cesellata e dell’anello papale Come ho prima accennato l’attuazione di san Giovanni Battista fu la più vicina all’originale, anche se nell’eseguirla dovetti ricostruire l’anatomia del petto e del braccio, nell’antico dipinto troppo villosi, e rifare più realisticamente la canna e l’agnello. La parte del dipinto con la figura della Vergine doveva essere la più studiata, perché, come perno della struttura, doveva creare, con l’alternanza dei volumi, profondità, equilibrio e consistenza all’insieme. La sagoma antica, che anche qui volli mantenere, determinò diverse difficoltà, specialmente nella posizione del Bambino, nell’originale troppo alto. La mammella che allatta, di conseguenza, risultò anatomicamente inesatta (cosa che suscitò alcune critiche), anche se questa fosse sostenuta e sollevata dalla mano della Vergine; e il cuscino su cui siede il Bambino divenne troppo pieno e un po’ sproporzionato: avrei potuto ovviare a questi “difetti”, abbassando il Bambino, ma preferii restare fedele al progetto iniziale. Nella mia scelta fui anche confortato dalle diverse iconografie della Madonna nel corso dei secoli in cui non sono rispettate le proporzioni anatomiche, ma le esigenze emozionali ed istintive dei singoli autori. Il panneggio del manto e della veste, interamente ricostruito, contribuì a dare profondità alla composizione nella successione delle parti in avanti illuminate, e di quelle indietro ombreggiate e rese più profonde dall’oltremare e dal rosso scuro. Per finire ricreai la base del trono, della quale nell’originale non c’era traccia, per ripristinare la posizione della Vergine seduta, rispetto ai due Santi ai lati in piedi. La struttura risultò così ben definita su diversi piani, con i due Santi che si stagliano su un cielo mattutino, posti un po’ indietro, e con la Madonna sul trono in primo piano, la quale avanza in uno slancio d’amore verso i fedeli. Finita la fase della schematizzazione complessiva, mi dedicai alla cura dei particolari, cercando di non disturbare l’armonia e l’equilibrio dell’insieme. Le ultime rifiniture e i ritocchi richiesero molto tempo, anche perché in una tela tanto vasta, non si finiva mai di correggere, rivedere, ritoccare, sfumare…riservai speciale attenzione allo sfavillìo degli ori dei bordi, delle stelle e delle aureole, in un gioco equilibrato di ocra oro e giallo. Allo scadere del tempo, a discapito della fatica fisica e mentale per l’impegno di mesi, l’immagine di Maria S.S. della Stella era completata. La tela fu trasportata nella Parrocchia Maria S.S. della Stella, dove vennero raccolte le otto opere partecipanti. La Giuria presieduta dal Vicario Episcopale Mons. Gioacchino Federico, si riunì il pomeriggio del 12 e la mattina del tredici Agosto 1978, e dopo aver osservato e valutato attentamente i quadri partecipanti al Concorso, prescelse all’unanimità il mio dipinto. Appresi la notizia della scelta della mia opera, mentre mi trovavo in via Umberto I.. Nei giorni successivi andai a scrivere sulla tela la mia firma, che preferii mettere sul retro, per non disturbare l’equilibrio del dipinto. Barrafranca aveva di nuovo la sua Compatrona, e quello che più mi appagava era la consapevolezza che tutto era avvenuto per opera mia. A chi mi chiedeva che cosa provassi a vedere in processione per le vie del paese il mio quadro, rispondevo che ormai non lo consideravo più una cosa mia, ma di tutto il popolo barrese, e in particolare di quei fedeli che pregano ed implorano la Madre di Dio: io ero stato solo il mezzo per la realizzazione di tutto questo. Sono passati trent’anni, per le nuove generazioni, che non hanno conosciuto la vecchia immagine, ormai questa è la loro Compatrona; dopo tanto tempo ringrazio ancora la Madonna di essersi servita della mia povera persona per l’esecuzione della sua gloriosa immagine, veicolo di moltissime grazie e delle vie del cielo.
Barrafranca, 07/08/2008 . Gaetano Vicari
Anno 2008: 30° Anniversario della Benedizione e dell'Incoronazione del nuovo quadro di Maria S.S, della Stella compatrona di Barrafranca (Enna)-Testimonianze dell'autore pittore Gaetano Vicari
Sono stato sempre affascinato ed attirato dall’immagine della Madonna della Stella, compatrona di Barrafranca. Ascoltavo da piccolo con interesse ed attenzione i racconti che si tramandavano sul dipinto miracoloso, come quello dell’invasione dei “grilli”(in realtà locuste) che una volta danneggiavano il raccolto e che, per intervento della Madonna portata in processione, si raccolsero prodigiosamente sul tetto della chiesa. La distruzione delle messi fu scongiurata… ma un grillo impertinente punse il volto della Vergine, da cui stillò una goccia di sangue… Tutte le volte che avevo occasione di osservare da vicino il quadro della Compatrona, cercavo di scorgere i segni di questi racconti, e scrutando attentamente distinguevo sul volto la piccola macchia di sangue, oppure… i sette veli (in realtà ne vedevo ed era uno), che dovevano proteggere la madre di Dio e velarla agli occhi dei fedeli che la invocavano e chiedevano le grazie, quale icona potente e distante, ma nello stesso tempo vicina… Tralascio di parlare delle origini della pala, perché ci si avventurerebbe nel groviglio delle ipotesi: fu dipinta nel 1330, quando la famiglia Barresi comprò il Casale di Convicino, favorendo la prima ondata di immigrati militellesi o nel 1572 durante la loro più massiccia immigrazione? Quello giunto a noi era un rozzo dipinto ( ad olio? a tempera?) su tela distesa su legno, rovinato, più volte ritoccato, in alcune parti ridipinto, (specialmente nel san Giovanni Battista), e con la figura della Vergine completamente ricoperta da finte vesti di seta, tranne il volto e le mani. “La Vergine, maestosamente seduta sotto un baldacchino, allattava il Bambino mentre il suo sguardo materno era perduto lontano, in un punto al di fuori del quadro; ai suoi lati in piedi due figure di santi, sant’Alessandro e san Giovanni. Nelle figure rappresentate nel dipinto, si notava, principalmente nella Vergine e nel sant’Alessandro, l’uniformità dei volti: una tipologia unica e senza una sostanziale caratterizzazione. Si trattava di una tipologia basilare che voleva portare i volti al di sopra di ogni altra precisazione. Anche il repertorio di segni di cui il pittore disponeva era ridotto all’essenziale: erano pochissimi, ma perfettamente rapportati alla semplicità del tessuto pittorico ed alla sintesi delle immagini. L’opera sembrava eseguita perfettamente per rispondere allo scopo prefisso, quello di richiedere con semplicità l’attenzione di gente semplice”. La tela era impreziosita da diversi ex-voto e nel periodo della festa la testa del Bambino era ornata da una corona, mentre quella della Madonna da una corona e dallo Stellario, oggetti tutti in argento. Il tempo della ricorrenza, i primi di settembre, era un tripudio di giostre, colori, odori e luci, che per tutto il periodo della “quindicina” si concentravano in Piazza Fratelli Messina tra le bancarelle dello zucchero filato e dei “bomboloni” avvolti nella carta oleata variopinta. Il tutto culminava l’otto settembre con la banda che raccoglieva le offerte per le vie del paese, la corsa “di ritini” traboccanti di grano, la Messa solenne, la processione con lo sparo di mortaretti ed infine “u castiddu ‘ u fucu”… Nel giorno della festività normalmente però passava per la “via dei Santi” del paese la reliquia del “capello della Madonna”, ma il settimo anno era quello della festa grande, con la processione dell’antico quadro e di tutte le statue dei Santi del paese: san Francesco, sant’Antonio, santa Rita, santa Teresa ecc…: erano disposte in due file e precedevano solennemente l’immagine della Compatrona su un carro riccamente addobbato… In seguito (1963) si abbandonò questa tradizione e si fece uscire il dipinto ogni anno: una volta fu posto su un camion con una gradinata ornata da stoffe bianche, su cui stavano dei bambini vestiti da angeli, che pregavano la Madonna Della Stella posta alla sommità…un’altra volta noi giovani del Circolo Cattolico decidemmo di ripristinare l’antica consuetudine di portare la Madonna in processione a spalla, primo tentativo di un’usanza consolidatasi negli ultimi anni. Il popolo barrese ha manifestato e continua a manifestare una devozione profondamente radicata alla Madonna della Stella e le attribuisce l’elargizione di molte grazie: ne sono testimonianza i tanti oggetti d’oro che i fedeli le offrivano e le offrono. La maggior parte dell’oro veniva esposto per ornare la stoffa che copriva la veste e il manto della Madonna . Si crede che forse questa grande quantità d’oro sia stata la causa del furto sacrilego avvenuto nella notte tra il 19 e il 20 giugno del 1977.
Ricordo che appresi la notizia del trafugamento della pala della Madonna della Stella la mattina del 20 Giugno 1977, nei pressi dell’incrocio tra la via Vasapolli e la via Principe Scalea. “Dopo un primo attimo di sbigottimento, ancora incredulo, corsi subito in Chiesa. Appena entrato, gli occhi si posarono là, sull’altare maggiore, nel posto dove sapevo si trovasse il dipinto: l’altare era come se apparisse diverso, come spogliato e profanato; anche tutta la Chiesa sembrava spogliata e profanata. L’arca, che conteneva l’opera, era vuota e nel telaio i resti della tela sfilacciata, testimoniavano la violenza con cui la tela era stata strappata.” Da allora, fino a questo momento non si è avuto più notizia del quadro e quell’anno, l’otto Settembre giorno della festa, Barrafranca non vide passare per le sue vie l’antica immagine, divenuta ormai familiare, di Maria Santissima della Stella. Dopo ripetuti appelli ai ladri, perché restituissero la sacra tela, il parroco della Parrocchia Maria S.S. della Stella don Giuseppe Zafarana, d’accordo con la Commissione d’Arte Sacra, stabilì di indire un Concorso per una nuova pala della Compatrona. (Siamo tra le fine del 1977 e l’inizio del 1978). Decisi di partecipare e mi adoperai a procurare la tela e tutto l’occorrente di ottima qualità. Il compito però era molto arduo perché si trattava di rifare un’opera che avrebbe sostituito la vecchia immagine, alla quale il popolo barrese era legato da sentimenti antichissimi di fede e devozione. La Madonna della Stella aveva assunto per Barrafranca a poco a poco un grande valore familiare ed affettivo a discapito del patrono sant’Alessandro. Maturò così in me l’idea che, per continuare la tradizione, avrei concepito una composizione con la stessa sagoma della vecchia, nella quale la Madonna che allatta il Bambino con i due santi ai lati sarebbe stata formulata con soluzioni personali, anche se classicheggianti. Cominciando l’esecuzione di questa intuizione, ben presto capii che si sarebbero presentati diverse difficoltà da risolvere e superare. Per iniziare, cercai di riprodurre le parti dell’antico dipinto che ritenevo più adatte all’idea che avevo progettato, come il cielo e, nei limiti del possibile, la figura del san Giovanni; ma gli altri personaggi dovevano essere completamente rielaborati. Avevo trasferito lo studio pittorico in un casolare di campagna, dove ogni giorno mi recavo a dipingere. Mi dedicai al quadro per quasi tre mesi. Fu un lavoro intenso, pieno di fervore e di delusioni, di ripensamenti e di soddisfazioni. Quante volte accarezzai con il pennello le gote della Madonna; quante volte rifeci e corressi gli occhi, cercando quello sguardo materno e puro; quante volte rifeci l’accenno del sorriso delle labbra: rifacevo, cercavo, sfumavo per trovare tra sguardo e sorriso quell’equilibrio, che avrebbe prodotto e fissato l’espressione materna, umana e sovrumana della Madre di Dio. La figura di sant’Alessandro ( per alcuni San Luca) non mi diede tanti problemi anzi mi procurò delle soddisfazioni nella realizzazione del broccato del piviale, della sua fibbia cesellata e dell’anello papale.(Stranamente il santo tiene in mano un libro, oggetto che forse avvalora la tesi la quale sostiene che prima si trattasse di san Luca, che adornato “con mitra e pastorale”[di questo non c’era e non c’è traccia nel dipinto] fu trasformato in sant’Alessandro). Come ho prima accennato l’attuazione di san Giovanni Battista fu la più vicina all’originale, anche se nell’eseguirla dovetti ricostruire l’anatomia del petto e del braccio, nell’antico dipinto troppo villosi, e rifare più realisticamente la canna e l’agnello. La parte del dipinto con la figura della Vergine doveva essere la più studiata, perché, come perno della struttura, doveva creare, con l’alternanza dei volumi, profondità, equilibrio e consistenza all’insieme. La sagoma antica, che anche qui volli mantenere, determinò diverse difficoltà, specialmente nella posizione del Bambino, nell’originale troppo alto. La mammella che allatta, di conseguenza, risultò anatomicamente inesatta (cosa che suscitò alcune critiche), anche se sostenuta e sollevata dalla mano della Vergine; e il cuscino su cui siede il Bambino divenne troppo pieno e un po’ sproporzionato: avrei potuto ovviare a questi “difetti”, abbassando il Bambino, ma preferii restare fedele al progetto iniziale. Nella mia scelta fui anche confortato dalle diverse iconografie della Madonna nel corso dei secoli in cui non sono rispettate le proporzioni anatomiche, ma le esigenze emozionali ed istintive dei singoli autori. Il panneggio del manto e della veste, interamente ricostruito, contribuì a dare profondità alla composizione nella successione delle parti in avanti illuminate dal ceruleo e dal rosa, e di quelle indietro ombreggiate e rese più profonde dall’oltremare e dal rosso cadmio scuro. Per finire ricreai la base del trono, della quale nell’originale non c’era traccia, per ripristinare la posizione della Vergine seduta, rispetto ai due Santi ai lati in piedi. La struttura risultò così ben definita su diversi piani, con i due Santi che si stagliano su un cielo mattutino, posti un po’ indietro, e con la Madonna sul trono in primo piano, la quale avanza in uno slancio d’amore verso i fedeli. Durante i mesi di incessante lavoro pittorico, il casolare di campagna fu meta di molte visite: amici, parenti, conoscenti venivano a trovarmi per vedermi dipingere e per ammirare l’opera, che a poco a poco prendeva forma. Molte cose furono motivo di discussione, qualche piccolo “difetto”, visto o scoperto da occhi diversi dai miei, venne corretto; altri particolari, frutto di convincimento ragionato, rimasero tali e quali…ma tutti erano concordi nel sostenere la validità dell’ impostazione e l’armonia della composizione. (Venne anche il parroco don Giuseppe Zafarana ed un pittore barrese partecipante allo stesso Concorso). Man mano che il lavoro procedeva, si rafforzava in me la convinzione di andare creando una pala la quale mi recava, nell’esecuzione e nel risultato dell’abbozzo generale, una sensazione di appagamento, che mi spronava a proseguire, anche perché la scadenza della consegna incalzava. Finita la fase della schematizzazione complessiva, mi dedicai alla cura dei particolari, cercando di non disturbare l’armonia e l’equilibrio dell’insieme. Le ultime rifiniture e i ritocchi richiesero molto tempo, anche perché in una tela di quelle proporzioni non si finiva mai di correggere, rivedere, ritoccare, sfumare…riservai speciale attenzione allo sfavillìo degli ori dei bordi, delle stelle e delle aureole (delle quali ho mantenuto le proporzioni originali, restando quella di San Giovanni più piccola rispetto alle altre), in un gioco equilibrato di ocra oro e giallo di cadmio. All’ultimo momento dovetti dipingere anche lo Stellario e la piccola stella cometa sul manto, (un amico mi aiutò a dividere il cerchio in dodici parti uguali). Allo scadere del tempo, a discapito della fatica fisica e mentale per l’impegno di mesi, l’immagine di Maria S.S. della Stella era completata: il dipinto nel suo insieme mi dava un senso di soddisfazione, percezione che cresceva man mano che osservavo il quadro anche nei particolari; e mi consolava il fatto che chi lo ammirava per la prima volta e coloro che lo avevano visto realizzarsi esprimessero tutti lo stesso consenso. La tela fu trasportata nella Parrocchia Maria S.S. della Stella, dove vennero raccolte anche le altre opere partecipanti, contrassegnate dai seguenti numeri: 1. a firma di Giuseppina Mattina 2. a firma di Gaetano Salemi 3. a firma di Emilia Mendola 4. a firma di Adriana Satariano 5. a firma di Antonino Milazzo 6. a firma di Gaetano Vicari 7. a firma di Pasquale Mancuso 8. a firma di Giuseppe Puzzanghera. La Giuria formata da 1. Mons. Gioacchino Federico, Vicario Episcopale e Presidente della Giuria 2. Mons. Giovanni Faraci 3. Parr. Luigi Faraci 4. Parr. Giuseppe Zafarana 5. Sac. Giuseppe Bonfirraro 6. Sac. Salvatore Nicolosi 7. Sac. Alessandro Geraci 8. Mons. Emanuele Cassarà, Segr. della Commissione d’Arte Sacra 9. Suor Angelica Sinatra, Sup. Comunità Domenicane di Barrafranca 10. Suor Elvira Sinatra. 11. Ins. Gaetano Orofino, rappr. Parrocchia Itria 12. Ins. Lucia Strazzanti, rappr. Parrocchia Madrice 13. Prof. Diego Aleo, rappr. Parrocchia Grazia 14. Sig/rina Benedetta Aiello, rappr. Parrocchia Madonna 15. Ins. Francesco Balsamo, rappr. Parrocchia Madrice, e Segretario della Giuria 16. Geom. Angelo Patti, rappr. Parrocchia Madonna (non si ha notizia dell’altro componente) si riunì il pomeriggio del 12 e la mattina del tredici Agosto 1978, e dopo aver osservato e valutato attentamente tutti i quadri partecipanti al Concorso, si espresse tramite votazione, che diede il seguente risultato: -il quadro n. 6 a firma di Gaetano Vicari, voti 17, cioè l’unanimità -il quadro n. 8 a firma di Giuseppe Puzzanghera, voti 10 -il quadro n. 4 a firma di Adriana Satariano, voti 5 -il quadro n. 3 a firma di Emilia Mendola, voti 2. Appresi la notizia della scelta della mia opera, mentre mi trovavo in via Umberto I. Tutti si congratulavano con me; “Radio Luce” volle registrare su una cassetta una mia intervista “a caldo”, da mandare in onda a più riprese. Nei giorni successivi andai a scrivere sulla tela la mia firma, che preferii mettere sul retro, per non disturbare l’equilibrio del dipinto. Barrafranca aveva di nuovo la sua Compatrona, e quello che più mi appagava era la consapevolezza che tutto era avvenuto per opera mia. Nello stesso tempo pensavo però di disabituarmi a questa idea e di comportarmi come se la pala non fosse stata dipinta da me. Per questo partecipai in modo ufficiale solamente alla Cerimonia di benedizione il 30 Agosto 1978. Assistetti alla solenne incoronazione della Madonna e del Bambino il 7 Settembre da parte del Vescovo mons. Sebastiano Rosso con nuove corone d’argento offerte da Maria Caltavuturo ved. Ferreri, mescolato in mezzo alla folla; e non ho mai voluto accompagnarmi alle Autorità dietro la nuova immagine della Madonna in processione il giorno della festa. A chi mi chiedeva che cosa provassi a vedere per le vie del paese il mio quadro, rispondevo che ormai non lo consideravo più una cosa mia, ma di tutto il popolo barrese, e in particolare di quei fedeli che pregano ed implorano la Madre di Dio: io ero stato solo il mezzo per la realizzazione di tutto questo. Una volta un rappresentante della Soprintendenza alle Belle Arti di Enna volle essere accompagnato a vedere il mio dipinto della Compatrona: dopo averlo ammirato, mi chiese perché avessi usato in alcune parti dei toni un po’ vivaci…”Lasciamo al tempo, alla polvere, al fumo delle candele… il compito di scurire i colori!” fu la mia risposta. (Ho rinunciato a tutti i diritti di autore delle varie copie dell’opera, chiedendo solo che nelle riproduzioni passate, presenti e future fosse posta la seguente scritta: “Opera di Gaetano Vicari) Gaetano Vicari
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Breve storia della Chiese di Barrafranca (Enna)
Prima di iniziare, un saluto cordiale a tutti gli intervenuti e un grazie sentito per aver avuto la bontà di esser venuti ad ascoltarci. Desidero inoltre ringraziare l’attivo presidente Lillo Mingoia e i membri del Centro di Cultura Giovanile Maria S.S. della Stella, per l’opportunità che ci danno; un grazie particolare al parroco della Chiesa “Madonna” Don Giuseppe Bonfirraro, carissimo amico, per la sua disponibilità, competenza e generosità. Giustamente l’organizzazione ha voluto rendere più agile possibile l’articolazione di questo convegno, limitando i tempi al minimo indispensabile: ciò mi trova perfettamente d’accordo e per questo ho predisposto questa mia relazione in forma scritta, in modo da poter calcolare meglio il tempo di intervento. Così cercherò di rispettare il tempo assegnatomi, anche per il semplice motivo di non annoiarvi troppo. Un’ultima precisazione: io non sono uno scrittore, né uno storico e neppure un conferenziere; sono un pittore che è stato spinto a scrivere sulle nostre Chiese dall’amore per l’arte e soprattutto dall’amore per il nostro paese. Ora cercherò di informarvi sulle mie ricerche, limitandomi però all’evoluzione storica delle Chiese e tralasciando volutamente la loro parte artistica. Ciò sarà l’argomento di un altro Convegno: infatti, il Centro di Cultura Giovanile Maria S.S. della Stella ha cominciato a realizzare un’iniziativa lodevole, quella di programmare annualmente dei convegni, ognuno dedicato ad un aspetto della cultura barrese. Perché la storia delle Chiese? Perché le Chiese ed in particolare la Chiesa Madre, costituivano uno dei due nuclei su cui ruotava la via di un Comune: nella piazza principale si ergevano da una parte gli Edifici simbolo del potere politico, e dall’altra parte la Chiesa, emblema del potere religioso. In genere davanti o dentro la Chiesa, centro della vita sociale e politica, si riunivano le assemblee del popolo, si svolgevano le sacre rappresentazioni, si schierava l’esercito prima di partire per la guerra. Come avete visto dal bellissimo documentario (realizzato magistralmente dal collega Centonze, uno dei più interessanti storici del nostro paese), il primo nucleo di Convicino prima e di Barrafranca poi si sviluppò intorno al Castello ed alla Torre dell’attuale Piazza Fratelli Messina: da ciò si può dedurre che le chiese più antiche sorsero in questo luogo. Attualmente di queste resta solamente la chiesa Maria S.S. della Stella. In seguito l’abitato di Barrafranca si sviluppò verso Nord seguendo l’asse Chiesa Itria-Chiesa Grazia. Intanto si andava delineando un altro asse verso Est, verso la Selva (“a Silvia”), dove sorsero la Chiesa di San Sebastiano il Nuovo e quella del Convento di San Francesco prima e più recentemente la Nuova Chiesa Madre. La chiesa Maria S.S. della Stella è la più antica di Barrafranca, sorta probabilmente molto tempo prima che Matteo III Barresi restaurasse Convicino e fondasse Barrafranca, siamo intorno al 1520/30. La chiesa è legata al culto di S. Alessandro e di Maria S.S. della Stella, Patrono e Compatrona del nostro paese. Si crede che il culto di Maria S.S. della Stella sia stato introdotto da Militello Val di Catania nel casale di Convicino dalla famiglia dei Barresi, che comprarono il casale nel 1330 per 1100 onze. Gli immigrati militellesi a differenza del loro paese di origine dove è venerata la statua, fecero dipingere un quadro di Maria S.S. della Stella, con al centro la Vergine fiancheggiata da San Giovanni Battista, santo venerato a Convicino, e probabilmente da San Luca, santo importato da Militello con Maria S.S. della Stella. Nel dipinto San Luca in seguito fu trasformato in Sant’Alessandro, quando divenne il Patrono di Barrafranca. Infatti, dopo che Convicino divenne Barrafranca, sorse anche il problema del Patrono. Si ha notizia che esistevano nel paese due partiti: uno pretendeva come Patrono San Giovanni Battista; l’altro sosteneva Sant’Alessandro, partito questo appoggiato dal Clero e dalla Municipalità locale. Ma sorse un terzo partito, più forte, che venerò come Patrono sant’Alessandro, siamo sicuramente nel 1572, e scelse come Campatrona Maria S.S. della Stella. (Alcuni pensano che il quadro della Compatrona sia stato dipinto in questo periodo). Nel corso degli anni la chiesa Maria S.S. della Stella ha subito varie trasformazioni: nel 1693 fu distrutta a causa di un terremoto che coinvolse tutta la Sicilia orientale, avendo il suo epicentro nella Val di Noto. Dopo sei anni la chiesa fu riedificata e benedetta. Verso i primi del settecento e precisamente nel 1707, fu ampliata con nuove fabbriche (forse fu aggiunto il transetto). Il campanile invece fu costruito verso la fine del 700, ma la cupola, a foggia orientale, fu eseguita un secolo dopo da uno dei Fantauzzo, non sappiamo da chi. Verso la seconda metà dell’800 e precisamente nel 1858, l’interno allora ad una sola navata fu ricoperto di stucchi neoclassici da Salvatore Signorelli, un artista originario di Siracusa, il quale li modellò su disegni del fratello Vincenzo. Nei primi del novecento la chiesa fu ampliata con l’aggiunta delle navate laterali, ornate da stucchi dal barrese Antonino Musolino, aiutato forse dai cugini Carmelo e Calogero Fantauzzo. Ultimamente con lavori durati quattro anni, dal 1968 al 1972, è stata completamente restaurata, e quel che è più importante consolidata, in quanto il terreno, su cui poggiano le fondamenta, stava cominciando a franare. Come abbiamo detto prima, l’abitato di Barrafranca cominciò ad espandersi principalmente verso Nord, rispetto all’attuale Piazza Fratelli Messina. Infatti, verso questa direzione troviamo l’altra chiesa più antica in ordine cronologico: la Chiesa dell’Itria. Essa è anteriore al 1599, quando Barrafranca era dominata Fabrizio Branciforti, la cui impresa più memorabile fu la sua vittoria sui Turchi, che sulla marina di Scicli furono costretti a fuggire incalzati da seicento cavalieri del Branciforti. La chiesa dell’Itria nel corso della sua lunga esistenza ha avuto dei rifacimenti e delle aggiunte: per esempio il portale centrale del portone esterno fu eseguito nel seicento (non sappiamo l’anno esatto) da uno scalpellino di Pietraperzia. Abbiamo notizia che nel 1821 il muro del prospetto era talmente diroccato, che per lavorare si portava il Santissimo nella sacrestia. Verso la fine dell’ottocento, secondo la moda del tempo, l’interno fu ornato di stucchi dal barrese Giuseppe Fantauzzo, degno allievo del Signorelli di cui abbiamo parlato. Ultimamente nel 1958 la chiesa è stata tutta restaurata. Terza per antichità in ordine cronologico (preciso che io parlo solamente delle chiese attualmente esistenti nel nostro paese) è quella della Madonna delle Grazie. Verso Nord Barrafranca oltre la chiesa Itria stentava ad espandersi: fu fondata allora la chiesa Madonna delle Grazie per popolare la zona circostante. Siamo intorno al 1650, quando il marchesato di Barrafranca apparteneva a Giuseppe Branciforti II, principe di Pietraperzia, viceré d’Aragona, conte di Raccuglia, vicario generale del Viceré di Lignè, ecc., ecc. Il portale che circonda il portone centrale fu eseguito da uno scalpellino di Pietraperzia nella seconda metà del seicento e precisamente nel 1670. Abbiamo notizia di diversi restauri eseguiti nel corso degli anni, uno nel 1782, un altro nel 1841: una volta questa chiesa era talmente malridotta, siamo nel 1765, che il prete non poteva celebrarvi la messa. Gli stucchi dell’interno furono eseguiti verso la fine dell’800 da Giuseppe Fantauzzo, forse dopo di quelli della chiesa dell’Itria. Nel 1971 la chiesa Grazia è stata restaurata in modo mirabile a cura della Soprintendenza delle Belle arti di Catania. Intanto nel nostro paese si andava delineando un altro asse, oltre a quello descritto verso Nord, il quale partendo da Piazza Fratelli Messina, si sviluppava verso Est. E proprio verso questa direzione sorse la chiesa del Convento di San Francesco. Entrando in chiesa a destra, incassata nella parete, è posta una pietra. Questa fu trovata per caso nel 1923, mentre si diroccava uno spigolo per rifarlo nuovo. Dalla scrittura che vi è incisa possiamo sapere con sicurezza che la chiesa fu fondata nel 1694, quindici anni dopo che i frati francescani dal vecchio convento del Musciolino passarono al nuovo, per l’aria malsana. A quei tempi il Marchesato di Barrafranca apparteneva a Carlo Maria Carafa, principe di Bufera e marchese di Barrafranca, un insigne studioso che tutti lodavano per la sua bontà e munificenza, che tra le altre cose fondò anche Grammichele sulle rovine dell’antica Ocula. Sulla pietra è inciso anche il nome dell’architetto che ideò la chiesa, citiamo le parole esatte: Micael Angelus a Calatajerone Architectus. Abbiamo notizia di ripetuti restauri eseguiti in questa chiesa. Ricordiamo quello 1923, quando fu trovata la famosa pietra prima descritta. Altri restauri furono (eseguiti) dopo la guerra, dal 1946 al 1950, quando fu sopraelevato il soffitto, riparata la volta e rinnovato il pavimento. Per quando riguarda la visione prospettica esterna questa di San Francesco era l’unica chiesa, tra quelle di Barrafranca ad avere una posizione invidiabile: il bel prospetto, che domina la piazza circostante, era visibile da tutta la Via Umberto I, che gli si apre di fronte. Attualmente è in parte nascosto da una grande fontana, costruita nel 2002 di fronte alla chiesa. La facciata è opera dell’artista barrese Santo Scarpulla, il quale nell’eseguirla trasse quasi sicuramente ispirazione da quella dell’Itria. Lo Scarpulla vi lavorò verso il 1923, aiutato da Giuseppe Cavagrotte, un intagliatore pure di Barrafranca, morto di recente. Credo che il prospetto, oltre ad ispirarsi a quello dell’Itria, abbia seguito lo stile e i modi del portale, d’epoca più antica, scolpito nel 1713 dallo scalpellino Filippo La Pergola. Lo stesso si può dire della parte alta del prospetto, eseguita posteriormente nel 1927, dove una finestra bifora, oltre a continuare la zona d’ombra iniziatasi con il portone e la gran finestra centrale, serve anche da campanile. Siamo arrivati ora alla chiesa più bella di Barrafranca, un vero gioiello dell’arte barocca: la chiesa di San Benedetto. Questa costruzione rappresenta un caso rarissimo, tra quelle di stile barocco per l’innovazione della cupola, che è collocata non in fondo alla chiesa vicino all’altare maggiore, come di consuetudine, ma in avanti presso l’ingresso. Non sappiamo il nome dell’architetto che la progettò, ma egli, per ideare un simile gioiello, doveva essere abbastanza aggiornato e sensibile ai richiami culturali provenienti dai centri maggiori. La chiesa è precisamente del 1745, fondata otto anni dopo che il Monastero di San Benedetto fosse aperto, quando il Marchesato di Barrafranca era toccato a Caterina Branciforti, dopo aver superato un litigio con la sorella Rosalia. Per costruirla fu ostruita una via, la continuazione dell’attuale Paternò Rossi, che divideva le due case signorili del Catalano e del Bufalini, fondatori del monastero. Nel prospetto spicca il portale esterno, finemente ed elegantemente lavorato, che si ricollega nella sua struttura barocca all’interno della chiesa. Non ho elementi per formulare qualsiasi supposizione; solo per amor di cronaca posso riferire che alcuni vogliono far risalire addirittura questo portale all’antico castello di Convicino, che sorgeva nelle vicinanze, supponendo che ne dovesse circondare il portone centrale. A me sembra che abbiano confuso con il vicino portale del monastero, perché, per quanto riguarda l’austerità dello stile, lo ritengo più adatto all’ingresso di un castello. Attualmente la chiesa è chiusa al pubblico perché in parte crollata, e un così singolare capolavoro si sta distruggendo nel disinteresse generale. Ultima in ordine cronologico a sorgere tra le chiese esistenti (a parte quelle recenti come le chiese di San Giovanni presso il Cimitero e della Sacra Famiglia) fu la Chiesa Madre. Siamo intorno al 1720, durante gli ultimi anni della vita di Nicolò III Branciforti, che riunì sotto la sua persona i domini degli avi: principato di Butera e di Pietraperzia, Contea di Mazzarino, Grassulioto e Gilbissen, Marchesato di Barrafranca e Militello, Signoria di Niscemi e Grammichele, Bivieri di Lentini, Randazzini, Casale e Magnate di Spagna; la popolazione di Barrafranca si è accresciuta molto e l’antica Chiesa Madre di Piazza Fratelli Messina è quasi diroccata. Serve assolutamente una nuova Chiesa Madre, ampia, per accogliere la popolazione, ed alcuni giustamente pensano di costruirla sulle muraglie ancora solide della preesistente. Altri hanno l’idea di costruirne una nuova, cito le parole del Giunta, “nell’area della preesistente chiesa di San Sebastiano, che in quell’occasione venne demolita”. Sicuramente qui si parla della chiesa di San Sebastiano il Nuovo già esistente prima del 1622. Prevalse l’opinione di questi ultimi, forse perché il paese si era esteso verso quella direzione e la nuova posizione risultava più centrale; o forse per sedare i gravi dissidi che laceravano i vari quartieri barresi, in particolare quello della Serra abitato da pastori che osteggiavano i contadini del Canale. La chiesa fu iniziata nel 1728 ad opera degli intagliatori Ignazio Vannelli, Ignazio Mazio, Antonino La Rosa e Antonino Arena, tutti di Piazza Armerina. I lavori si protrassero fino a quasi il 1775 e durarono quasi 47 anni. Io però, in disaccordo con il Giunta, credo che la vecchia chiesa di San Sebastiano il Nuovo non sia stata del tutto demolita, ma che sia stata incorporata alla nuova costruzione più vasta. Infatti, fino a poco tempo fa, nel lato rivolto a sud dell’attuale Chiesa Madre, si potevano notare chiaramente le vecchie mura della chiesa di San Sebastiano e si poteva intuire che questa doveva essere ad una sola navata e sormontata da merli bizantini. Anche il campanile, con la parte inferiore diversa da quella superiore, può dare adito alla stessa supposizione, che cioè sia stato costruito come continuazione di quello della chiesa di San Sebastiano nel 1744 a spese dei cappellani, diciotto anni dopo l’inizio dei lavori della chiesa. A sostenere questa tesi, sulla parte bassa del campanile, fino ad una cinquantina d’anni fa, si potevano notare dei mattoni smaltati raffigurante il martirio di San Sebastiano. Il prospetto della Chiesa Madre è opera realizzata verso i primi dell’ottocento e precisamente nel 1830, su progetto dell’architetto Giuseppe Ciulla, originario di Barrafranca. I lavori che durarono dieci anni, furono eseguiti dal capo maestro Giovanni Scarpulla; il portale dall’intagliatore Montes. Il portone fu offerto dal barrese Liborio Costa nel 1839. Come le altre di Barrafranca, nella seconda metà dell’ottocento, la Chiesa Madre nel suo interno fu ornata con stucchi. Ad eseguire i lavori fu chiamato da Siracusa il professore d’Architettura e Disegno Plastico Vincenzo Signorelli, aiutato dal fratello Salvatore ed in seguito dal giovane Giuseppe Fantauzzo suo allievo. Ma la Chiesa Madre che oggi ammiriamo,non è tutta originale. Il 18 luglio, infatti, del 1943, verso la fine della seconda Guerra Mondiale, tre bombe aeree distruggevano la navata centrale, quella di sinistra, due colonne ed il lato nord del transetto. Verso il 1946, tre anni dopo, si cominciò a restaurare la cupola da parte dei fratelli Scarpulla. Un anno dopo i tetti, i muri, le colonne e la navata laterale erano tutti riparati. Nel 1948 si provvide alla pavimentazione ad alla riparazione della volta centrale, che fu rifatta a botte e non a grandi crociere, come doveva essere l’originaria. Si doveva arrivare al 1965 per avere la Chiesa Madre così come l’ammiriamo, con gli stucchi mancanti completamente rifatti da Giuseppe Puzzanghera ed in gran parte restaurata. Altri lavori sono stati eseguiti nel 1978-80, quando si sono rinforzate le fondamenta con cemento armato e si è rifatto il pavimento con lastre di marmo. Ma bisogna ricordare che ancora i restauri non sono completati. Per concludere devo affermare che questa chiesa potrebbe rappresentare il simbolo della generosità del popolo barrese: la sua costruzione, i suoi ornati, la sua riparazione e il suo restauro sono stati eseguiti quasi sempre a spese del popolo: Populi Sumptibus. Per questo mio breve intervento mi sono servito oltre che della mia pubblicazione “Guida alle Principali Chiese di Barrafranca ed ai loro tesori nascosti”, del libro del Sac. Luigi Giunta scritto nel 1928, una pietra miliare per la storia di Barrafranca; del testo del Nicotra, il più antico, di cui siamo a conoscenza, sul nostro paese; della pubblicazione di Licata e Orofino (i due relatori di domani) il cui testo, pubblicato in due edizioni, costituisce la storia più completa di Barrafranca, finora realizzata; mi sono servito anche delle pubblicazioni del collega Centonze, cui va tutta la mia ammirazione per i suoi studi archeologici e per la sua competenza di storia antica e medioevale. Infine è doveroso un ringraziamento all’insigne studioso di fama internazionale dott. Angelo Ligotti, senza la cui preziosa collaborazione e senza i suoi consigli, mai avrei realizzato la mia opera. Ad uno dei più colti e importanti uomini di Barrafranca del nostro tempo, un calorosissimo applauso. Gaetano Vicari .
La famiglia Fantauzzo a Barrafranca (Enna)
E’ difficile parlare di un artista poco conosciuto, di cui nessuno ha ancora scritto in modo esauriente e definitivo, ed è ancora più difficile scrivere su persone alle quali si è legati da vincoli di parentela: si rischia di essere poco obiettivo e di lasciarsi trascinare dal “richiamo del sangue”. Queste due difficoltà provo ora, che mi accingo ascrivere sui Fantauzzo, in primo luogo perché non esiste nessuna pubblicazione sulla loro vita e sulla loro opera (tranne un articolo apparso su “Il Pungiglione” del Marzo del 1984, che parla dell’attività dei Fantauzzo a Mazzarino, scritto dal dott. Antonino D’Aleo); in secondo luogo, perché Giuseppe Fantauzzo, l’iniziatore della tradizione artistica della famiglia e il più importante, fu il mio bisnonno da parte di madre. Dopo questa doverosa premessa, cercherò, nella stesura di quest’articolo, d’essere quanto più è possibile imparziale, tanto più che le mie deduzioni possono essere facilmente verificabili dovendo io parlare dell’opera dei Fantauzzo a Barrafranca Giuseppe Fantauzzo nacque a Barrafranca nel 1851 da Carmelo ed Agata Guarneri. Il padre esercitava il mestiere di ciabattino ed era originario di Mazzarino. Egli, dopo il matrimonio con Agata di Barrafranca, si trasferì in questo paese. Prima di Giuseppe, aveva generato un altro figlio, Amedeo, ma non sappiamo se ne abbia avuto altri. Nel 1858, per ornare di stucchi la chiesa Maria Santissima della Stella, fu chiamato a Barrafranca il grande Vincenzo Signorelli, che lavorava aiutato dal fratello Salvatore. Vincenzo nacque a Siracusa da Gaetano e Caterina Colombo dei Conti Danieli nel 1825 e fu professore di Architettura e Disegno Plastico presso le Scuole Magistrali, Tecniche e Normali di tutto il Regno d’Italia. Sicuramente il piccolo Giuseppe di appena sette anni, dovette recarsi molto spesso a vedere lavorare il grande maestro e dovette restare affascinato dalla bellezza e perfezione della sua opera. Non abbiamo notizia se sia stato al servizio del Signorelli, durante i lavori eseguiti nella chiesa Maria Santissima della Stella, ma già lo troviamo al suo fianco quando, in seguito, fu affidato al maestro il compito di decorare la Chiesa Madre. Sconosciamo la data esatta dell’esecuzione degli stucchi di questa chiesa, ma sicuramente nel 1876 dovevano essere completati, perché abbiamo notizia che la morte colse il Signorelli nel nostro paese appunto in quest’anno, dopo 51 anni di vita. Giuseppe Fantauzzo, allievo di un così grande maestro, ne accettò consapevolmente e deliberatamente l’eredità artistica e si ritenne il suo continuatore. Insieme al fratello Amedeo, realizzò pregevoli stucchi e statue nelle principali chiese di Barrafranca, Grammichele, Aidone, Pietraperzia, Piazza Armerina, Mazzarino, ecc. La prima grande opera di Giuseppe Fantauzzo a Barrafranca fu la decorazione della chiesa Madonna dell’Itria. Gli stucchi coprono tutto l’interno in un susseguirsi continuo di fiori, piante, angeli, festoni, come se non dovessero finire mai, in un crescendo continuo. Anche se riveste quasi tutta la volta e le pareti, l’ornato degli stucchi si presenta contenuto e non soverchia e nasconde la struttura architettonica della chiesa, che risulta nitida e chiara. Dall’esame degli stucchi, possiamo collocare la loro esecuzione forse tra il 1876 e il 1880. Nell’eseguire quest’opera il Fantauzzo subì ancora l’influsso del suo maestro, il Signorelli. Infatti, l’insieme degli stucchi, in cui il classico e il barocco s’intrecciano senza soluzione di continuità, richiama quello della Chiesa Madre, ma già s’intravede la personalità dell’autore, in modo più velato nei bassorilievi della volta e in maniera molto più chiara nella soluzione della parte absidale con uno pseudo tempietto, sostenuto da otto colonne, quattro da ogni lato, e terminante a semicupola a tutto sesto, ornata da statue. Questa sarà la caratteristica del Fantauzzo, il quale la ripeterà con più o meno varianti, quando eseguirà la decorazione di altre chiese nei diversi centri della Sicilia. In alto la volta è divisa in cinque parti, che racchiudono ovali con bassorilievi, i quali rappresentano: l’Annunciazione, la Madonna dell’Itria, l’Assunta, San Francesco di Paola, e la Nostra Signora del Sacro Cuore di Gesù. All’epoca del rifacimento della chiesa da parte del Fantauzzo, gli ovali della volta, quasi sicuramente, dovevano corrispondere ai Santi venerati sugli altari delle pareti: attualmente alcuni ancora concordano, altri sono scambiati di posto, altri ancora completamente diversi. In questi bassorilievi il Fantauzzo con minimo sfoggio plastico, con gradazioni di piani appena percettibili, attraverso cui si realizza la prospettiva, raggiunge la massima densità di forma e di espressione. Tra il 1880 e il 1890, il Fantauzzo ebbe l’incarico, sempre a Barrafranca, di decorare con stucchi la della Madonna delle Grazie. Il nostro nell’eseguire quest’opera, abbandonò lo stile del maestro e ritrovò la sua vera fisionomia, che continuerà nella decorazione della cappella del Seminario di Piazza Armerina, forse il suo capolavoro. L’insieme degli stucchi risulta quasi geometrico ed elegante, ma nello stesso tempo rivela una certa ingenuità sognante: ne scaturisce un grande senso di pace e di serenità, che invita al raccoglimento ed alla preghiera. L’altare maggiore è sormontato da un arco a tutto sesto, sorretto da colonne. In alto, ai lati, due statue rappresentanti angeli; al centro una raggiera con il simbolo della Vergine; all’interno sopra la nicchia, un bassorilievo della Madonna delle Grazie. Il Fantauzzo, nel fermare l’immagine degli angeli e della Vergine, si rivela promotore di una nuova severità stilistica di gusto antico, ma al tempo stesso talento sensibilissimo al carattere dei suoi soggetti, ed una certa essenzialità della forma e dei panneggi, con un linguaggio concretamente innovatore. Verso il 1890, Amedeo si separò da Giuseppe, in quanto per motivi di lavoro dovette recarsi a Palermo, dove si sposò e si stabilì; ma Giuseppe non rimase a lavorare da solo: a parte i numerosi allievi, che egli trattava con amorevole severità, c’erano soprattutto i suoi figli, nati dal matrimonio con Assunta Guerrieri, avvenuto a Barrafranca intorno al 1873. Degli otto figli, quattro maschi e quattro femmine, soprattutto Carmelo, Calogero e Giuseppe mostravano una particolare attitudine per l’arte ed aiutavano il padre secondo le loro possibilità. Un valido aiuto il Fantauzzo riceveva anche dal nipote Antonino Musolino, il continuatore dell’opera del nostro con Calogero e Giuseppe. La decorazione della Chiesa della Madonna dell’Itria e di quella della Madonna delle Grazie, sono le opere più importanti realizzate da Giuseppe Fantauzzo a Barrafranca, ma abbiamo detto, egli operò in molti altri paesi, e quasi sicuramente ogni che riceveva una commissione di una certa consistenza, si spostava in quel paese con tutta la famiglia. A Grammichele dovette dimorare a lungo, come attesta la quantità delle opere realizzate, e proprio in questo paese dovette avvenire la prima caduta del Fantauzzo dall’alto di un ponte di legno, con conseguenze non gravi. Continuò la sua opera di pittore, scultore, architetto ed adornista plastico; ma una seconda caduta, avvenuta questa volta a Mazzarino, mentre restaurava il “cappellone” della Chiesa del Carmine, dovette riuscirgli fatale. Si racconta che “caduto in piedi”, sembrò non aver riportato alcun danno e si recò presso l’originaria Barrafranca, dove, dopo otto giorni, morì all’improvviso, nel 1899 a soli 49 anni. Ne continuarono l’opera i figli Carmelo, allora ventenne, Calogero, di diciassette anni, e il nipote Antonino Musolino. Li troviamo a lavorare insieme, sempre nel nostro paese, verso i primi del 1900, quando si ampliò la chiesa Maria Santissima della Stella, con l’aggiunta delle navate laterali, che furono ornate da stucchi. Ma quando Carmelo, che era il vero continuatore dell’opera del padre e che faceva prevedere un livello artistico non inferiore, morì a ventisette anni nel 1906, e Antonino Musolino emigrò in America, Calogero, che aveva maggiormente la funzione di muratore che di stucchista, non si occupò più di arte. Un accenno a parte merita l’altro figlio Giuseppe junior, che fattosi sacerdote, scolpì le edicole che contengono i quadretti della Via Crucis della chiesa del convento di San Benedetto. Le nicchie sono tutte in legno, finemente lavorato e traforato, impreziosite in basso da pennacchi e da guglie che s’intrecciano e si susseguono, decrescendo dal centro verso l’esterno. L’opera fu eseguita verso il 1914, alle soglie della prima guerra mondiale; nello stesso anno l’autore morì a soli ventisette anni.(Dopo la chiusura al pubblico della Chiesa perché pericolante, la Via Crucis fu trasferita dalle suore in un’ala del corridoio superiore del Convento, adibita a Cappella, fino al 1984. Da allora non se ne ha più notizia. Quelle sopra descritte sono le opere certe dei Fantauzzo a Barrafranca; ma per amore di cronaca ne vogliamo citare altre tre, che si trovano nella chiesa Maria Santissima della Stella e che la testimonianza dei discendenti attribuisce ad uno dei Fantauzzo, non si sa però chi. Si tratta della bellissima statua di San Luigi Consagra, della decorazione esterna della cupola del campanile, e delle “figlie di Maria”, figure dipinte ai lati della “Madonna dei raggi” di Francesco Vaccaro. Dopo aver esaminato l’attività artistica dei Fantauzzo a Barrafranca, si può cercare di dare un giudizio sulla loro opera, ma un vero e proprio giudizio si può formulare solo su Giuseppe, il cui livello artistico si differenzia notevolmente da quello degli altri, tanto più che i figli, e in particolare Carmelo, morti quasi tutti prematuramente, come abbiamo detto, non hanno avuto il tempo di esternare le loro possibilità artistiche. Siamo di fronte ad un grande misconosciuto dell’arte italiana dell’ottocento, pur trattandosi di un artista d’incomparabili risorse di grazia, fantasia fervore plastico e ornamentale. Egli, infatti, dopo essersi liberato dagli influssi del Signorelli, manifesta tutta la sua personalità,che assorbe i contrasti e le incertezze del suo tempo, rivivendole con una personalissima impronta di serenità, di leggerezza e di delicatezza. A classificarlo basta quella specie di poema plastico che anima la Chiesa della Madonna delle Grazie a Barrafranca, con pastoso e delicato congegno di statue, rilievi ed ornati. Con una tecnica incredibilmente applicata ad una materia relativamente povera quale lo stucco, egli sembra preludere all’arte moderna, tramite la sua visione di severa staticità, che adombra la compostezza classica; non si tratta però di un classicismo di recupero, bensì di una versione del tutto originale in cui l’artista riversa il suo amore per la vita semplice, informata da sentimenti elementari. Il Fantauzzo non è un novatore rivoluzionario, ma ridona alla scultura, al rilievo ed all’ornato una nuova dignità, mediante un linguaggio rigorosamente fondato su una misura architettonica, che esalta i superbi equilibri delle masse modellate. Da quanto detto, si evince che il Fantauzzo si possa ritenere un precursore dell’arte moderna. Nella sua opera, infatti, va affiorando una sensibilità del tutto differente da quella antica, una nuova intelligenza formale, che dovrà progressivamente acquisire una nuova dimensione, perché no sopranazionale: il nostro va tentando la costruzione di una forma espressiva autonoma, essenziale e perciò prettamente moderna. Sicuramente, a nostro modesto parere, non ci troviamo di fronte ad un uomo con una formazione chiusa e provinciale, ma davanti ad un artista abbastanza aggiornato e sensibile ai richiami culturali provenienti dai centri non solo italiani, ma anche europei; ad un artista da essere rivalutato e con tutte le caratteristiche in regola per entrare, anche se in punta di piedi, nel gran concerto dell’arte internazionale. Voglio concludere questo mio lavoro con una curiosità, se così si può chiamare: il nome dei Fantauzzo del ramo del grande Giuseppe è destinato ad estinguersi, perché attualmente esiste solamente, con questo cognome, discendenza femminile. (Per la stesura di quest’articolo mi sono avvalso del mio volume “Guida alle principali Chiese di Barrafranca ed ai loro tesori nascosti”; dell’articolo “I Fantauzzo nell’arte” di Antonio D’Aleo; e soprattutto della testimonianza orale dei diretti discendenti di Giuseppe Fantauzzo). Gaetano Vicari
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