DISCORSO DI DIEGO ALEO PER IL COMPLETAMENTO DEL DIPINTO DI GIUDITTA E OLOFERNE DI GAETANO VICARI
UN RICORDO CHE SI FA STORIA
Certi avvenimenti non cadono mai nell’oblio. Alcuni diventano mito e leggenda, altri restano inviolati nella memoria collettiva a sfidare il tempo, incrollabili. Fanno parte della nostra storia. Sono essi a dare lustro e onore al nostro passato e determinano le nostre idee, condizionano i nostri comportamenti e diventano vera sostanza del nostro vivere civile. Non sono solo i delitti o le guerre o le imprese nefaste a scandire i tempi del nostro passato. Ci sono anche i piccoli avvenimenti. Ci siamo noi, c’è la storia di ognuno di noi ad arricchire e rendere eterne le vicende della nostra comunità. Noi siamo parte viva e ognuno di noi lascia in eredità a tutta la comunità i propri pensieri, le proprie azioni, nel bene e nel male. Sia che piangiamo sia che godiamo il nostro passato è storia viva di tutti noi, anche se, purtroppo non lo vogliamo. Nulla si può cancellare e tutto vive e palpita nella nostra mente e nel nostro io. Siamo noi la storia, quelli che viviamo ora e tutti quelli che ci hanno preceduto. Siamo noi che stiliamo nei libri della storia perenne, a caratteri di fuoco, la nostra storia.
C’è anche questo piccolo frammento di luce incastonato nella storia della nostra comunità e chi vive, custodisce questo avvenimento come se fosse un oggetto di grande valore. Le vie, le piazze di questo antico quartiere allora sentirono proclamare il nome altero e altisonante di questa eroina biblica e ne rimasero entusiasmate. Sono gli umili e i diseredati che fanno la storia, diceva il Manzoni. E’ il popolo il protagonista incontrastato delle vittorie e delle sconfitte, non sono i grandi generali né re.
Oggi il quartiere e il paese hanno mutato aspetto. Siamo diventati più colti e le strade non sono più polverose in estate e pieni fango durante l’inverno. Oggi il progresso si fa sentire anche a Barrafranca e assieme ai vantaggi ci regala anche agnosticismo e indifferenza e ci proietta facilmente in un mondo virtuale, dove i protagonisti sono i sogni e i vizi che a stento riusciamo a contenere.
Vorrei che il nostro fosse un paese, dove a trionfare fossero i poeti e gli scrittori, i sacerdoti e il popolo di Dio. Un paese dove bambini e uomini maturi, donne e fanciulle, si stringessero in comunione di amore e sconfinando dal mondo dei sogni approdassero alla vera e dura realtà giornaliera. Vorrei un paese con chiese ricolme di ricordi storici, con campanili svettanti verso il cielo, allietato dalla felicità dei suoi abitanti e con strade vive, piena di gente; le strade che sono i corridoi dell’anima e l’appagamento dei nostri sensi.
Il progetto pensato dal nostro parroco don Salvatore Nicolosi, che ha vivo e possente il senso del decoro e della liturgia, oggi si arricchisce della seconda tela delle quattro previste e che orneranno l’abside della nostra chiesa, regalandole colore, storia e religiosità.
Il 29 Luglio 2012 è stato portato a termine, dal prof. Gaetano Vicari il secondo dipinto, raffigurante Giuditta e Oloferne, olio su tela cm 85x183; ed oggi, 10 agosto 2012, in attesa di essere collocato in chiesa, il dipinto è stato trasportato alle ore 19.00 dallo studio del pittore alla casa del sottoscritto, prof. Diego Aleo, dove avrà provvisoria dimora. La decisione è stata presa dal pittore che ha anche espresso il desiderio di potere festeggiare l’avvenimento con un dolce preparato e offerto dalla sorella del sottoscritto, Rosa Aleo, collaborata dalle solite persone che vivono affiatate e unite: Pina Mancuso, Rosa e Lucia Marchì.
La tela rappresenta Giuditta davanti alla porta della città mostrando con la destra la testa di Oloferne, generale di Nabuccodonosor il quale minacciava di occupare i popoli della Palestina e soprattutto, infine, celebrare il trionfo a Gerusalemme e umiliare così il popolo eletto; nella sinistra tiene la scimitarra con la quale ha reciso coraggiosamente la testa di Oloferne. Lei in abiti regali, ornata di gioielli e abiti preziosi campeggia maestosa davanti alla città liberata. E’ appena spuntata l’alba e tutto il popolo, ancora sonnolento si appresta a scacciare gli oppressori che fuggono precipitosi di fronte allo sforzo bellico e patriottico del popolo in armi. Il pittore Gaetano Vicari, prima di iniziare a dare forma alle immagini che rutilavano nella sua mente, ha cercato l’ispirazione nella bibbia ed ha letto e studiato con scrupolosa cura l’intero libro di Giuditta. Ha dato udienza nella sua fantasia ai personaggi che sfilano in questo libro. Si è ripetuto i discorsi di Oloferne e di Giuditta, ha vissuto i loro stati d’animo e infine, quando tutto gli era chiaro, ha cominciato a dipingere e a riportare sul viso di Giuditta e in tutta la composizione la tensione creativa e l’ispirazione che si manifesta attraverso il gioco dei cromatismi e delle linee e delle luci e del chiaro scuro. Questi potrebbero essere i brani che hanno dato vita alla sua ispirazione:
dice Oloferne ai suoi uomini: "Non abbiamo niente da temere dai figli d'Israele, è un popolo senza forza e senza vigore per una lotta dura”… Li bruceremo in casa loro, i loro monti s'inebrieranno del loro sangue, i loro campi si colmeranno dei loro cadaveri, né potrà resistere la pianta dei loro piedi davanti a noi, ma saranno tutti distrutti..
Gli Israeliti, quando videro la loro moltitudine, rimasero molto costernati e si dicevano l'un l'altro: "Ora costoro inghiottiranno tutta la terra, né i monti più alti, né le valli profonde, né i colli potranno resistere al loro peso".
Dice Oloferne: perché di là attingono tutti gli abitanti di Betulia; vedrai che la sete li farà morire e verranno alla resa della loro città.
Ozia rispose loro: "Coraggio, fratelli, resistiamo ancora cinque giorni e in questo tempo il Signore Dio nostro rivolgerà di nuovo la misericordia su di noi; non è possibile che egli ci abbandoni fino all'ultimo.
Racconto In quei giorni venne a conoscenza della situazione Giuditta figlia di Merari. Suo marito era stato Manàsse, della stessa tribù e famiglia di lei; egli era morto al tempo della mietitura dell'orzo. Giuditta era rimasta nella sua casa in stato di vedovanza ed erano passati già tre anni e quattro mesi. Si era fatta preparare una tenda sul terrazzo della sua casa, si era cinta i fianchi di sacco e portava le vesti delle vedove. Era bella d'aspetto e molto avvenente nella persona; inoltre suo marito Manàsse le aveva lasciato oro e argento, schiavi e schiave, armenti e terreni ed essa era rimasta padrona di tutto.
Né alcuno poteva dire una parola maligna a suo riguardo, perché temeva molto Dio.
Vennero da lei ed essa disse loro: "Ascoltatemi bene, voi capi dei cittadini di Betulia. Non è stato affatto conveniente il discorso che oggi avete tenuto al popolo, aggiungendo il giuramento che avete pronunziato e interposto tra voi e Dio, di mettere la città in mano ai nostri nemici. Chi siete voi dunque che avete tentato Dio in questo giorno e vi siete posti al di sopra di lui, mentre non siete che uomini? Perché se noi saremo presi, resterà presa anche tutta la Giudea e sarà saccheggiato il nostro santuario e Dio chiederà ragione di quella profanazione al nostro sangue. Dunque, fratelli, dimostriamo ai nostri fratelli che la loro vita dipende da noi, che i nostri sacri pegni, il tempio e l'altare, poggiano su di noi. Oltre tutto ringraziamo il Signore Dio nostro che ci mette alla prova, come ha già fatto con i nostri padri. Certo, come ha passato al crogiuolo costoro non altrimenti che per saggiare il loro cuore, così ora non vuol far vendetta di noi, ma è a fine di correzione che il Signore castiga coloro che gli stanno vicino".
Allora rispose a lei Ozia: "Quanto hai detto, l'hai proferito con cuore retto e nessuno può contraddire alle tue parole.
Allora Giuditta cadde con la faccia a terra e disse: "Signore, Dio del padre mio Simeone, tu hai messo nella sua mano la spada della vendetta contro gli stranieri, contro coloro che avevano sciolto a ignominia la cintura d'una vergine, ne avevano denudato i fianchi a vergogna e ne avevano contaminato il grembo a infamia. Tu avevi detto: non si deve fare tal cosa! ma essi l'hanno fatta. Con l'inganno delle mie labbra abbatti il servo con il suo padrone e il padrone con il suo ministro; spezza la loro alterigia per mezzo di una donna. Perché la tua forza non sta nel numero, né sugli armati si regge il tuo regno: tu sei invece il Dio degli umili, sei il soccorritore dei derelitti, il rifugio dei deboli, il protettore degli sfiduciati, il salvatore dei disperati. Si alzò dalla prostrazione, chiamò la sua ancella particolare e scese nella casa, dove usava passare i giorni dei sabati e le sue feste. Qui si tolse il sacco di cui era rivestita, depose le vesti di vedova, poi lavò con acqua il corpo e lo unse con profumo denso; spartì i capelli del capo e vi impose il diadema. Poi si mise gli abiti da festa, che aveva usati quando era vivo suo marito Manàsse. Si mise i sandali ai piedi, cinse le collane e infilò i braccialetti, gli anelli e gli orecchini e ogni altro ornamento che aveva e si rese molto affascinante agli sguardi di qualunque uomo che l'avesse vista. Poi affidò alla sua ancella un otre di vino, un'ampolla di olio; riempì anche una bisaccia di farina tostata, di fichi secchi e di pani puri e, fatto un involto di tutti questi recipienti, glielo mise sulle spalle.
Giuditta si presenta agli israeliti Costoro, quando la videro trasformata nell'aspetto e con gli abiti mutati, restarono molto ammirati della sua bellezza e le dissero: "
Il Dio dei padri nostri ti conceda di trovar favore e di portare a termine quello che hai stabilito di fare, a vanto degli Israeliti e ad esaltazione di Gerusalemme".
Si presenta al campo assiro La presero e la interrogarono: "Di qual popolo sei, donde vieni e dove vai?". Essa rispose: "Sono figlia degli Ebrei e fuggo da loro, perché stanno per essere consegnati in vostra balìa. Io quindi vengo alla presenza di Oloferne, comandante supremo dei vostri eserciti, per rivolgergli parole di verità e mettergli sotto gli occhi la strada per cui potrà passare e impadronirsi di tutti questi monti senza che perisca uno solo dei suoi uomini". Erano ammirati della bellezza di lei e ammirati degli Israeliti a causa di lei e si dicevano l'un l'altro: "Chi disprezzerà un popolo che possiede tali donne? Sarà bene non lasciarne sopravvivere alcun uomo, perché, liberi, potrebbero far perdere la testa a tutto il mondo".
Oloferne a Giuditta: "Stà tranquilla, o donna, il tuo cuore non abbia timore, perché io non ho mai fatto male ad alcun uomo che abbia accettato di servire Nabucodònosor, re di tutta la terra.
Giuditta a Oloferne Per questo, io tua serva, conscia di tutte queste cose, sono fuggita da loro e Dio mi ha indirizzata a compiere con te un'impresa che farà stupire la terra ovunque ne giungerà la fama.
Oloferne "Da un capo all'altro della terra non esiste donna simile, per la bellezza dell'aspetto e il senno della parola".
Giuditta: "Per la tua vita, mio signore, ti assicuro che io, tua serva, non finirò le riserve che ho con me, prima che il Signore abbia compiuto per mano mia quello che ha stabilito". Così i servi di Oloferne la condussero alla tenda ed essa riposò fino a mezzanotte; poi si alzò all'ora della veglia del mattino. poiché è cosa disonorevole alla nostra reputazione se lasceremo andare una donna simile senza godere della sua compagnia; se non sapremo conquistarla, si farà beffe di noi".
Giuditta rispose a lui: "E chi sono io per osare contraddire il mio signore? Quanto sarà gradito ai suoi occhi, mi affretterò a compierlo e sarà per me motivo di gioia fino al giorno della mia morte".
Racconto Subito si alzò e si adornò delle vesti e d'ogni altro ornamento muliebre; la sua ancella l'aveva preceduta e aveva steso a terra per lei davanti ad Oloferne le pellicce.
Giuditta entrò e si adagiò. Il cuore di Oloferne rimase estasiato e si agitò il suo spirito, aumentando molto nel suo cuore la passione per lei; già da quando l'aveva vista, cercava l'occasione di sedurla.
Oloferne:"Bevi e datti alla gioia con noi". Giuditta rispose: "Sì, berrò, signore, perché oggi sento dilatarsi la vita in me, più che tutti i giorni che ho vissuto".
Racconto Oloferne si deliziò della presenza di lei e bevve abbondantemente tanto vino quanto non ne aveva mai bevuto solo in un giorno da quando era al mondo.
Rimase solo Giuditta nella tenda e Oloferne buttato sul divano, ubriaco fradicio.
Allora Giuditta ordinò all'ancella di stare fuori della sua tenda e di aspettare che uscisse, come aveva fatto ogni giorno; aveva detto infatti che sarebbe uscita per la sua preghiera .
Giuditta, fermatasi presso il divano di lui, disse in cuor suo: "Signore, Dio d'ogni potenza, guarda propizio in quest'ora all'opera delle mie mani per l'esaltazione di Gerusalemme. È venuto il momento di pensare alla tua eredità e di far riuscire il mio piano per la rovina dei nemici che sono insorti contro di noi". Avvicinatasi alla colonna del letto che era dalla parte del capo di Oloferne, ne staccò la scimitarra di lui;
poi, accostatasi al letto, afferrò la testa di lui per la chioma e disse: "Dammi forza, Signore Dio d'Israele, in questo momento". E con tutta la forza di cui era capace lo colpì due volte al collo e gli staccò la testa. Indi ne fece rotolare il corpo giù dal giaciglio e strappò via le cortine dai sostegni. Poco dopo uscì e consegnò la testa di Oloferne alla sua ancella, la quale la mise nella bisaccia dei viveri e uscirono tutt'e due, secondo il loro uso, per la preghiera; attraversarono il campo, fecero un giro nella valle, poi salirono sul monte verso Betulia e giunsero alle porte della città. Giuditta gridò di lontano al corpo di guardia delle porte: "Aprite, aprite subito la porta: è con noi Dio, il nostro Dio, per esercitare ancora la sua forza in Israele e la sua potenza contro i nemici, come ha dimostrato oggi". Non appena gli uomini della sua città sentirono la sua voce, corsero giù in fretta alla porta della città e chiamarono gli anziani. Corsero tutti, piccoli e grandi, perché non s'aspettavano il suo arrivo; aprirono dunque la porta, le accolsero dentro e, acceso il fuoco per far chiaro, si fecero loro attorno. Giuditta disse loro a gran voce: "Lodate Dio, lodatelo; lodate Dio, perché non ha distolto la sua misericordia dalla casa d'Israele, ma ha colpito i nostri nemici in questa notte per mano mia".
Estrasse allora la testa dalla bisaccia e la mise in mostra dicendo loro: "Ecco la testa di Oloferne, comandante supremo dell'esercito assiro; ecco le cortine sotto le quali giaceva ubriaco; Dio l'ha colpito per mano di donna. Viva dunque il Signore, che mi ha protetto nella mia impresa, perché costui si è lasciato ingannare dal mio volto a sua rovina, ma non ha potuto compiere alcun male con me a mia contaminazione e vergogna".
Tutto il popolo era oltremodo fuori di sé e tutti si chinarono ad adorare Dio, esclamando in coro: "Benedetto sei tu, nostro Dio, che hai annientato in questo giorno i nemici del tuo popolo". Ozia a sua volta le disse: "Benedetta sei tu, figlia, davanti al Dio altissimo più di tutte le donne che vivono sulla terra e benedetto il Signore Dio che ha creato il cielo e la terra e ti ha guidato a troncare la testa del capo dei nostri nemici.
Giuditta "Ascoltatemi bene, fratelli: prendete questa testa e appendetela sugli spalti delle vostre mura. Attendete poi che sia apparsa la luce del mattino e sia sorto il sole sulla terra: allora, ognuno prenda l'armatura da guerra e ogni uomo valido esca dalla città. Quindi, date inizio all'azione contro di loro come se voleste scendere al piano contro le prime difese degli Assiri, ma in realtà non scenderete. Allora inseguiteli voi e quanti abitano l'intero territorio d'Israele e abbatteteli nella loro fuga.
Gli assiri "Gli schiavi ci hanno traditi! Una sola donna ebrea ha gettato la vergogna sulla casa del re Nabucodònosor! Oloferne eccolo a terra e la testa non è più sul suo busto".
Il dipinto è stato eseguito con grande maestria e con cura dei particolari, soprattutto quelli del panneggio, lavorato con certosina cura. In primo piano, davanti alle porte della città, campeggia la figura di Giuditta che altera e orgogliosa per la grande impresa compiuta, mostra la testa di Oloferne. E’ presentata secondo gli schemi della tradizionale iconografia e collocata in un gioco cromatico che varia dal giallo, al verde, dai toni caldi accostati ai toni freddi. Si intravede, inoltre, l’influsso dell’opera pittorica rinascimentale, soprattutto quella fiorentina e si sottolinea che, a più riprese, il Vicari ha avuto occasione di recarsi sulle rive dell’Arno, dove ha affinato il suo stile, studiando l’opera dei nostri grandi artisti del Rinascimento. Questo meraviglioso e straordinario dipinto è il secondo dei quattro soggetti progettati ed è stato donato alla chiesa dal sottoscritto e dalla sorella Rosa, legati alla chiesa “Madre della Divina Grazia” da lunga tradizione familiare, considerandola come se fosse la propria casa.
Il prezzo concordato con il pittore è stato davvero irrisorio se si considera che per realizzare l’opera ci è voluto quasi un anno. Si tratta, certamente, di un prezzo simbolico e il pittore a riguardo ha voluto sottolineare che ha regalato alla chiesa gran parte del suo lavoro, che ha richiesto un lungo e faticoso impegno.
Le due tele sono state portate in chiesa il 13 agosto 2012 prima della celebrazione della santa messa e subito dopo, con l’aiuto di Borino Puzzo, sono state collocate nello spazio ad esse riservato.
Diego Aleo
Barrafranca 14 agosto 2012
