Gaetano Vicari: GUIDA ALLE PRINCIPALI CHIESE DI BARRAFRANCA ed ai loro tesori nascosti CON AGGIORNAMENTI dal 1984 ad oggi-CAPITOLO SESTO: CHIESA MARIA S.S. DELLA PURIFICAZIONE (CHIESA MADRE) CON AGGIORNAMENTI fino a Marzo 2018

CAPITOLO SESTO

CHIESA MADRE

Quante volte passiamo davanti alla chiesa Madre, tante volte la guardiamo distrattamente, osservando tutt’al più di sfuggita le pietre della parte bassa del prospetto, ma nello stesso tempo rassicurati che sia sempre lì, vigile e materna.
Non abbiamo mai il tempo di osservarla ed anche se prima ci fermavamo nella piazzuola davanti, mancava lo spazio necessario per abbracciare tutta la facciata con lo sguardo; per fare ciò era necessario alzare appositamente la testa e con gli occhi arrivare fin alla punta estrema del timpano, sormontato prima da una croce di ferro e di lì girare lo sguardo a destra, ancora più in alto, per scorgere l’altra croce del campanile, con la sua girante banderuola. Attualmente, dopo l’abbattimento della chiesa di S. Giuseppe, iniziato nel 1978 e completato un anno dopo, la piazza si è allargata molto, permettendo una visuale completa della chiesa.
Il prospetto nella sua semplicità e linearità, è il più maestoso tra tutti quelli delle altre chiese di Barrafranca e ricalca nella sua struttura esterna, l’architettura interna della chiesa. E’ opera imponente, realizzata verso i primi dell’Ottocento e precisamente nel 1830 su progetto dell’architetto Giuseppe Ciulla, originario di Barrafranca. I lavori, che durarono dieci anni, furono eseguiti dal capomastro Giovanni Scarpulla; il portale dall’intagliatore Montes.
Lo spazio in verticale è diviso da lesene di pietra in tre parti, quali le ali, la parte centrale e il portone ( eseguito a spese di Liborio Costa nel 1839), mentre nello stesso tempo, in orizzontale, è accentuato lo schema bipartito, formato da terrapieno e primo piano. Questa facciata infatti, nonostante la data ottocentesca, ripropone il modello del tipico prospetto barocco meridionale, con spazi nettamente ripartiti su due piani, con l’aggettare dei pilastri e dei cornicioni, in particolare di quello a timpano ricurvo e spezzato del portone centrale, e infine con quel motivo delle ali laterali a voluta, che tanta fortuna ha avuto nelle chiese seicentesche.
Anche il prospetto del campanile quasi sicuramente fu eseguito nello stesso tempo della facciata, cioè nei primi dell’Ottocento; ma se ricordiamo il campanile e la parte sud della chiesa, come erano prima delle costruzioni, che ne hanno deturpato la parte esterna, possiamo avere degli elementi per sostenere, con un certa fondatezza, una nostra tesi sulla sua fondazione.
Siamo intorno al 1720, durante gli ultimi anni della vita di Nicolò Placido III Branciforti, che riunì sotto la sua persona i domini degli avi: Principato di Butera e Pietraperzia, Contea di Mazzarino, Grassuliato e Gibilsen, Marchesato di Barrafranca e Militello, Signoria di Niscemi e Grammichele, Bivieri di Lentini, Randazzini e Casale, oltre ad essere Magnate di Spagna; la popolazione del marchesato di Barrafranca si è accresciuta molto e l’antica chiesa Madre di Piazza Fratelli Messina è quasi diroccata.
Serve assolutamente una nuova chiesa Madre, ampia, per accogliere la popolazione, ed alcuni giustamente pensano di costruirla sulle muraglie, ancora solide, della preesistente. Altri invece hanno l’idea di costruirne una nuova, secondo quando riporta il parroco Giunta, “nell’area della preesistente Chiesa di San Sebastiano, che in quell’occasione venne demolita”. Sicuramente si parla qui della chiesa di San Sebastiano il Nuovo, già esistente prima del 1622.
Prevalse l’opinione di questi ultimi, forse perché il paese si era esteso verso quella direzione e la nuova posizione risultava più centrale. La chiesa fu iniziata nel 1728 ad opera degli intagliatori Ignazio Vannelli, Ignazio Mazio, Antonio La Rosa e Antonino Arena tutti di Piazza Armerina. I lavori si protrassero fino a quasi il 1775.
Noi però, in disaccordo con il Giunta, crediamo che la vecchia Chiesa di San Sebastiano il Nuovo non sia stata del tutto demolita, ma che sia stata incorporata nella nuova costruzione più vasta. Fino a poco tempo fa, infatti, nel lato rivolto a sud dell’attuale chiesa Madre, si potevano notare chiaramente le vecchie mura della chiesa di San Sebastiano e si poteva intuire che questa doveva essere ad una sola navata e sormontata da merli simili a quelli bizantini, cioè terminanti ad arco.
Anche il campanile, cominciato nel 1744 a spese dei cappellani, diciotto anni dopo l’inizio dei lavori della chiesa, ed ultimato nel 1775, con la parte inferiore diversa da quella superiore, può dare adito alla stessa supposizione, cioè che sia stato costruito, come continuazione di quello vecchio della chiesa di San Sebastiano A sostenere questa tesi, sempre sulla parte bassa del campanile, nel lato che guarda a mezzogiorno, fino ad una cinquantina di anni fa, si potevano notare dei mattoni smaltati raffiguranti il martirio di San Sebastiano.
Questo campanile, dalla grandiosità solenne, merita da parte nostra un’ attenzione tutta particolare, in quanto rappresenta il simbolo di Barrafranca, e perché il nostro paese è caratterizzato in modo indimenticabile dalla sua mole imponente. Il campanile è diviso in tre parti, nell’ultima delle quali trova posto la cella campanaria formata da quattro archi con campane, sormontati da altrettanti grandi orologi. Sovrasta il tutto una cupola orientaleggiante coperta da mosaici di cocci smaltati.
Dopo aver osservato la parte esterna della chiesa, un po’ deturpata per la verità, come abbiamo accennato prima, dalle recenti costruzioni che ne hanno nascosto l’architettura originaria, avviamoci verso l’interno.
Appena entrati, abbiamo subito l’impressione di trovarci davanti ad un tipico esempio di chiesa meridionale, dove i diversi stili, in questo caso con la prevalenza di quello classico, concorrono e contribuiscono a rendere l’insieme armonico e senza pesantezze. La pianta è a croce latina e divisa in tre navate, con cupola sulla crociera, e, come abbiamo detto prima, dominano gli elementi classici, cioè colonne, trabeazioni, archi a sesto pieno, cupole emisferiche. I colonnati classici continuano con pilastri addossati anche lungo i lati delle navate minori e assumono slancio per mezzo delle arcate a tutto sesto. Le fasce sporgenti sui capitelli delle colonne, le cordonature orizzontali, i cornicioni, si raccolgono in linee di fuga, improvvisamente fermate dalla crociera con cupola su pennacchi. Ne deriva un moto solenne, misurato, che pur rimanendo fedele al senso dei volumi tradotti in linee e contorni, accenna a un superamento di quell’incanto statico, che caratterizza le altre chiese di Barrafranca.
Ci scusiamo con i nostri lettori, se ci siamo dilungati sull’architettura esterna ed interna di questa chiesa, ma abbiamo creduto opportuno farlo perché, a nostro modesto parere, questa ci sembra una delle chiese più riuscite, per quanto concerne la struttura architettonica, tra tutte quelle esistenti a Barrafranca. Non per niente alcuni dicono che è stata dichiarata Monumento Nazionale.
Noi ora vi condurremo a visitare la chiesa e siamo certi che, dopo aver fatto ciò, dopo aver osservato i particolari ed averne compreso l’armonia architettonica e decorativa, la vostra impressione e il vostro giudizio concorderanno con il nostro.
A destra entrando dal portone principale, dentro una nicchia, è collocata un’acquasantiera in pietra, a base ottagonale, sulla quale è scolpito uno stemma indecifrabile. Non conosciamo la provenienza di questo fonte, ma possiamo quasi sicuramente collocarlo nel tempo: potrebbe essere stato scolpito nel 1400, nel tempo in cui Barrafranca aveva ancora il nome di Convicino.
Proseguendo il nostro cammino lungo la navata di destra, dopo il portone laterale, incontriamo una nicchia scavata in alto nella parete con dentro la statua di Santa Teresa del Bambino Gesù.
Questa statua, che ha una quarantina di anni, pur seguendo i modi e gli atteggiamenti della più trita tradizione, presenta un fascino tutto particolare ed una certa dignità artistica, anche se non può considerarsi un’opera d’arte. Nella morbidezza languida dell’atteggiamento delle mani, nella posizione frontale che rifiuta una ben accentuata consistenza spaziale, si coglie la volontà di trasferire la figura nell’ambito del simbolo. Il punto centrale dell’opera è il volto che, con quegli occhi fissanti il vuoto, aperti in un’espressione dolcissima, ci immerge in un’atmosfera psicologicamente estatica.
Avanzando ancora sempre lungo la navata di destra, dopo la statua di Santa Teresa, possiamo ammirare la grande tela della Madonna della Mercede. L’opera, di cui purtroppo non conosciamo l’autore, fu fatta dipingere da Giuseppe Anzaldo nel 1693, 35 anni prima che si ponesse mano alla costruzione di questa chiesa Madre. Non abbiamo notizie neanche per stabilire da quale chiesa provenga, se da quella di San Sebastiano, o dalla Matrice Vecchia, oppure da qualche altra antica chiesa di Barrafranca.
In quest’opera la piramide compositiva è formata dalla figura della Vergine al centro, con a destra un santo in piedi che sorregge un ostensorio, mentre a sinistra un altro santo in ginocchio, incredibilmente della stessa altezza di quello di destra, sostiene una bandiera. L’autore è riuscito ad attuare una solenne unificazione del gruppo sacro, attorno a cui circola lo spazio, libero e al tempo stesso governato da conchiusi ritmi architettonici. I gesti pacati collaborano a definire tale spazio in profondità.
Il superbo blocco centrale della Madre e del Figlio, col suo gioco di masse e volumi, sembra fissato in un duplice rapporto col mondo esterno e col sentimento interiore.
Dà risalto a questo gruppo centrale della Madonna col Bambino, isolato in un’atmosfera di luce, il convergere delle due figure laterali e di quelle degli angeli, in un alternarsi di ombre e luci. Anche se il colore è di una intonazione piuttosto smorta ed opaca, la composizione mostra originalità di immaginazione e fervida intimità di sentimento.
Peccato che quest’opera, come molte altre di Barrafranca, risulti molto rovinata, in alcune parti la tela addirittura rotta.
Attraverso un grande arco, accediamo al transetto della chiesa, dove sempre nella parete destra, si trova l’altare del Crocefisso. L’altare, rifatto in marmo di recente, è sormontato da due colonne ricoperte di stucco, di stile composito, e da un timpano, sui cui lati sono seduti due angioletti con i simboli della Passione; al centro altri angioletti sostengono un ovale con una croce.
Questo tempietto di ordine, come abbiamo detto, composito racchiude un grande reliquiario con vetri ad occhio colorati, composto nel 1795; apprendiamo con rammarico che le reliquie sono andate in gran parte smarrite. Al centro di questo reliquiario si trova un tabernacolo a forma di croce, infossato nel muro, rivestito di damasco rosso e ricoperto con un dipinto, sempre a forma di croce, del Crocefisso, di cui non conosciamo il nome dell’autore, ma possiamo affermare anteriore al 1745.
Dentro il tabernacolo sopra descritto è racchiuso il Crocefisso, in stucco e cartapesta, tanto amato e venerato dalla popolazione barrese, che viene portato in processione per le vie del paese ogni anno per il Venerdì Santo.
La tradizione vuole che sia stato trovato sottoterra in una nicchia nel territorio di Rastello. Sconosciamo perché sia stato sotterrato ma, dato il luogo del ritrovamento, non è difficile che sia appartenuto all’antico casale di Albara. Non sappiamo la data del ritrovamento, ma abbiamo notizia che si trovava nella chiesa di San Sebastiano prima del 1662. Presso la famiglia Ingala si conserva ancora l’antica croce, su cui era collocato, e la raggiera in legno, che gli stava intorno.
A parte il valore sacro ed affettivo di questo Crocefisso, noi vogliamo soffermarci sul valore artistico dell’opera.
L’autore, a noi sconosciuto, ci pone davanti un Cristo umano e sofferente, che coinvolge emotivamente l’osservatore. Il brano chiave della composizione è il torso del Cristo, indagato e fissato con preoccupazioni naturalistiche, che trovano nella presenza corporea il fine di una ricerca precisa, operata sulla realtà visibile. La luce fa risaltare le parti anatomiche e dà vita al modellato in un dettato variatissimo e dinamico, lontano dalla esasperazione tragica. Anche le braccia, pensiamo volutamente sproporzionate con le mani rispetto al resto del corpo, le gambe e il perizoma risultano attentamente risolti. La testa, col rifiuto della angosciata inclinazione su un lato, e i capelli tesi e non sconvolti nel tormento generale, riconfermano le intenzioni emotivamente pacate dello scultore, che concede solamente al particolare della bocca socchiusa la presenza dell’angoscia e della morte.
L’opera ha bisogno di un pronto restauro in quanto risulta molto rovinata, con il dorso in alcune parti addirittura ammaccato e con le braccia quasi distaccate.
A sinistra dell’altare del Crocefisso, nell’angolo, è posta una statua dell’Addolorata, in cartapesta. Questa Vergine Addolorata costituisce, insieme con gli angeli che recano i simboli della passione, un gruppo iconograficamente molto diffuso in Sicilia.
La drammaticità e la gravità rituale, esaltate dalla composta concentrazione plastica, lievemente sciolta nel calcolato gonfiarsi delle pieghe ritmiche, trovano il loro motivo più straziante nel cauto accenno ad un lento moto del corpo. In questo fremito sottile si riscatta la saldezza della struttura, ancor più sottolineata dall’alzarsi del capo della Vergine verso l’alto.
Sempre nella parte destra del transetto, in fondo alla navata, si apre una cappella dedicata al Sacro Cuore di Gesù. La sua struttura, fondamentalmente semplice, tende a perdere ogni peso ed ogni solidità architettonica sotto il parametro decorativo.
La cappella accoglie un altare in marmo, lo stesso che prima fungeva da altare Maggiore e trasportato qui. Sopra di esso si eleva una nicchia contenente una statua del Sacro Cuore, in gesso e stucco, forse del 1900.
L’opera assolve perfettamente il compito che le stato affidato, non mancandole tutti i requisiti per fare effetto sui fedeli, ma non ha assolutamente delle pretese artistiche.
La statua e la cappella furono ripristinate e riparate a spese dei fedeli nel 1959.
Avviamoci ora verso l’abside, dove un tempo sorgeva l’altare Maggiore che, come abbiamo detto prima, è stato rimosso, con conseguente ed evidente squilibrio della parte absidale. A noi sembra che non lo sostituiva affatto il pannello (messo al suo posto ed ora finalmente tolto), specie di paravento in legno, ricavato dalla devastazione, di cui non riusciamo a capacitarci, del bellissimo e prezioso pulpito in legno massiccio scolpito, che si trovava nella chiesa, opera perfetta dell’artista barrese Carmelo Musolino eseguita nel 1906.
In alto quattro colonne scanalate di stile composito, due per ogni lato, sorreggono due grandi statue sedute, in stucco, rappresentanti i due grandi santi della chiesa, San Pietro con le chiavi e San Paolo con la spada.
Fiancheggiano ognuna delle statue due angeli, recanti uno un libro, mentre l’altro indica la meravigliosa e superba raggiera, posta al centro con dentro il simbolo dell’Eucarestia.
Queste statue, come gli stucchi originari della chiesa, dei quali in seguito parleremo, sono opera dei fratelli Signorelli, i quali nel fermare l’immagine dei due grandi Santi, si rivelano promotori di una nuova severità stilistica di gusto antico, ma al tempo stesso talenti sensibilissimi al carattere dei loro soggetti, ed ad un certo preziosismo della forma e dei panneggi.
Il tempietto barocco-classico sopra descritto, incornicia la tela più famosa della chiesa, restaurata di recente con risultati penosi.
L’opera che appartenne all’antica chiesa Madre di piazza Fratelli Messina, dà il titolo alla Parrocchia, chiamata infatti “Maria S.S. della Purificazione”. Incerta la data di esecuzione, che potremmo collocare intorno ai primi del 1600; incerto anche l’autore.
Alcuni attribuiscono il dipinto a Cateno Gueli, un artista di Monreale, mentre altri, più recentemente, lo vorrebbero di Filippo Paladini, il celebre pittore toscano morto nel 1614 a Mazzarino, dove nella prima metà del Novecento fu scoperta la tomba. L’attribuzione al Paladini è dovuta al fatto che sul dipinto, prima del restauro, si distingueva una F ed in seguito PAL: non si riusciva a leggere altro. Dallo stile potrebbe sembrare un’opera del tardo periodo del Paladini (1613-14), periodo caratterizzato da un luminismo di chiara eco caravaggesca; si può anche avanzare l’ipotesi che il dipinto sia opera di un suo allievo o della sua scuola.
Ma non essere sicuri del nome dell’autore, nulla toglie al grande godimento artistico che la contemplazione di quest’opera d’arte ci procura, anche se il colore in alcune parti è andato completamente perduto. Questo quadro, dalla composizione grandiosa, rivela la capacità d’espressione dell’artista attraverso il colore, la luce e l’ombra. Nella rappresentazione della Vergine, che “presenta” il Bambino al Vecchio Simeone, si rivela una grande abilità nel creare effetti vivamente realistici per mezzo del contrasto tra disegno e colore. L’intera scena è subordinata allo spazio e la luce in questo spazio scuro cade sulle figure, in particolar modo su Maria. Il colore principalmente acquista il potere di rendere le forme realisticamente e di creare saldi legami tra di esse. In questo dipinto trova espressione tutta la curiosità dell’autore rivolta ad afferrare il senso della vita: egli ci mostra un evento straordinario che ha luogo tra le normali attività dell’esistenza.
Scendiamo dal presbiterio ed avviamoci verso la parte sinistra del transetto. Qui troviamo una cappella in posizione simmetrica, nella struttura e nell’ornato perfettamente uguale a quella del Sacro Cuore, prima descritta. La nicchia sopra l’altare questa volta accoglie la statua in legno scolpito della Madonna del Carmelo, eseguita nel 1960 da Luigi Santifaller di Ortisei.
L’altare della Consolata, si trova di fronte a quello del Crocefisso, prima descritto, ed è perfettamente uguale. Qui, sopra l’altare, al posto del reliquiario, è esposto un grande dipinto.
Osserviamolo: ci troviamo davanti ad un’opera sicuramente del 1700, eseguita tra il 1745 e 1777, di cui sconosciamo l’autore, ma certamente di stile differente di quello degli altri dipinti della chiese di Barrafranca.
In questa Madonna col Bambino fra due Santi l’autore ha affrontato e risolto il problema dell’unione tra figure e spazio.
Il luminismo cromatico, i sottili passaggi di tono, il preciso senso atmosferico fondono la figura della Vergine all’ampio respiro spaziale dello sfondo, sul quale essa campeggia senza però staccarsene, in una nuova dimensione squisitamente naturalistica. L’ispirazione pittorica giunge in questo quadro ad un punto molto alto. Gli effetti cromatici sono rigenerati dalla spontanea genialità di creare la forma e il movimento solo con i mezzi delle tinte tenui, distese con densità ed intensità, le quali fanno emergere, ora con forza ora con delicatezza, le figure e le cose dallo sfondo oscuro
La navata di sinistra accoglie due altari, con al centro il grande quadro di Sant’Anna.
Il primo entrando, sempre a sinistra, è l’altare di Santa Rita: la parte bassa è stata tolta, mentre la parte alta, rifatta di recente, nella struttura e nell’ornato si differenzia dagli altri altari della chiesa. Nella nicchia sovrasta una statua di Santa Rita, opera tradizionale, senza nessuna pretesa artistica.
Avanzando un po’, incontriamo la tela di vaste proporzioni di Sant’Anna.
L’opera dipinta forse da Salvatore Spina, è anteriore al 1745.
Sotto un cielo con angeli e putti, le molteplici figure di Sant’Anna, San Gioacchino, Sant’Ignazio in parato da messa, la Vergine con il Bambino e San Giuseppe, sono rappresentate l’una accanto all’altra, in uno schema ad arco, carico di moti centripeti e centrifughi.
Campeggia sullo sfondo un vessillo con i simboli dell’Eucarestia, sorretto dal Bambino Gesù.
Il dipinto, nel quale sono evidenti influssi leonardeschi specie nella figura di Sant’Anna e richiami raffaelleschi nella Vergine col Bambino, è molto rovinato ed in alcune parti il racconto pittorico per niente leggibile.
Dopo il quadro di Sant’Anna, è collocato l’altare di San Giuseppe, rifatto in marmo nel 1961, come si legge in una lapide accanto.
La grande nicchia che lo sovrasta accoglie una statua di San Giuseppe, preziosa, in legno scolpito. L’opera, che apparteneva alla chiesa di San Giuseppe, posta di fronte alla Chiesa Madre ed ora completamente demolita, è molto antica, potendosi collocare la sue esecuzione probabilmente intorno alla fine del 1600, sicuramente prima del 1745.
Il Santo, in piedi ed inclinato verso la sua sinistra, trova il suo equilibrio statico e dinamico nel tenere la mano al piccolo Gesù Bambino, anch’egli in piedi e posto alla sua destra.
Vicino alla porta laterale di sinistra, proprio di fronte a quella della Madonna del Carmelo, si trova la Cappella Battesimale. Questa cappella, con la sue esaltazione dei valori plastico-ornamentali, con la sua fitta stesura di forme di fantasia prettamente barocca, rivela lo sbizzarrirsi del Signorelli, il quale nell’eseguirla ha abbandonato un po’ la classica austerità degli altri ornati della chiesa. La parete di fronte è tutto un gonfiarsi di drappeggi e di putti, che circondano il dipinto ovoidale del Battesimo di Gesù, di metri 1,50 x 1,20.
In quest’opera il pittore, di cui non conosciamo il nome, dà una inusitata profondità alla composizione, il cui movimento è accentuato dai contrasti dei colori delle figure, concepite con grandiosità e dipinte a larghe pennellate. La composizione, maestosa e tenera allo stesso tempo, risalta per una coerenza formale ed espressiva, ed in essa la più alta tradizione settecentesca trova il suo più equilibrato punto d’incontro. L’opera, di non poco pregio, reca scritta la data di esecuzione 1784, e presenta uno strappo.
Avviamoci ora verso il portone principale e, dopo aver notato l’acquasantiera di sinistra con lo stemma dei Barresi (sicuramente anteriore alla costruzione della chiesa), da questa posizione soffermiamoci a guardare gli stucchi, che coprono quasi tutto l’interno della chiesa.
Sembra di trovarci di fronte ad una specie di “delirio” plastico ornamentale, nel quale gli ornamenti classici e barocchi fioriscono all’infinito, serpeggiano e s’intrecciano senza soluzione di continuità, come le fantasie naturali di un sottobosco. Si nota la più compiuta delle esecuzioni, in perfetta simbiosi tra architettura e stucchi.
I pennacchi, che sostengono la cupola, sono ornati con quattro bassorilievi, in stucco, rappresentanti gli evangelisti Matteo, Marco, Luca e Giovanni; mentre le pareti laterali del presbiterio accolgono sei quadroni, anch’essi di stucco. Quelli della parete destra contengono partendo dal basso una composizione con la menorah, (il candelabro ebraico a sette braccia) circondata dai simboli del sacrificio antico; e il sacrificio nel Vecchio Testamento; in alto, Elia nel deserto. Sulla parete di sinistra, il primo quadrone, in basso, rappresenta un Ostensorio con i simboli del Nuovo Sacrificio, il secondo, la Messa; mentre il terzo, in alto, Gesù con Marta e Maria.
In questi bassorilievi il Signorelli con minimo sfoggio plastico e con gradazioni di piani appena percettibili, attraverso cui si realizza la prospettiva lineare, raggiunge la massima densità di forma e di espressione.

Questi stucchi ed questi ornati sontuosi, come abbiamo accennato prima, sono opera di Vincenzo Signorelli, aiutato dal fratello Salvatore e dal giovane Giuseppe Fantauzzo, suo allievo. Vincenzo nacque nel 1825 a Siracusa da Gaetano e da Caterina Colombo dei Conti Danieli. Fu professore di Architettura e Disegno Plastico presso le Scuole Magistrali, Tecniche e Normali del Regno d’Italia. Verso la metà del 1800 era a Barrafranca per ornare, coma abbiamo ricordato prima, la chiesa della Madonna della Stella. Non sappiamo se gli stucchi della Chiesa Madre furono eseguiti prima o dopo, ma molto probabilmente dopo, perché abbiamo notizia che la morte colse il Signorelli nel nostro paese nel 1876, all’età di 51 anni.
Dobbiamo ricordare che Giuseppe Fantauzzo, allievo di un così grande maestro, proprio durante i lavori di questa chiesa apprese e perfezionò il mestiere di stucchista.
Mentre esaminiamo la perfezione e la finezza degli stucchi del Signorelli, ammiriamo anche i grandi quadroni ad olio su tela della volta, tutti contenenti riproduzioni, più o meno riuscite, di quadri famosi. Quelli della navata centrale sono: L’Annunciazione, dipinta da Emma di San Cataldo nel 1965; La Visita ad Elisabetta e La Natività, di Giuseppe Puzzanghera, un pittore nato a Riesi, il quale li dipinse tra il 1962 e il 1965; Gesù tra i Dottori e La Presentazione al Tempio, di Emma del 1962; nella volta del transetto di destra si trova La Coronazione di Spine, sempre di Emma, dipinta nel 1963.
Ma quella che stiamo ammirando e descrivendo non è la chiesa originale. Il 18 luglio, infatti, del 1943, durante la Seconda Guerra Mondiale, tre bombe aeree distruggevano la navata centrale, la navata laterale sinistra, due colonne e il lato nord del transetto.
Verso il 1946, tre anni dopo, si cominciò a ristrutturare la cupola da parte dei fratelli Santo e Giuseppe Scarpulla. Un anno dopo i tetti, i muri, le colonne e la navata laterale erano tutti ricostruiti o riparati.
Nel 1948 si provvide alla pavimentazione ed ai lavori di riparazione della volta centrale, che fu rifatta a botte e non a grandi crociere, come probabilmente doveva essere l’originaria. Si doveva arrivare al 1965, per avere la chiesa così come l’ammiriamo, con gli stucchi mancanti tutti rifatti e dorati, e ridipinta con colori a nostro avviso un po’ troppo vivaci.
Per prova si fecero eseguire alcune opere a Giuseppe Puzzanghera, uno stucchista e pittore originario di Riesi da una famiglia di artisti, stabilitosi ora a Barrafranca. Superata con onore la prova, nel 1962 al Puzzanghera vennero affidati tutti i lavori e soprattutto la creazione ex-novo del progetto degli stucchi della navata centrale. Come la volta, però, anche gli stucchi non seguirono il tracciato ed il disegno originario. L’esecuzione, svolta saltuariamente, fu terminata nel 1965.
Altri interventi sono stati eseguiti nel 1978-80, quando si sono rinforzate le fondamenta con cemento armato e si è rifatto il pavimento con lastre di marmo. Ma bisogna precisare che ancora i lavori non sono completati.
Per concludere la nostra trattazione, vogliamo ricordare che questa chiesa potrebbe rappresentare il simbolo della generosità del popolo barrese: la sua costruzione, i suoi ornati, la sua riparazione e la sua ristrutturazione sono stati eseguiti quasi sempre a spese del popolo – “Populi sumptibus”.

Dato alle stampe nel mese di Settembre 1984

AGGIORNAMENTI

PARROCCHIA MARIA S.S. DELLA PURIFICAZIONE


Una pietra dello zoccolo, a sinistra del portone centrale, reca inciso: ANO DNI 1728 e su un’altra, in alto sulla cantonata, sempre a sinistra, si riesce a leggere: AN DNI 7 IND 2(?)...(il resto è indecifrabile). Per il parroco Giunta queste due pietre testimoniano l’inizio dei lavori della chiesa, in seguito ad un atto stipulato 4 anni prima tra gli intagliatori e i “deputati dell’erigenda chiesa”, in cui si stabilivano le condizioni della lavorazione della pietra.
“Così nel 1724 il 28 Dicembre con atto presso Notar Guzzardella, si stipulavano le condizioni per la lavorazione della pietra da costruzione tra gl’intagliatori da una parte, m. Ignazio Vannelli, m. Ignazio Mazio, m. Antonio La Rosa e m. Antonino Arena tutti di Piazza e dall’altra il Vicario D. Girolamo Amarù, D. Giuseppe Maggiore, Vic. For. D. Alessandro Bufalini e il deputato per la nuova fabbrica eletto dalla Princ.essa di Butera e Marchesa di Barrafranca nella persona di D. Giuseppe Gregorio”.

Per quanto riguarda la Madrice vecchia di piazza Fratelli Messina il parroco Giunta così scrive:"In data del 25 Agosto 1711 trovo una lettera del Principe di Barresi dalla quale risulta che i cittadini e il clero si tassavano per raccogliere le uova dei grilli e, quando il flagello cessò, le somme rimaste furono impiegate per i pilastri della Madrice vecchia".
Angelo Scarpulla ipotizza che, andando a ritroso nel tempo di 2500 anni, nella parte nord dell'agglomerato probabilmente esisteva il “Bosco Sacro” dell’acropoli, chiamato ancora oggi “Sirvia”, nel cui contesto sorgevano templi con strutture annesse: la Chiesa Madre, costruita sul sito di quella di S. Sebastiano, a sua volta eretta al posto di un antico tempio pagano di questo “Bosco Sacro”, sarebbe, secondo Scarpulla, un prezioso documento monumentale, che testimonierebbe questo fatto.
Pensiamo che la chiesa di S. Sebastiano, nonostante i lavori di ampliamento e di trasformazione, continuasse ad essere utilizzata per le cerimonie del culto sacro, perché apprendiamo da un documento del 1729, che “i sac. D. Pietro Costa e D. Cosmo Conte e l’elemosiniere D. Giuseppe Costa supplicavano, quali procuratori della fabbrica, il Vescovo di Catania, D. Pietro Galletti, che per evitare irriverenze si potesse trasportare il SS. Sacramento dalla chiesa di S. Sebastiano in quella vicina chiesa di S. Giuseppe che già esisteva dal 1667”.
Si fabbricava a spese del popolo e del Comune, che d’allora assunse il patronato della chiesa.
“A concorrere alle ingenti spese si prestava il R. D. Biagio Bevilacqua da questa, esattore dei censi del marchesato di Barrafranca per conto del Principe di Butera. Il Bevilacqua, con lettera da Palermo al Vic. D. Diego Catalano, in data 3 Settembre 1728 e riportata in atto pubblico dal Not. D. Antonino Bonincontro il 10 Marzo 1733, cedeva al detto Vic. Catalano i suoi proventi da esattore per la somma di circa onze 70 e cioè per la durata di anni cinque”.
Siccome le uscite erano ingenti e, non essendo sufficiente la raccolta popolare, “con atto presso il Notar Antonino Bonincontro, sotto il 28 Luglio 1744, il Vicario D. Erasmo Maggiore ed i Cappellani D. Andrea Costa, D. Gaspare Catalano, D. Liberante Cannizzaro e D. Domenico Giunta si tassavano per onze 45 annue sulle primizie loro dovute per condurre a termine il Cappellone e il Campanile della Chiesa, che rimaneva ancora sotto il titolo di S. Sebastiano.
Questa somma fu sborsata dai predetti e dai loro successori fino al 1770 come si rileva da un documento della Curia di Catania in data 7 Giugno 1770”.
Una pietra della cantonata frontale del campanile ( 1746 X° ) ed un’altra in quella laterale ( SUMPTIBUS CAPPELLANORUM 1746 X IND ), testimoniano questo fatto e l’anno della realizzazione.
Quasi sicuramente il nuovo campanile fu costruito come continuazione di quello di S. Sebastiano: sostiene questa ipotesi l’opinione del dott. Ligotti per cui la parte inferiore, vecchia ed originale, mostra evidenti segni architettonici, nelle finestre a feritoia, riconducibili al XIII-XIV sec. Sempre il dott. Ligotti ci ha riferito che sul lato di Mezzogiorno del campanile, si notavano antichi mattoni su cui era dipinta un’immagine di S. Cristoforo.
(San Cristoforo è venerato come santo dalla Chiesa cattolica. Secondo la tradizione della Chiesa occidentale subì il martirio in Licia sotto Decio nel 250. Fu colui che avrebbe fatto attraversare un fiume ad un bambino, che poi si rivelò Gesù., portandolo sulle spalle.) 
Nella vecchia Chiesa Madre di Piazza Fratelli Messina, sebbene fosse in parte diroccata e non del tutto agibile, si continuavano a celebrare le Messe e le funzioni religiose, ma dal 1765 la chiesa fu chiusa al culto.
Nel 1745 il Vescovo di Catania fece compilare un inventario dei beni delle Chiese di Barrafranca. Apprendiamo che in questa chiesa, chiamata già Chiesa Madre, esistevano: l’altare del S.S. Sacramento, il Battistero, l’altare Maggiore, con il quadro grande di Maria S.S. della Purificazione, due statuette di S. Pietro e S. Paolo, un quadro piccolo di S. Maria del Rosario e un quadro piccolo di S. Maria libera nos a penis inferi; l’altare di S Sebastiano, con statua di stucco e quadro di S Maria della Grazia; a sinistra di questo altare una cappella senza altare con quadro di S. Agata; l’altare di S. Paolo con quadro; l’altare di S. Maria della Mercè con quadro; l’altare di S. Anna con quadro; l’altare di S. Michele Arcangelo con quadro grande; l’altare di S, Maria del Carmine con quadro; l’altare di S. Maria del Soccorso con quadro e l’altare della Pietà con quadro.
Vicino all’altare del Santissimo si trovava un tabernacolo di legno incassato nel muro con la statua di stucco del Crocifisso, coperto dal quadro del Crocefisso. Nella sacrestia oltre ad un quadro della Madonna del Carmine, era conservata “la tela grande col misterio della Passione,per la quaresima” (la famosa “tiledda”).
Come abbiamo detto prima, nonostante i lavori, la nuova chiesa era utilizzata: abbiamo notizia che il 1 Aprile 1754 vi fu fondata una Collegiata, sospesa fino a nuovo ordine dopo 40 giorni;
(Nella Chiesa cattolica con l'espressione Collegiata si intende una chiesa di una certa importanza, nella quale è istituito un Collegio o Capitolo di canonici, con lo scopo di rendere più solenne il culto a Dio).
che nel 1765 presso l’altare della Mercede don Giuseppe Anzaldo celebrava “messe legatizie”;
(messe che si celebrano dietro mandato)
e che nello stesso anno, essendo la Chiesa Grazia diroccata, il suo legatario don Pietro Salvaggio, diceva Messa in questa erigenda chiesa, dove era pure un quadro di Maria S. S. delle Grazie.
Nel 1775 furono completate le costruzioni principali ed essenziali e la nuova Chiesa Madre fu aperta ufficialmente al pubblico: era agibile la navata principale, con la sua imponente struttura architettonica, senza gli stucchi e gli ornamenti attuali.
Si dovevano costruire ancora, tra l’altro, il transetto e le navate laterali (utilizzando probabilmente lo spazio dei portici che dovevano forse fiancheggiare l’antica chiesa di S. Sebastiano); mancavano i prospetti della chiesa e del campanile (per il momento provvisori); bisognava lastricare il pavimento…
Il titolo parrocchiale della vecchia Chiesa Madre “Maria S.S. della Purificazione” passò così a questa e negli antichi atti è chiamata ora Parrocchia di S. Sebastiano, ora della Purificazione.
In altri documenti è indicata come “Chiesa di S. Sebastiano sotto il titolo di Maria S.S, della Purificazione”.
Nel 1784 il Comune contribuì alle spese per altri interventi riguardanti forse il transetto della chiesa, che era considerata la più importante di Barrafranca, tanto che nel 1821 vi fu seppellito il governatore ed amministratore della città, Dott. Vincenzo Bonfirraro.
Già nel 1797 per i bisogni dello Stato, fu requisito alla chiesa da Sua Maestà Borbonica un “lampiere” d’argento e nel 1848, per sopperire alle spese del Governo Rivoluzionario, fu donato un calice d’argento con relativa patena indorata.

Con il contributo del popolo, del Comune e dei cappellani, i lavori continuarono per tutto il 1800 intensificandosi in particolar nel 1830 , quando furono eseguiti l’attuale e maestosa facciata della chiesa prima e il prospetto del campanile dopo; nel 1844 e nel 1853 con la costruzione da parte del Comune delle due “navicole”; e nel 1872, quando il Comune stanziò una somma “per i tetti”.

Da un documento dell'Archivio di Stato di Enna apprendiamo che nel 1877 la cupola del campanile fu distrutta da un fulmine. Il sindaco di allora Antonino Mattina D'angelo e il Consiglio si attivarono per la ricostruzione, perché le "acque piovane arrecavano danni a quel grande edifizio". I lavori di urgenza furono completati "in economia" nel 1878, dopo che la Prefettura ne concesse l'autorizzazione. 
Nel frattempo i fratelli Signorelli (Vincenzo impareggiabile disegnatore e Salvatore valentissimo esecutore) ne coprivano l’interno con gli attuali splendidi stucchi.

Nel 1880 si cominciò a provvedere per la pavimentazione.
Le somme stanziate però non bastarono per tutta la pavimentazione in marmo e per completarla fu utilizzata la maggior parte del ricavato dalla vendita della “Chiesa Vecchia “ di piazza Fratelli Messina al Comune (documento del 1885, pubblicato da Bobò Centonze).
Da allora il Comune stabilì, per la manutenzione della nuova Chiesa Madre, un apposito stanziamento annuo, che fu protratto fino a tutto il 1913.
Nell’inventario del 1910, contenente le opere d’arte appartenenti alla chiesa, si legge: (Quadri grandi): Della Purificazione, Della Cintura, S. Paolo, Addolorata, Mercede (buon pennello), Del Carmelo; (Medi e piccoli): Il Battesimo di Gesù, S. Michele Arcangelo (in tela), La Via Crucis, quattro piccoli quadri di Santi in sacrestia e cinque ritratti di Sacerdoti, più l’effige del Crocifisso sovrapposta al Crocifisso, Statua di S. Sebastiano.
Diciotto anno dopo, il parroco Giunta nel suo libro su Barrafranca, nel descrivere la Chiesa Madre, elenca solo i quadri e le statue per lui degne di nota: la statua del Crocifisso, con la pittura che la copre, la Purificazione, la Mercede, la Pietà, la Consolata, S. Anna e il Battesimo di Gesù.
Le altre opere citate nell’inventario e non presenti nel libro del Giunta erano andate perdute, oppure il Parroco non le aveva ritenute degne di nota?
Ci stupisce che non abbia fatto cenno alla famosa Via Crucis, opera pregevole, citata dalle Guide e dalle pubblicazioni del tempo.

Di quella Via Crucis, si ha testimonianza visiva in una rara foto dell’interno della Chiesa Madre, risalente forse ai primi del 1900. Nella foto, oltre alla Via Crucis, si notano, a destra della navata centrale, il pulpito, in legno massiccio scolpito, con baldacchino, e dietro una pedana in legno, che serviva per le prediche meno solenni. Si scorge la balaustrata in ferro battuto e lavorato che separava il presbiterio dal resto della chiesa e si distinguono le colonne di colore scuro (forse di granito?).
Secondo la testimonianza orale del dott. Ligotti, fino al 1920 si potevano vedere due colonne di granito collocate tra l’angolo sinistro e la porta secondaria di via Ingria. Una di queste colonne fu adibita a “cilindro”; l’altra, dopo essere stata usata con la stessa mansione, fu trasportata nella zona del “Signore Ritrovato”.
La chiesa fu eretta a Parrocchia il 13 luglio 1911 dal Vescovo Mario Sturzo con la denominazione di “Maria S.S. della Purificazione”, ed essendo la chiesa principale del luogo, acquisiva il titolo di Chiesa Madre di Barrafranca; due anni dopo don Ferdinando Cinque, da sette anni Vicario Curato, fu nominato primo Parroco della nuova Parrocchia. Bisognava aspettare fino al 1 Aprile 1915, perché il re Vittorio Emanuele III concedesse il “regio assenso” alla erezione della Parrocchia.
Don Ferdinando Cinque resse la Parrocchia fino al 1934, quando fu destinato a Riesi come Parroco della Basilica Maria S.S. della Catena.

    Nei primi del 900 (nel 1909?) fu installato sul campanile dal quattordicenne Santo Scarpulla, aiutato da esperti venuti da Barcellona Pozzo Di Gotto (Me), sotto la diretta gestione del commissario prefettizio Giuseppe Càndia, un nuovo orologio da torre a quattro facciate, prodotto dalla Ditta “Fratelli Terrile fu Luigi” di Uscio (Genova) (Abbiamo notizia che il primo orologio era stato installato sul campanile da Giovanni Scarpulla  nei primi dell'800). In seguito Santo Scarpulla eseguì, con la collaborazione dello scalpellino Giuseppe Cavagrotte, la cornice che circonda il campanile intervallata ai lati da archi a tutto sesto per contenere gli orologi, e sormontata agli angoli da pilastri a tronco di piramide. I lavori completi furono inaugurati nel 1924 e fino al 1939 la manutenzione dell'orologio fu affidata ad Angelo Razza, meccanico comunale. In seguito la manutenzione passò al figlio Angelo Scordo, aiutato da Angelo Strazzanti. Nel dopoguerra  si occupò dell'orologio Francesco Bevilacqua e dopo di lui Angelo Strazzanti. Dopo un tentativo fallito di Filippo Bonaffini, molti sono stati coloro che hanno reso funzionante l'orologio, tra cui Angelo Strazzanti fino al 1992, quandò si guastò. Fu riparato dallo stesso Strazzanti aiutato dal fratelli Corso e funzionò fino ai primi del 2000. Da allora ha funzionato saltuariamente, riparato dai fratelli Corso e da Giuseppe Amore, ma allo stato attuale le sue lancette sono ferme.
Nuovo parroco della Chiesa Madre fu nominato don Luigi Giunta, già Vicario Economo dal 1923, ed autore del libro “Cenni storici su Barrafranca”, pubblicato nel 1928.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, nel 1943, in seguito allo sbarco degli Alleati in Sicilia, Barrafranca subì due bombardamenti aerei: il primo il 10 luglio, da parte dell’aviazione americana, e il secondo il 18 luglio da aerei tedeschi. In entrambi, fu colpita anche la chiesa Madre, che crollò in parte e subì gravi danni.
Come abbiamo scritto nella prima parte di questa Guida, i lavori di ricostruzione iniziarono tre anni dopo.
Tra l’altro, nel 1949 si cominciarono a rifare gli stucchi della navata sinistra.
Nell’archivio parrocchiale troviamo la relazione del geometra Salvatore Licata riguardante i lavori di riparazione eseguiti nel 1953 per interessamento del parroco don Luigi Giunta.
Furono riparati il frontino (trabeazione), il portone laterale, e le volte delle navate laterali, dell’altare Maggiore e degli altari laterali; furono eseguite l’intonacatura della volta centrale, la stuccatura della cupola centrale e la coloritura marmorea ad olio della colonne.
In seguito, sempre negli anni cinquanta, si intervenne anche sul complesso architettonico del lato destro esterno della chiesa, dietro il campanile, dove per mezzo di una gradinata, con in cima due pilastri laterali di pietra lavorata, si accedeva su un terrapieno, sul quale sorgeva l’ingresso con il portale laterale.
Questa caratteristica struttura architettonica fu chiusa con un muro, al centro del quale fu spostato il portale con il portone laterale; dallo spazio rimasto furono ricavate due stanzette e un piccolo salone al primo piano.
Nel 1962 fu istituito un Comitato per la raccolta presso i cittadini di fondi, che uniti alla somma stanziata dallo Stato, dovevano servire per il completamento dei lavori di ripristino degli ornati e di rifacimento degli stucchi mancanti di tutta la chiesa: l’esecuzione fu affidata, come abbiamo detto, a Giuseppe Puzzanghera.
Morto intanto il parroco don Luigi Giunta, nel 1966 gli successe mons. Giovanni Cravotta, già Vicario Cooperatore dal 1948.
Negli anni sessanta si continuò a modificare l’architettura esterna della chiesa con la costruzione di stanze sulle navate laterali e l’abbattimento dell’antica sacrestia, dove sorsero nuovi locali.
Nello stesso tempo all’interno, in seguito all’applicazione pedissequa dei dettami del Concilio Vaticano II conclusosi nel 1965, fu tolto l’altare Maggiore e, liberato il presbiterio dalla balaustrata in ferro, vi fu costruito un altare “coram populo”; furono smantellati gli scanni lignei del
coro e il prezioso pulpito in legno con baldacchino; furono eliminati molti altari laterali…
Altri lavori interni ed esterni furono eseguiti durante gli anni settanta, in particolare nel 1976 e nel 1977. Due anni dopo moriva prematuramente, a soli 54 anni mons. Giovanni Cravotta: nuovo parroco fu mons. Giuseppe La Verde (dal 1979 al 1994).
Gli scanni del coro, gli altari lignei della chiesa di S. Giuseppe, antichi candelabri ed altri arredi, conservati fino agli anni 80 nei magazzini della chiesa, sono andati perduti.
Dopo aver esposto le nuove informazioni da noi apprese riguardanti la chiesa durante gli anni antecedenti al 1984, data di stampa della prima edizione di questa Guida, prima di proseguire il nostro lavoro, riteniamo opportuno ricordare gli altri parroci che si sono succeduti nella Parrocchia: don Alessandro Bernunzo dal 1994 al 2007, don Alessandro Geraci dal 2008 al 2015, e dal 1 ottobre del 2015 don Giacomo Zangara.
Continuiamo i nostri aggiornamenti, presentando le modifiche apportate alla chiesa dal 1984 al momento attuale.
All’esterno sulla punta del timpano del prospetto principale, al posto dell’antica croce ritenuta troppo pesante, nel 2009 ne è stata collocata una nuova in ferro, che non regge il paragone con quella originale, in ferro battuto e lavorato, appesa attualmente in una parete della piccola piazza, sorta al posto della chiesa di S Giuseppe e riqualificata nel 2002.
La chiesa di S. Giuseppe dopo essere stata chiusa, perché pericolante, fu demolita (1978-1979) in seguito ad un accordo tra l’amministratore diocesano mons. Giovanni Faraci e il sindaco di allora Salvatore Faraci : il Comune demoliva la chiesa per farne una pubblica piazza (chiamata nel 2012 piazza S. Giuseppe) e in cambio cedeva un pezzo di terra per costruirvi la nuova chiesa “La Sacra Famiglia”.
Agli anni 80 risale l’ultima pulitura della facciata, che presenta ancora nell’ala laterale di destra l’impronta di un orologio a "meridiana" dei primi del 1900. Questa meridiana fu distrutta dal bombardamento del 10 luglio 1943.
Nel 1995 la Soprintendenza di Enna provvide al restauro esterno del campanile, il quale con il prospetto fu illuminato artisticamente nei primi anni del 2000.
Entrando dal portone centrale, rimesso a nuovo insieme ai portoni laterali nel 2009 da Alessandro Strazzanti, notiamo una grande bussola in legno, utile a proteggere l’interno dai rumori del traffico; davanti alle entrate laterali sono poste altrettante bussole, fatte negli anni ‘80 dalla ditta Sottile-Geraci di Barrafranca.
Nel nartece interno, in cima al frontone sopra il portone centrale si trova una composizione in stucco, dove predominano i simboli delle tre virtù teologali e campeggia al centro la scritta: POPULI SUMPTIBUS VINCENTII SIGNORELLI STUDIUM HOC TEMPLUM ORNAVIT.
Sempre nel nartece, notiamo che nella nicchia di destra, durante l’ultimo collocamento dell’acquasantiera sul “capitello bizantino”, non si è badato a centrare lo stemma indecifrabile, che risulta girato a sinistra.
Passando alla navata di destra (rinfrescata e reintegrata nel 2010 da Alessandro Giuliana ed Alessandro Gulino), prima del portone laterale, nell’angolo era collocato un fonte battesimale di marmo, donato alla chiesa alla fine degli anni 60 da Lucia Strazzanti. (Il fonte è stato tolto nel 2011).
In alto al centro dell’arco un cartiglio di stucco reca la scritta:
LAUDATE EUM DOM= IN CHORDIS ET ORGANO Psal: CL B: Ver.4 scoperta dopo l’intervento del 2010 sotto la precedente: CELEBRA IL SIGNORE O TERRA TUTTA Sal. 9 9,2 (66,1).
Dopo la bussola laterale, vediamo che nel 2003 è stato ricostruito l’altare in marmo di Santa Teresa.
Sopra la mensa si nota una piccola nicchia che racchiude un reliquiario in argento contenente una reliquia della Santa. Sotto, al centro del piccolo ciborio, un bassorilievo con i simboli della Santa e con il motto: L’AMOR CON L’AMOR SI PAGA.
In alto, sopra la nicchia con la statua in gesso e cartapesta acquistata negli anni 30 dalla Società Anonima “Rosa Zanazio & C.” di Roma, un cartiglio reca la scritta: SANTA TERESA DI GESU’ BAMBINO E DEL VOLTO SANTO.
(Santa Teresa di Lisieux (1873-1897) fu suora carmelitana e mistica francese. Nota come S. Teresina, per distinguerla da S. Teresa d’Avila, è patrona dei Missionari ed insieme a Giovanna d’Arco, patrona di Francia.)
Sotto la tela della Madonna della Mercede, appesa nell’arco successivo notiamo un confessionale antico in legno lavorato, recuperato dalla chiesa di S. Giuseppe e collocato nel 2009 al posto di quello in muratura degli anni 80.
Ai piedi della pala è scritto il seguente distico:
Mercedis titulum fundasti, Anzalde, Mariae
Mercede hac igitur solvis abunde polum
1693
Tradotto dal Parroco Giunta:
Rizzar de la Mercè l’ara tua sorte
Fu, o Anzaldo, e di Maria per la mercè
Aprì abbastanza le celesti porte
1693
(Il dipinto rappresenta al centro la Madonna con il manto bianco dei Mercedari, raccolto da un fermaglio con lo stemma di Aragona. Inginocchiato a sinistra, S. Pietro Nolasco, fondatore del Mercedari, il quale indossa l’abito bianco dell’Ordine, donatogli dalla stessa Vergine. Lo stemma, portato sull’abito e riprodotto sul vessillo, è quello di Aragona, concesso dal re Giacomo I, quando l’Ordine dei Mercedari fu fondato nel 1218 a Barcellona.
Il santo in piedi a destra, potrebbe essere S. Giovanni dei Sacramenti, oppure, ipotesi più probabile, S. Pietro Pascanio, vescovo e martire, devoto dell’Eucarestia.)
La tela è stata consolidata, pulita e reintegrata da Grazia Marchì nel 2002.
Una copia di questo dipinto, di inferiore qualità artistica, si trova presso la Cattedrale di Piazza Armerina; un’altra è collocata nella Chiesa Madre di Mazzarino.
Nel terzo arco della parete destra, dopo il restauro eseguito da Silvano Bonfirraro nel 1993, è stato esposto il dipinto della Madonna del Rosario di Domenico Provenzani, un artista siciliano nato nel 1838, discendente dal grande Domenico Provenzani (1736-1794) di Palma di Montechiaro.
La tela, proveniente dalla vicina Chiesa di S. Giuseppe, reca scritto in oro come ornamento della scollatura della veste di Maria: ROSARIO; sul piedistallo del trono: AVE MARIA; in basso al centro: VIVA MARIA S.S.ma DI POMPEI, e a sinistra, a stento leggibile, la firma e la data di esecuzione 1899.

Nel 2015 sono state applicate sulla testa della Madonna e del Bambino due corone in argento.
(Il dipinto è una delle tante versioni del quadro, attribuito alla scuola di Luca Giordano, del Santuario di Pompei, fondato nel 1876 dal beato Bartolo Longo e dalla contessa Marianna de Fusco.
L’origine del culto della Madonna del Rosario, raffigurata per lo più con i santi domenicani S. Domenico Guzman e S. Caterina, è stata attribuita all’apparizione di Maria a S. Domenico Guzman, appunto, nel 1208 a Prouille, nel primo convento da lui fondato.)
Sul frontone dell’arco che introduce nel transetto di destra è collocato un cartiglio con la scritta:
Paral. Libro II - ET AIT: “OCULI QUOQUE MEI ERUNT APERTI ET AURES MEAE AD ORATIONEM EIUS QUI IN LOCO ISTO ORAVERIT – Cap.7. V.12 (15), (scoperta dopo la ristrutturazione del 2010, sotto l’altra LA MIA CASA SARA’ CASA DI PREGHIERA Lc 19-46), mentre sul frontone opposto dello stesso arco, nel transetto, un altro cartiglio reca scritto: VERE NON EST HIC ALIU(D) NISI DOMUS DEI Gen. Cap.XXVIII Vers.17.
Passando nel braccio destro del transetto, troviamo l’altare del Crocifisso, con il reliquiario splendente di oro e d’argento.
Alla Chiesa di S. Sebastiano apparteneva la statua in stucco del SS. Crocifisso, al quale i confrati nel 1662 vollero erigere una nuova cappella.
In un inventario del 1745, in pieno svolgimento dei lavori di costruzione della nuova Chiesa, si legge questa descrizione: “Vicino l’altare del SS. Sacramento si ritrova un tabernacolo di legname indorato infossato nel muro con l’immagine del SS. Crocifisso posta dentro, di rilievo di stucco ed innanzi il quadro di pittura di detto Crocifisso, con cielo dentro di damasco rosso”.
Era questa forse la collocazione del Crocifisso nella chiesa di S. Sebastiano, riproposta nella nuova Chiesa Madre, con l’aggiunta dell’altare e nel 1795 del reliquiario in legno, coperto dal “quadro di pittura” ritagliato a forma di croce, per rendere più visibile il nuovo reliquiario?
Durante l’invasione delle locuste, che dal 1689 al 1711 flagellarono il nostro paese, furono portati in processione dal popolo la compatrona Maria S.S. della Stella e il Crocifisso di S. Sebastiano. Lo stesso avvenne nel 1710, per la siccità che minacciava il raccolto.
La statua in stucco e cartapesta del Crocifisso fu restaurata nel 1988 dal prof. Angelo Cristauro di Acireale.
Nel 2007 fu la volta della rimessa a nuovo, da parte di Lillo Magro di Delia, del prezioso reliquiario, e per consentirne la visione completa, fu rifatta ed abbassata l’altare di marmo.
Nello stesso tempo furono ricomposte tutte le reliquie e fu pulito il dipinto del Crocefisso a forma di croce, prima poco visibile.
Un nuovo intervento di riparazione e di restauro alla statua del Crocifisso, rovinata durante la processione del Venerdì Santo del 2012, si ha avuto nel 2013 sempre da parte del prof. Angelo Cristauro.

La statua di cartapesta dell’Addolorata posta negli anni 80 a sinistra dell’altare del Crocefisso, risale agli anni 30.
Nel 1995 Giuseppe Puzzanghera rinnovò di nuovo gli stucchi della cappella del Sacro Cuore, rovinati da infiltrazioni d’acqua; un altro rifacimento ha avuto luogo nel 2011, a cura di Alessandro Giuliana ed Alessandro Gulino.
Questa cappella, che reca in alto in un cartiglio un arco con due frecce (simboli del martirio di S. Sebastiano), doveva essere probabilmente dedicata al Santo al tempo dell’esecuzione degli stucchi e la nicchia doveva contenere la statua di S. Sebastiano, citata nell’inventario del 1910.
Abbiamo appreso che nel dopoguerra vi era collocata l’attuale statua di Santa Teresa In seguito, non sappiamo quanto, fu trasformata in cappella del Sacro Cuore con la vetrata del Cuore di Gesù al centro della raggiera. in alto (Non si ha notizia dell’antica statua di S. Sebastiano, che è andata perduta).
Avviandoci verso il presbiterio, notiamo che è stato ingrandito e che l’altare postconciliare è stato rifatto in marmo nel 2002 e spostato più avanti. Ai lati sono posti un ambone e un fonte battesimale in legno della metà degli anni 90.
Anche l’altare Maggiore è stato ricostruito nel 2001 in marmo dalla ditta Calabrese di Barrafranca.
A noi sembra che questo nuovo altare, il quale vorrebbe essere la copia di quello antico, non regga il confronto con l’originale, per la differente finezza dell’esecuzione e per la scelta non simmetrica delle venature delle lastre frontali.
Al centro è stato inserito un tabernacolo degli anni 90 con la porticina impreziosita da un bassorilievo dorato ed argentato rappresentante la Cena di Emmaus.
Sulla parete destra del presbiterio sotto il quadrone con il bassorilievo di “Elia nel deserto” è scritto: ALZATI E MANGIA, PERCHE’ TI RIMANE DA COMPIERE UN LUNGO CAMMINO ( 1 Re, XIX . 8); mentre il quadrone di fronte, con il bassorilievo di Marta e Maria, reca scritto: UNA SOLA COSA E’ NECESSARIA: MARIA HA SCELTO LA PARTE MIGLIORE , CHE NON LE SARA’ TOLTA (Lc. X , 42).

(Secondo quanto si legge nei libri dei Re, Elia fu un grande profeta. Ultimo fedele al Dio di Abramo, sfidò e vinse i profeti del dio Baal sul monte Carmelo: qui, dopo che essi furono svenuti, dimostrò la potenza di Dio accendendo, con la preghiera, una pira di legna verde e bagnata. Dopodiché, presso il torrente Kison, scannò tutti i 450 sacerdoti di Baa. Fuggì sul monte Oreb, presso il quale gli porgeva cibo un angelo (scena del bassorilievo), e dove parlò con Dio. Chiamò Eliseo a seguirlo ed a essere il suo successore. Infine venne rapito in cielo con «un carro di fuoco e cavalli di fuoco»
Il bassorilievo di “Marta e Maria” narra di quando Gesù, durante il viaggio, si fermò nella casa di Marta. Ella aveva una sorella di nome Maria la quale si prostrò ai piedi di Gesù per ascoltare la sua parola; Marta, distratta dalle faccende di casa, si lamentò con il Signore della sorella che la lasciava sola a lavorare. Questi allora rispose: "Marta, Marta, tu ti inquieti e ti preoccupi di troppe cose, mentre poche ne servono e una sola cosa è necessaria. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta".)
Rivolgiamo ora la nostra attenzione all’ancona della Purificazione, che domina l’altare Maggiore. La pala apparteneva all’antica Chiesa Madre, ma nel 1745 era già stata trasportata nella nuova Chiesa, anche se i lavori non erano stati completati, notizia che si evince dall’inventario redatto dal vescovo di Catania in quell’anno.
La pittura era molto rovinata intorno al 1928, ai tempi del parroco Giunta, che riteneva il quadro “molto antico per cui si rilevano solo alcuni lineamenti, Si rileva ancora il volto della Madonna…” Il secondo intervento di pulitura e di ritocco, eseguito da una restauratrice di Enna nel 2009, ha reso un po’ più visibile e fruibile l’insieme della figure rappresentate.
Di alta qualità formale e poetica è la donna con bambino in primo piano, rappresentata in tutta la sua dimensione statuaria, avvolta nelle ampie pieghe del mantello a larghe campiture di colore bianco. Qui, principalmente dall’uso inconfondibile della luce, traspare da parte dell’autore la conoscenza e l’influenza della pittura del Caravaggio.
Per quanto riguarda l’attribuzione, l’ultimo intervento di pulitura ha rilevato un livello di pittura non troppo alto nell’insieme delle figure e dello sfondo, mentre, come abbiamo scritto in precedenza, la figura della madre col bambino in primo piano si presenta di alta qualità artistica, degna del Paladini.
Di quest’opera il Nicotra così scrive: “Nella chiesa madre vi è un bellissimo quadro rappresentante La Purificazione di Maria, opera di Cateno Gueli, di Montereale”; mentre il Giunta: “Nella monografia su Barrafranca compilata dal Signor Pasquale Guarneri e riportata dal dizionario del Nicotra è dato per opera di Cateno Gueli di Montereale. Per conto mio ignoro la fonte di questa notizia”.

Nel 2015 la pala è stata inspiegabilmente rovinata con l'applicazione di corone sul capo della Vergine e del Bambino.
(Il dipinto rappresenta la Presentazione al Tempio di Gesù, prescritta dalla Legge giudaica per i primogeniti maschi; la festa cade il 2 febbraio ed è popolarmente chiamata della “Candelora”.
La festa è anche detta della Purificazione di Maria, perché, secondo l'usanza ebraica, una donna era considerata impura per un periodo di 40 giorni dopo il parto di un maschio e doveva andare al Tempio per purificarsi: il 2 febbraio cade appunto 40 giorni dopo il 25 dicembre, giorno della nascita di Gesù.)
Scendendo dal presbiterio, nel transetto di sinistra anche la cappella della Madonna del Carmelo, in posizione simmetrica a quella del Sacro Cuore, è stata rinnovata nel 1995 da Giuseppe Puzzanghera.
Questa cappella, dedicata alla Madonna ai tempi dell’esecuzione degli stucchi da parte dei fratelli Signorelli, in alto infatti reca un cartiglio con la scritta AVE MARIA, conteneva forse dai primi del 900 la statua del Sacro Cuore ed dagli anni 60 quella attuale della Madonna del Carmelo.
(La Vergine con il Bambino reca in mano lo scapolare, detto comunemente “abitino”, che il 16 luglio 1251 consegnò a S. Simone Stock, priore generale dell’ordine Carmelitano, come segno di salute e di salvezza.)
Nelle chiesa esisteva anche altri due dipinti della Madonna del Carmelo, uno citato nell’ inventario del 1745 e l’altro eseguito nel 1837.presente nell’inventario del 1910, ma non menzionato dal parroco Giunta.
Abbiamo notizia che esisteva un altare della Madonna del Carmelo, nella vecchia Chiesa Madre di Piazza Fratelli Messina.
Il dipinto sull’altare di fronte a quello del Crocifisso rappresenta La Madonna della Cintura (detta dal Parroco Giunta “Consolata”, a meno che non si riferisca ad un altro quadro).

Il recente restauro del 2010, ad opera una restauratrice di Enna, ha rivelato che l’opera è stata eseguita su un altro dipinto più antico probabilmente dello stesso soggetto, di cui non abbiamo notizia. Questo fatto avveniva principalmente quando una tela era talmente rovinata, da essere interdetta.
Il parroco Giunta scrive che il quadro non è presente nell’inventario del 1745 (forse perché tanto danneggiato, da essere tolto dalla chiesa), ma lo ritrova accennato nel 1777, poco tempo dopo la fine dei principali lavori di costruzione della chiesa (forse quando fu ridipinto).
Desideriamo precisare che nell’inventario del 1745 si parla di un altare di S. Maria del Soccorso con quadro: si riferiva forse a questo dipinto?
(La devozione alla Madonna della Cintura nacque, secondo la tradizione, dal desiderio di S. Monica (331- 387), madre di S. Agostino (354-430), di imitare la Madonna anche nel modo di vestire: Monica infatti avrebbe chiesto a Maria di farle conoscere in che modo si sarebbe vestita dopo la morte di S. Giuseppe e, soprattutto, come vestiva dopo l’ascesa al cielo di Gesù. Benevolmente la Vergine si rese visibile a S. Monica con una veste dal taglio semplice, di colore scuro, raccolto ai fianchi da una cinta di cuoio che scendeva fino a lambire il terreno. Durante la visione la Madonna la invitò a vestirsi in modo simile e, slacciatasi la cintura, la porse a Monica, che si promise di portarla sempre.
Fra i primi ad approfittare di questa opportunità fu proprio S. Agostino, la cui cintura divenne uno dei tratti distintivi dell’ordine degli Agostiniani.)
Passando nella navata di sinistra, sul frontone dell’arco notiamo un cartiglio con la scritta: Paral: L: II APPARUIT…(SAL.) DOMINUS NOCTE ET AIT: AUDIVI ORATIONEM TUAM ET ELEGI LOCUM ISTUM MIHI IN DOMUM SACRIFICJ Cap: 16 Vers: 12., scoperta dopo il recente ripristino, sotto la scritta anteriore rimossa:…..
Nel 2010 infatti sono stati ripristinati gli stucchi di questa navata da Alessandro Giuliana ed Alessandro Gulino, i quali hanno anche rifatto in marmo l’altare di S. Giuseppe e rimodellata la nicchia contenente dagli anni 80 la statua del Santo, ridipinta maldestramente nel 2011.

Mancano a questa statua l’antico cuore d’argento e la vecchia collana con medaglione, rubati nel 1974.
(Il culto di san Giuseppe, padre putativo di Gesù e simbolo di umiltà e dedizione, ha avuto in Occidente una marcata risonanza solo attorno all'anno Mille.
La Chiesa cattolica ricorda san Giuseppe il 19 marzo con una solennità a lui intitolata. In alcuni luoghi (ad esempio in Vaticano, ma non in Italia) è festa di precetto. I primi a celebrarla furono monaci benedettini nel 1030, seguiti dai Servi di Maria nel 1324 e dai Francescani nel 1399. Venne infine promossa dagli interventi dei papi Sisto IV e Pio V e resa obbligatoria nel 1621 da Gregorio VI)
In corrispondenza dell’altare, sul muro esterno di sinistra, è stata collocata una lapide con inciso: CAPPELLA DI MARIA ADDOLORATA EDIFICATA PER COOPERAZIONE DELLA CONFRATIA E POPOLO; sotto la lapide una pietra reca la data 1888.
Abbiamo notizia di una tela grande della Pietà, citata nell’inventario del 1745, (l’Addolorata dell’inventario del 1910?), e descritta dal parroco Giunta nel 1928, la quale probabilmente doveva essere posta in questo altare.
E’ certo, come attesta la lapide, che questa era prima la cappella dell’Addolorata, la cui nicchia ospitava fino agli anni 80 la statua, posta ora accanto all’altare del Crocefisso.
Attualmente nella chiesa non c’è traccia del dipinto della Pietà.
(La devozione alla Vergine Addolorata si sviluppò a partire dalla fine dell’XI secolo, con un primo cenno alle celebrazioni dei suoi 5 gaudi e dei suoi cinque dolori, simboleggiati da 5 spade, anticipatrici della celebrazione liturgica istituita più tardi. Questa devozione, tra le popolazioni mediterranee, è tra quelle più sentite tra i culti mariani, forse perché la Vergine è mostrata nella sua condizione più umana. La Sicilia è sicuramente la regione in Italia più importante per il culto dell'Addolorata.)
Nell’arco successivo, è stata posta di recente un’edicola in legno lavorato, a modo di teca con vetri, contenente le piccole statue in cartapesta di S. Anna e la Madonna Bambina, proveniente dalla Chiesa del Monastero di S. Benedetto probabilmente risalente al periodo in cui le suore di S. Anna abitarono il Monastero.

In alto è appeso il quadro di S. Anna, citato nell’inventario del 1745, ma non in quello del 1910. L’opera, reputata dal parroco Giunta molto più antica del 1745, perché presentava “molteplici abrasioni, a cui recentemente mano inesperta voleva riparare”, nel 2002 è stata consolidata e pulita da Grazia Marchì.
(S. Anna ( Gerusalemme, I sec. a. C.– ...) è considerata dalla tradizione cristiana la moglie di Gioacchino e la madre di Maria Vergine . La Chiesa cattolica con papa Sisto IV ne ha fissato la data della memoria liturgica al 26 luglio. La santa è invocata come protettrice delle madri e delle partorienti. Anche S. Gioacchino è venerato come santo dalla Chiesa.
I genitori di Maria non sono mai nominati nei testi biblici canonici; la loro storia fu narrata per la prima volta negli apocrifi Protovangelo di Giacomo e Vangelo dello pseudo-Matteo, per poi arricchirsi di dettagli agiografici nel corso dei secoli, fino alla Legenda Aurea di Jacopo da Varagine.
Nel grande dipinto di S. Anna il parroco Giunta identifica anche S. Ignazio, probabilmente S. Ignazio di Loyola, (Loyola, 24 dicembre 1491 – Roma, 31 luglio 1556), che fu il fondatore della Compagnia di Gesù (Gesuiti) Nel 1622 è stato proclamato santo da papa Gregorio XV.)
Passando all’altare di S. Rita, notiamo che è stato rifatto in marmo nel 2004 nello stesso stile di quello di fronte, dedicato a S. Teresa.
La statua lignea della Santa risale al 1940, come attesta la lapide posta sulla lesena, a sinistra dell’altare: PER VOTO E GRAZIA RICEVUTA LA SIGNORA RUVOLO ASSUNTA OFFRE 1940-XIX-E-F.
Una targa alla base della statua reca scritto: “Casa Madonna-Stabilimento Arte sacra CRISTIANO DELAGO fornitore pontificio ORTISEI (S. Ulrico) (Val Gardena)”.
(S. Rita da Cascia (1381-1447) fu monaca agostiniana ed è chiamata dai suoi devoti “la santa degli impossibili”),
Rivolgendoci verso la Cappella battesimale, prima coperta da una tenda e chiusa da un cancello, recuperato dall’antica balaustra, scorgiamo sulla sommità dell’arco un cartiglio con la scritta: CHI CREDERA’ E SARA’ BATTEZZATO SARA’ SALVO. Mc. XVI-16.

Fino agli anni 60 la cappella conteneva un fonte battesimale in pietra del 1600, non sappiamo se recuperato dalla chiesa di S. Sebastiano o dalla Matrice Vecchia. Questo fonte, conservato per molto tempo in alcuni locali prestati alla chiesa, verso i primi del 2000 fu prelevato e portato altrove…
Nel 2011 gli stucchi della cappella sono stati rinnovati da Alessandro Giuliana ed Alessandro Gulino.
Nel frattempo nella cappella è stato ricollocato l’antico fonte in pietra, che è stato recuperato e posto su un piedistallo appositamente ricostruito.
L’altare frontale è stato rifatto in marmo con colori troppo vivaci e non in gesso dipinto a finto marmo, come era l’originale, e questo, a nostro parere, contrasta con l’austerità e l’essenzialità del fonte.
Il dipinto del Battesimo di Gesù è stato pulito e reso più visibile. (Non c’è traccia però della data 1784, citata dal parroco Giunta, il quale reputa quest’opera una copia d’un lavoro dell’Orcagna, tesi improbabile per la diversità di stile, in quanto l’Orcagna visse ed operò nel 1300). Nel 2012 la tela è stata ulteriormente consolidata e pulita.
Avviamoci verso il portone principale e da questa posizione soffermiamoci a guardare i grandi dipinti ad olio della volta centrale, rappresentanti i Misteri Gaudiosi.
Dopo il quadrone vuoto sulla cantoria, il primo Mistero Gaudioso “L’annunciazione dell’Angelo a Maria Vergine” reca scritto: EMMA DA S. CATALDO 1965; segue il secondo “La visita di Maria Santissima a S. Elisabetta” con scritto: GIUSEPPE PUZZANGHERA;
(La Visitazione della Beata Vergine Maria è una festa liturgica della Chiesa cattolica che si celebra il 31 maggio. Essa ricorda la visita che Maria Vergine fece a sua cugina Elisabetta subito dopo avere ricevuto l'annuncio (Annunciazione) che sarebbe diventata Madre di Gesù per opera dello Spirito Santo. Dopo l'annunciazione e ricevuto lo Spirito Santo, Maria si recò da Nazaret in Galilea a trovare Elisabetta in Giudea, in una città tradizionalmente ritenuta Ain-Karim situata 6 km ad occidente di Gerusalemme. Quando Maria giunse nella casa di Zaccaria, Elisabetta lodò Maria per essere stata disponibile al progetto di Dio. In risposta alla lode, la Vergine Maria espresse il ringraziamento a Dio attraverso quello che è conosciuto come il "Magnificat" riportato dall'evangelista Luca e denso di reminiscenze bibliche. Maria rimase con Elisabetta circa tre mesi, cioè fino alla nascita di suo nipote Giovanni, il futuro Battista)
il terzo Mistero “La nascita di Gesù nella capanna di Betlemme” con: GIUSEPPE PUZZANGHERA.
(La descrizione della nascita o natività di Gesù (o soltanto Natività, per antonomasia) è contenuta nei vangeli secondo Matteo e secondo Luca oltre che nel Protovangelo di Giacomo. Entrambi i vangeli raccontano inoltre della nascita al "tempo di re Erode", riferiscono il nome dei genitori (Maria, promessa sposa di Giuseppe) e attribuiscono il concepimento verginale all'opera dello Spirito Santo. Le due narrazioni differiscono invece riguardo alle motivazioni per cui Gesù sarebbe nato a Betlemme, agli annunci dell'angelo e alle ragioni per cui la famiglia si recò a Nazaret dopo la nascita. Le differenze tra le due narrazioni sono così rilevanti, che gli studiosi ritengono che queste siano uno degli indizi della redazione indipendente dei due vangeli (la cosiddetta Teoria delle due fonti). La tradizionale datazione della nascita all'anno 1 a.C. è con ogni probabilità un errore compiuto nel VI secolo dal monaco Dionigi il Piccolo. Oggi la maggior parte degli studiosi colloca la nascita di Gesù tra il 7 e il 6 a.C. L'istituzione della festa liturgica del Natale, come ricorrenza della nascita di Gesù, e la sua collocazione al 25 dicembre risale al III-IV secolo).
In seguito è rappresentato non il quarto, ma il quinto Mistero Gaudioso “Il ritrovamento di Gesù Tempio”, con la scritta: EMMA 1965 G.
(Il Ritrovamento di Gesù al Tempio, anche chiamato Gesù tra i Dottori, è un episodio narrato nel Vangelo di Luca (2,41-50). Rappresenta l'unico episodio descritto dai vangeli circa la tarda infanzia di Gesù. Gesù dodicenne si intrattenne nel tempio di Gerusalemme con i dottori della Legge, all'insaputa dei genitori che lo ritrovarono dopo tre giorni.)
La sequenza dei Misteri Gaudiosi è interrotta dall’arco trionfale, che contiene un nastro di stucco con al centro la scritta: VERE DOMINUS EST IN LOCO ISTO, a sinistra “Rifacimento della navata centrale” e a destra “Progetto e manifa.ra G. Puzzanghera”
Il quadrone con il quarto Mistero Gaudioso “La presentazione di Gesù al Tempio” si trova, invece, sulla volta del presbiterio, perché dà il titolo alla Parrocchia; sul dipinto è scritto: EMMA GIUS. da S. CATALDO FECE 1962
La volta del transetto di destra contiene il quadrone del terzo Mistero Doloroso “L’incoronazione di spine”, con la scritta: EMMA G. da S. CATALDO 1963; mentre quello della volta del transetto di sinistra è vuoto.
(La coronazione di spine (o incoronazione di spine) è un episodio della vita di Gesù narrato nei Vangeli di Matteo (27:29), Marco (15:17) e Giovanni (19:2). La corona di spine è la corona con cui, secondo i testi sacri, fu incoronato Gesù, poco prima della sua condanna a morte, per mano dei soldati romani.)
Nel 2011 è stata recuperata e ripristinata la Via Crucis composta da stampe, risalenti intorno agli anni 50’, alle quali le antiche cornici in legno sono state sostituite con altre recenti lavorate ad edicole da Alessandro Faraci di Barrafranca. Questa Via Crucis ha preso il posto della precedente a bassorilievo in bronzo dorato degli anni 80’.
Successivamente è stata aggiunta la stampa recente della quindicesima stazione: La Resurrezione.
Verso la fine dello stesso anno sono state rifatte le finestre del cleristorio, e sono stati sostituiti i lampadari in vetro, risalenti alla fine degli anni 60, con dei nuovi in legno dorato, ritirati da una Ditta di Delia.
Nel 2013 i pannelli del pulpito di Carmelo Musolino del 1906, sono stati adattati da Alessandro Faraci a formare un ingombrante ambone. Possiamo così ammirare gli intagli del legno rappresentanti tra l’altro l’Ancora, la Croce e l’Ostensorio, simboli delle tre virtù teologali. L’ambone è stato collocato alla destra dell’altare postconciliare, consacrato e dedicato insieme alla chiesa il 3 febbraio dello stesso anno.
Nel 2014 il tronetto episcopale posto a sinistra del presbiterio è stato completato da una parete di sfondo in legno realizzata dal sac. Benedetto Mallia e da Gino Patti.
Durante la fine del 2014 e l'inizio dell'anno 2015 le vecchie bussole sono state sostituite da nuove bussole classicheggianti, eseguite da Alessandro Faraci, le quali richiamano i colori, i modi e lo stile degli stucchi del Signorelli. Anche se esteticamente accettabili, sono a nostro parere, meno pratiche delle precedenti.