Gaetano Vicari: GUIDA ALLE PRINCIPALI CHIESE DI BARRAFRANCA ed ai loro tesori nascosti CON AGGIORNAMENTI dal 1984 ad oggi-CAPITOLO QUINTO: CHIESA E CONVENTO DI S. FRANCESCO CON AGGIORNAMENTI fino a Giugno 2018

CAPITOLO QUINTO

CHIESA DEL CONVENTO DI SAN FRANCESCO

Nessuna cosa è più triste di un convento quasi deserto: i corridoi sembrano perdersi nella penombra in un susseguirsi di chiaro e oscuro di archi, che vanno rimpicciolendosi sempre di più; il silenzio profondo ingigantisce anche il minimo rumore, tanto più quello dei passi, o l’eco di una voce, il cui rimbombo rimbalza di arco in arco, fino a svanire nella statua del Santo Frate, immobile e vigile nel fondo. Questa impressione abbiamo quando ci rechiamo nel convento dei Frati Minori Francescani, accolti prima da un bambino che ci apre la porta, e poi gentilmente dal Padre Guardiano, l’unico frate abitante il convento.
La prima cosa che chiediamo di vedere è la famosissima tavola di Santa Maria degli Angeli, citata in tutte le guide e i libri della Sicilia, un’opera ritenuta addirittura del periodo pregiottesco, forse il quadro più famoso fra tutti quelli presenti a Barrafranca.
Ci viene risposto che è molto rovinato e che non si può vedere; possiamo solo accontentarci di apprendere che era una tela di vaste proporzioni, dipinta ad olio, molto scrostata, in alcune parti le figure quasi invisibili. Abbiamo subito l’intuizione che quello, se ancora esiste, non può essere il famosissimo quadro di cui tutti parlano: primo, perché di vaste proporzioni; secondo, perché dipinto su tela; terzo, perché eseguito ad olio: tutti questi accorgimenti non venivano usati nel periodo in cui si dice fosse stata eseguita l’opera. Quella di questa chiesa doveva essere una copia dell’antico quadro, dipinta su tela in epoca molto più recente, forse nel 1700.
E il vero quadro, quello di cui parla la tradizione, dove si trova? è realmente esistito? è veramente così antico, come si dice? A queste ed ad altre domande cercheremo di rispondere, dopo aver fatto le dovute ricerche.
L’opera originale, che rappresenta la Madonna con Angeli, circondata da piccole scene con i miracoli di San Francesco, esisterebbe realmente e sarebbe arrivata fino a noi.
Probabilmente doveva trovarsi presso la Matrice vecchia di Convicino prima, e di Barrafranca in seguito, una chiesa che non esiste più e che era
situata all’imbocco della piazza Fratelli Messina, dove attualmente c’è la via Chiesa Vecchia, a ricordo dell’antica costruzione, diroccata fin dal 1727. Il quadro era sicuramente antichissimo, essendo dipinto su tavola, ma non possiamo stabilirne la data certa di esecuzione. Alcuni ritengono che sia del 1224, altri ancora lo collocano nel 1244 (data che sarebbe scritta sull’opera) Queste date si potrebbero accettare, solo supponendo che l’autore abbia conosciuto il Poverello di Assisi o che abbia avuto notizia della sua vita santa.
Nel 1524 la tavola di santa Maria degli Angeli sarebbe passata nell’antico Convento di San Francesco, un piccolo monastero, con cinque cellette, fondato da Matteo Barresi, nel luogo che oggi porta il nome di Musciolino, e che si trova dietro la chiesa dell’Itria.
L’opera sarebbe rimasta in questo convento per quasi cento anni, fino a quando i Moncada, una famiglia ebrea arricchitasi con la pratica dell’usura, allora conti di Caltanissetta e di Paternò, non presero in affitto il marchesato di Barrafranca. Il quadro sarebbe stato così portato dai Moncada a Caltanissetta, dove attualmente si troverebbe presso il collegio di Maria.(Dott. Angelo Ligotti)
Il dipinto originale quindi non si sarebbe mai trovato in questo nuovo convento dei frati francescani, la cui chiesa è oggetto della nostra trattazione, e tutti quelli che ne hanno fatto menzione, lo hanno confuso con la copia, di epoca molto più recente, che si trovava in questo monastero.
Il quadro di Santa Maria degli Angeli che è conservato, come abbiamo detto, a Caltanissetta, reca dipinto a sinistra lo stemma dei Moncada, di mano più recente, a destra un altro scudo con dentro scritto: “ Vuoto per non potersi rintracciare”; al centro un altro stemma contenente il simbolo dei francescani. Abbiamo notizia che l’opera fu ritoccata dal pittore Giuseppe Butera e ciò si può capire osservando attentamente il dipinto.(Dott. A. Ligotti)
Abbiamo cercato di porre un po’ di ordine alla questione riguardante questa preziosa opera, confortati anche dal parere dell’illustre studioso barrese dott. Angelo Ligotti, ma noi siamo dell’opinion e che il problema
rimanga ancora aperto, dal momento che alcuni punti e passaggi risultano oscuri e da chiarire.
Mentre rimuginiamo nella mente tali pensieri, entriamo in chiesa. La prima impressione che abbiamo è la stessa di quella avuta entrando nel convento: l’insieme ci infonde un senso di tristezza e di abbandono, la stessa sensazione un po’ deludente che si prova entrando in un luogo deserto, dopo una festa. La chiesa infatti, anche se ora un po’ trascurata, reca ancora le tracce della cura amorevole ed un po’ provinciale con cui la trattavano i frati, quando numerosi conducevano serenamente la loro vita nel convento.
Ora la chiesa come abbiamo detto è un po’ malandata e delle crepe, per fortuna non pericolose, ne solcano la volta.
A destra entrando, sopra un’acquasantiera in marmo di recente collocazione, è posta una pietra, incassata nella parete, e protetta da una reticella apribile. Questa pietra, che fu trovata per caso nel 1923, mentre si diroccava lo spigolo della chiesa per rifarlo a nuovo, è molto importante per conoscere notizie riguardanti la fondazione della chiesa.
Possiamo così sapere con certezza che la chiesa fu fondata nel 1694, nel periodo in cui i frati francescani dal vecchio convento del Musciolino si trasferirono a quello nuovo, per l’aria malsana. A quei tempi il marchesato di Barrafranca apparteneva a Carlo Maria Carafa, principe di Butera e marchese di Barrafranca, un insigne studioso che tutti lodavano per la sua bontà e munificenza, il quale trovò anche il tempo di fondare Grammichele sulle rovine dell’antica Ocula. Sulla pietra è inciso anche il nome dell’architetto, che la ideò: Micael Angelus a Calatajerone Architectus ( Michele Angelo di Caltagirone Architetto).
Sempre a destra incontriamo l’altare dell’Annunciazione, rifatto in marmo di recente. Sopra l’altare domina una grande tela dell’Annunciazione, della quale purtroppo sconosciamo il nome dell’autore e la data dell’esecuzione.
L’opera nel suo insieme rivela un artista minore, ancorato ai canoni ed ai modi della tradizione più scadente, cosa che si rivela particolarmente nella staticità e nella teatralità della composizione, ma che si riscatta un po’ nella figura della Vergine, completamente diversa dalle altre, per la sua dolce e soave compostezza, quasi sovrumana.
Il secondo altare è quello dell’Immacolata, con la nicchia contenente una pregevole statua dell’Immacolata, bellissima, in legno. L’opera è attribuita a Giuseppe Bagnasco, un artista originario di Palermo, che visse ed operò nella prima metà del 1800, ma non abbiamo elementi per stabilire la veridicità di tale attribuzione.
A parte questo, la statua, a nostro parere, è un vero capolavoro. Il volto della Vergine, l’atteggiamento ed ogni altra componente sono prospettati in funzione psicologica: ne deriva un pathos di alta drammaticità e maestosità misto a dolcezza, fissato in un severo silenzio, alieno da ogni compiacenza declamatoria. L’autore dona alla scultura una nuova dignità mediante un linguaggio che sembra illuminarsi per la lezione dei classici, rigorosamente fondato su una misura plastica che esalta superbi equilibri di masse modellate, aperte al fluire della luce.
Attraverso l’arco trionfale, il cui affresco barocco è uno dei pochi originali che rimangono dopo i ripetuti restauri, ci accostiamo all’altare Maggiore. Qui domina una dossale a piramide, propria degli altari francescani, in legno scolpito ed in parte intarsiata, ornata da colonnine e edicolette che contenevano statuette, sempre in legno scolpito, rappresentanti Santi Francescani.
La nicchietta centrale racchiudeva una piccola statua dell’Immacolata, mentre lo sportello del Tabernacolo reca dipinto il Cristo risorto.
Sconosciamo i nome dell’autore di quest’opera tanto pregevole: sappiamo solo che fu progettata e scolpita da un fratello laico francescano (nell'Inventario del beni della chiesa del 1923 è descritto come "elegante lavoro del Secolo XVII"). Alcuni vi vogliono vedere la mano e lo stile di fra’ Gagliano, che negli ultimi anni del settecento scolpì nel convento dei Cappuccini di Mazzarino un analogo dossale
Ai lati dell’altare Maggiore si innalzano due grandi colonne rivestite di gesso, le quali sorreggono un timpano spezzato e ricurvo, simile a quello che si trova nella chiesa del monastero di San Benedetto. Questa è opera perfetta eseguita negli anni cinquanta da Arcangelo Scarpulla, un artista barrese scomparso di recente, di cui abbiamo avuto modo di parlare in precedenza.
Questo pseudo-tempietto incornicia una nicchia che contiene la statua in legno di San Francesco, scolpita da Nicola Mancuso nel 1806, opera che si discosta un po’ dai canoni tradizionali, per quel piegarsi del Santo verso il Crocefisso che reca in mano, gesto di riverenza e di amore, di devozione e di abbandono totale.
Dopo aver descritto l’altare Maggiore, continuando la visita immaginaria della chiesa, passiamo alla parete di sinistra dove, come in quella di destra, sono costruiti due altari.
Il primo entrando è quello dedicato a Sant’Antonio, un altare prezioso e barocco, sormontato da una statua del Santo dal volto emaciato ed ispirato, che contempla ed adora il Bambino Gesù che tiene in braccio.
L’altro altare, dedicato al Crocefisso, è ricoperto di marmo intagliato. Lo sfondo, di legno scolpito, del grande Crocefisso in cartapesta e stucco, richiama un po’ quello della chiesa del Monastero di San Benedetto per lo stile riecheggiante il grande barocco meridionale. Ai lati del Crocifisso sono state collocate due statue in gesso di Maria e Giovanni, donate al Convento nel 1952.
In alto, tra un altare e l’altro, sono appese delle tele, circondate da ampie ed arzigogolate cornici barocche in stucco. Di alcuni di questi dipinti purtroppo non abbiamo nessuna notizia, e possiamo fare delle ipotesi anche sulle scene che rappresentano, essendo alcune poco chiare.
Il primo a destra, quindi, potrebbe raffigurare il martirio di un Santo; il secondo rappresenta San Pasquale con un Ostensorio, attribuito al Montalto; il primo a sinistra mostra una scena della vita di Sant’Antonio; il secondo, sempre a sinistra, raffigura l’Immacolata venerata da Santi, forse del Vaccaro. Come abbiamo detto prima, sconosciamo di alcuni di questi dipinti sia l’autore che la data di esecuzione: possiamo solo affermare che sono di epoca e di autore diversi, essendo differenti gli stili con cui sono eseguiti.
Alle pareti, ancora più in alto e precisamente nel cleristorio, si aprono quattro finestre intervallate da altrettanto affreschi, quelli di destra completamente rovinati, gli altri ancora in buono stato rappresentano scene della vita di San Francesco. Ne completa il ciclo, infine, un ultimo affresco di più vaste proporzioni dei precedenti, realizzato sopra i tre archi della cantoria, il quale raffigura il Martirio di Santi Francescani.
Questi affreschi, dai tono caldi e dalla narrazione ampia e solenne, dovettero essere eseguiti probabilmente subito dopo la costruzione della chiesa, i cui ultimi restauri risalgono al 1950.
Abbassando lo sguardo, notiamo in questa chiesa un particolare non ancora incontrato nelle altre chiese prima esaminate: la parte inferiore dell’altare Maggiore è adattata ad urna e contiene la statua del cadavere, un po’ lugubre per la verità ed impressionante, di un santo soldato.
Alcuni pensano che si tratti di S. Lucidiano (nome citato nell'Inventario dei beni della chiesa del 1923)  ma di questo Santo non abbiamo trovato traccia; altri che sia S. Gerlando, patrono di Agrigento, santo non soldato, ma vescovo.
Dall’altare Maggiore ci spostiamo verso il portone d’ingresso e da questa posizione possiamo cogliere l’effetto dell’insieme senza che ci sfugga anche la visione dei particolari.
La chiesa è ad una sola navata. Le pareti e la volta sono ornate da stucchi, che si confondono con gli affreschi: stucchi ed affreschi coprono quasi tutta la chiesa in un susseguirsi pacato di motivi architettonici e floreali.
Sulla volta, al centro, domina un grande affresco, rappresentante San Francesco che riceve le stigmate, restaurato (o eseguito ex-novo) negli anni cinquanta dall’artista barrese Vincenzo Marotta.
Il dipinto rivela che l’autore doveva conoscere bene l’arte pittorica, in quanto l’equilibrio della composizione è perfetto, e buona l’esecuzione. Completano l’ornato della volta due simboli, quello di Sant’Antonio e quello dell’Immacolata, mentre la vele della volta recano, sempre affrescati, degli ovali sorretti da due angeli contenenti gigli e rose.
La volta del presbiterio infine reca l’emblema dell’Eucarestia.
Anche se gli affreschi e gli ornati della chiesa sono evidentemente di epoche diverse e gran parte della chiesa appare rinnovata, i vari stili, l’antico e il moderno si fondono perfettamente insieme, in una sintesi quasi perfetta.
Abbiamo notizia infatti di ripetuti restauri eseguiti in questa chiesa. Ricordiamo quello del 1923, quando fu trovata la famosa pietra, prima descritta. Altri restauri furono eseguiti dal 1946 al 1950, quando fu sopraelevato il soffitto, riparata la volta, rifatti alcuni altari e rinnovato il pavimento. Quando questi lavori, affidati ad un appaltatore di Leonforte, furono quasi completati, la chiesa fu riconsacrata dal Vescovo Monsignor Catarella.
Ma la cosa più bella e preziosa della chiesa è la Via Crucis mirabilmente dipinta da Francesco e da Giuseppe Vaccaro, i famosi artisti dell’ottocento originari di Caltagirone, dei quali abbiamo avuto modo di parlare in precedenza.
Questi quadretti, che furono eseguiti nel 1857, a spese e devozione del Reverendo Bonaventura di Barrafranca, ministro provinciale, rivelano come i Vaccaro ed in particolare Francesco, più che seguire lo stile neoclassico, proprio del loro tempo, risentano della pittura e della moda secentesca.
Dei lampadari in bronzo, appesi di recente, nel 1969, completano l’arredo della chiesa.
Per quanto riguarda la visione prospettica esterna questa è l’unica chiesa, tra quelle di Barrafranca, a godere di una posizione invidiabile: il bel prospetto, che domina la piazza circostante, è visibile da tutta la via Umberto I, che gli si apre di fronte.
La facciata è opera dell’artista barrese Santo Scarpulla, il quale nell’eseguirla trasse quasi sicuramente ispirazione da quella della chiesa dell’Itria, rinnovandola, modificandola e rendendola , insomma, originale e personale. Lo Scarpulla vi lavorò verso il 1923, aiutato da Giuseppe Cavagrotte, un intagliatore pure di Barrafranca, morto di recente.
Crediamo che il progetto, oltre ad ispirarsi, come abbiamo detto a quello dell’Itria, abbia seguito lo stile e i modi del portale semplice e maestoso, di età più antica, scolpito nel 1713 dallo scalpellino Filippo La Pergola. Il prospetto infatti che possiamo ammirare, richiama gli stessi motivi del portale centrale, e ne sembra quasi una continuazione naturale.
Lo stesso si può dire della parte alta, eseguita nel 1927, dove una finestra bifora, oltre a continuare la zona d’ombra del portone e della grande finestra centrale, serve anche da campanile.

Dato alle stampe nel mese di Settembre 1984.

AGGIORNAMENTI

CHIESA E CONVENTO DI S. FRANCESCO

In questi nostri aggiornamenti, particolare attenzione vogliamo riservare al problema riguardante la Tavola di Santa Maria degli Angeli, un’opera pregiottesca di inestimabile valore, della quale studiosi ed esperti di Storia dell’Arte hanno scritto nel corso dei secoli.
Il documento più attendibile che attesta l’esistenza a Barrafranca della Tavola pregiottesca di S. Maria degli Angeli, è quello dello storico maltese Padre Maestro Filippo Cagliola (1603-1653) che nella sua opera “Almae Siciliensis Provinciae Ordinis Minorum…Venezia 1644”scrive:
Locus Barrafrancae datus Fratribus, ut Thossinianus, et concordat M. S. Bidenense, cum scripturis inibi asservatis, anno 1524. Ecclesia D. Francisco sacra, mediocris. Est in hoc templo Tabula S. Mariae Angelorum antiquissima, miraculis S. Patris Francisci affigiatis circumdata, in quibus cum Conventualium Capuccio, Divus inspicitur, signaturque picturae annus 1244. Fama est apud incolas, Iconem hanc ab immemorabili tempore in Matrice Ecclesia Oppidi perstitisse, indeque adventantibus Fratribus pro ara principe, ab Archipresbytero prestitam (praestitam). Locus ad lapidis iactum extra Oppidum, pauper, et angustus.
Desideriamo precisare che la chiesa “mediocre” di cui parla il Cagliola è quella del “povero ed angusto” Convento del Musciolino, fondato da Matteo Barresi nella prima metà del 1500 “ad un tiro di pietra” dall’abitato, e dato ai frati nel 1524. Questo fatto è attestato non solo “da Tossignano e da M. S. Bidenense”, ma anche dai documenti del Convento, consultati dallo stesso Cagliola.
Il Cagliola tiene a precisare anche che apprende dell’appartenenza di questa icona “da tempo immemorabile” alla Chiesa Madre ( si tratta della Matrice Vecchia, che sorgeva nell’attuale Piazza Fratelli Messina) dalla tradizione orale degli abitanti e non da documenti.
( L’esistenza nella Vecchia Chiesa madre della tavola di Santa Maria degli Angeli è testimoniata dalle pubblicazioni del Dott. Ligotti, il quale riferisce che, “in un nuovo soffio di progresso”, arrivarono nel nostro paese due umanisti di indiscusso valore Niccolò Valla e Cristoforo Scobar. Questi, “chiamati dalla liberalità di Giovanni e del figlio Matteo Barresi per l’educazione del figli e dei loro vassalli”, furono nominati “cappellani e beneficiali della Chiesa Madre”.
“Molte furono le lettere che Cristoforo Scobar scrisse in questo periodo (1509-1515) al suo protettore Matteo Barresi da Convicino e precisamente “ex aedicula Sanctae Mariae Angelorum” un altare collocato nella vecchia Chiesa Madre”).
Filippo Cagliola fa una descrizione accurata della tavola, nella quale Santa Maria degli Angeli è circondata da piccole scene con i miracoli di S. Francesco, rappresentato con il cappuccio del conventuali, e per di più riferisce che è datata 1244. (Dipinta 18 anni dopo la morte di S. Francesco).
Angelo Scarpulla scrive che l’imperatore Federico II (1194-1250) regalò munificamente al nostro paese vari monumenti civili e religiosi (tra cui la vecchia Chiesa Madre); e Bobò Centonze ipotizza che la pala di Santa Maria degli Angeli potrebbe testimoniare l’omaggio da parte di Federico II al Poverello (1182-1226) di Assisi, città in cui l’imperatore ricevette il battesimo. Sempre secondo il Centonze, Federico II avrebbe protetto la frangia più povera dell’Ordine francescano, detta degli Spirituali, dal vertice religioso papale; e si sarebbe onorato di essere stato per tutta la vita un membro del Terz’Ordine francescano
Ai tempi del Cagliola, dunque il dipinto si trovava sull’altare Maggiore della chiesetta del Convento del Musciolino.
Questo convento subì varie vicissitudini perché, in seguito alla “soppressione innocenziana dei piccoli conventi in Italia del 1652”, fu abbandonato dai conventuali di S. Francesco. Questi vi ritornarono nel 1673, per lasciarlo definitivamente il 4 luglio del 1689.
Il convento, rimasto vuoto, fu reclamato per sé dai frati Minori Riformati, che lo abitarono dal 1690 fino alla fine del secolo, quando dovettero abbandonarlo per l’aria malsana.
Non sappiamo se durante questi avvenimenti la tavola di S. Maria degli Angeli sia rimasta sull’altare Maggiore della chiesetta del Convento del Musciolino, o se sia stata trasportata altrove.
I frati avevano bisogno di una nuova dimora. Padre Francesco da Barrafranca, dopo aver ottenuto dal Principe di Butera un pezzo di terra vicino all’antica chiesa di S. Marco, eresse, con il concorso dei frati e del popolo, un nuovo e ben più vasto convento dotato di un grandioso chiostro ed una bella chiesa con un “corto campanile ( in una cartolina d’epoca degli anni 20 ne è ancora visibile un avanzo, detto “u palummaru”). Il Principe donò la terra ben volentieri ai frati, “anche per rendere più frequentato quel luogo dove il predone assaliva e depredava il passeggero che attraversava la portella di S. Marco, luogo angusto allora e incassato tra due alte rocce.”
Angelo Scarpulla avanza l’ipotesi che la scelta del luogo non sarebbe stata causale, ma che i frati l’avrebbero preferito, nonostante fosse lontano dall’abitato ed addossato alla vecchia chiesa di S. Marco, perché la cima del colle barrese sarebbe stato un luogo sacro, sede circa 2500 anni fa dell’ “acropoli”, con antichi templi pagani. In seguito, nella stessa “selva sacra i cristiani, al posto dei templi, avrebbero eretto le proprie chiese, dedicandole a Santi, quali Marco, Sebastiano ecc. e mantenendole a distanza reverenziale dall’abitato”.
Con la costruzione dal 1694 al 1697 del convento sull’acropoli nella zona “Silvia”, lontano dall’abitato, i frati inconsapevolmente avrebbero iniziato il processo “di urbanizzazione” della zona sacra, che poté essere invasa, profanata e conquistata dai barresi negli anni successivi, fino ai nostri giorni.(A. Scarpulla).
Il parroco Giunta ci riferisce che la data esatta della fondazione del nuovo convento e della chiesa di S. Francesco si è appresa, in seguito al ritrovamento di una pietra cubica con tracce di lettere rozzamente incise, durante il rifacimento dello spigolo della stessa chiesa nel 1923.
Riportiamo la sua ricostruzione ed interpretazione dell’iscrizione: “Instante D.no D. Carolo Maria Carafa, Buterae ac S. L. R. Principe ac hujus civitatis Marchione – Super hunc lapidem aedificatur Domus Dei et Oratorium S. Francisci. Anno 16 + 94 – 1 – 7 bris… illa C. S. Regentiae – D. Didacus Vitali – N. D. Thomas Maenza S. C. C. et Sindacus A. P. C. – V. I. D. Philippus Chimera – N. D. Didacus Fiore – Michael Angelus e Calatajerone Architectus – Michael a Ferula”.
“Da questo si rileva il nome dell’allora principe di Butera e marchese di Barrafranca, l’epoca della fondazione della chiesa, cioè il 1 Settembre 1694, l’architetto che la ideò e il nome delle persone illustri che assistettero alla posa della prima pietra”.
Sulla chiave di volta del portone d'ingresso del convento sono incise le date 1674-1950. La prima potrebbe essere la data di fondazione, in contrasto con quella incisa sulla pietra sopra descritta; la seconda si riferisce al fondamentale restauro di quell'anno. (Il Nicotra fa risalire la costruzione del pianterreno del convento addirittura al 1524 per volere di Matteo Barresi).
Abbiamo notizia che nel 1701 il pianterreno del convento era già abitato dai frati, mentre la costruzione del primo piano avvenne nel 1707, data “rilevata con ciottoli”su un muro dell’atrio ed attualmente ancora visibile. "Il 4 settembre del 1739 a Donato Del Piano, di Napoli,venne ordinato di realizzare, per il convento dei frati minori Osservanti di S. Francesco, di Barrafranca, entro il successivo mese di maggio, un organo nuovo simile a quello da lui fabbricato per la chiesa di S. Alessandro, per il prezzo di onze 60, di cui 24 in moneta e 36 in celebrazioni di messe officiate dai suddetti padri francescani secondo le intenzioni dell'artista." 
E il quadro di S. Maria degli Angeli?
Nel 1757 se ne ha notizia nel “Lexicon Topographicum Siculum “ di Vito M. Amico, che riporta suppergiù quanto scritto dal Cagliola.
Allo stesso storico si riferisce Fra Dionigi Di Pietraperzia, il quale però nel 1776 scrive una versione un po’ differente: “…nell’antica Chiesa Madre di questo Paese siavvi stato un Altare dedicato al Padre S. Francesco (e non a S. Maria degli Angeli), di cui vedevasi l’antica Pittura, effigiata l’anno 1224 (e non 1244) poco dopo la morte del Santo e poscia venutivi i Padri data loro dall’Arciprete…”
Fra Dionigi mette in risalto la figura di S. Francesco, non nomina S. Maria degli Angeli, ma un’antica “Pittura”, eseguita in un anno diverso di quello indicato dal Cagliola..
Nel 1848 la Chiesa del Convento dei minori riformati, sopperì alle spese del Governo Rivoluzionario, donando un calice d’argento con relativa patena indorata.
I frati Minori Riformati rimasero nel Convento fino al 1867, un anno dopo l'approvazione della legge legge che disponeva la soppressione dei conventi in Sicilia e il passaggio al demanio pubblico dei beni ecclesiastici.
I locali del Convento di S. Francesco, consegnati al Comune furono adattati a Palazzo Municipale del Comune di Barrafranca e a caserma dei Carabinieri, mentre la chiesa venne “trasformata in magazzino per il grano”(C. Orofino).
La biblioteca dei frati fondata nel 1622 (comprendente 1060 opere, in 2500 volumi, e oltre 260 opuscoli), passò al Comune, che nel 1869 l’aprì al pubblico. In seguito il refettorio del Convento fu trasformato in Teatrino Comunale, peraltro ai tempi del Nicotra “tenuto male”.
Avendo dovuto lasciare il Convento, i frati si sbandarono e cercarono asilo presso amici o parenti; ad alcuni fu concesso di lasciare l’abito di S. Francesco ed indossare quello dei sacerdoti secolari…I superstiti riuscirono finalmente a comprare un pezzo di terreno sulla rupe di S. Marco, vicino all’antico convento. “L’area si comprò per la somma di L. 1000 dalla Signora D. Concetta Giuliano-Russo, come da atto del notar Ciulla del 20 Dicembre 1884”, e nel Gennaio del 1885 si iniziò la costruzione del nuovo convento (‘u Cummintinu), mediante l’opera attiva dei padri Gaetano Giuliana e Angelo Triolo, e del laico F. Francesco Aleo, che vi lavorò con attività come “capo maestro”.
Il 2 Febbraio 1887 i frati Minori Riformati poterono abitare nel nuovo convento “piccolo ma decente, con cellette ben arieggiate ed anche adatto alle esigenze dei tempi”. La famiglia religiosa era composta da “P. Angelo Triolo, Guardiano, P. Gaetano Giuliana, P. Bonaventura Giglio, Ch.co Fra Bennardino Sceba di Mazzarino, F. Pasquale e F. Francesco da Barrafranca, laici professi e F. Mariano da Valguarnera.
Quasi sicuramente fu concesso loro l’uso della chiesa, che rimase con tutto il vecchio convento proprietà dello Stato ( dal 1985 la chiesa di San Francesco fa parte del patrimonio del F.E.C. Fondo Edifici di Culto-Ministero dell’Interno).
In una cartolina d’epoca del 1908 risulta ben visibile la primitiva facciata di questa chiesa, “con copertura a capanna” (C. Orofino). In un’altra cartolina del 1921 la facciata “è ancora in pietra a vista e lascia intuire sul lato destro la lapide posta nel 1900 per commemorare l’assassinio di Umberto I°”(C. Orofino). In questo periodo e precisamente nel 1922, venne a mancare il frate francescano Padre Giuseppe Bevilacqua, una delle figure più nobili che abbia avuto Barrafranca, e certamente il religioso più autorevole e prestigioso, stimato in Italia ed all’Estero.
I frati abitavano ancora il nuovo convento, quando nel 1907 il Nicotra, parlando della “chiesa convento”, fa cenno al quadro pregiottesco di inestimabile valore di S. Maria degli Angeli, del quale dice “di essere stato fin dal 1224 nella chiesa madre e poscia, alla venuta dei frati loro apprestato dall’arciprete per l’altare maggiore”.
Il Nicotra riporta la stessa data errata di Fra Dionigi; pensiamo dunque che abbia appreso la notizia da questo autore, forse senza verificare la fonte originaria, cioè quella del Cagliola.
Dal Nicotra apprendiamo che anche nel convento e nella chiesa operava anche una congregazione laica di “Terziari di S. Francesco”, gruppo tuttora esistente. 

Da un documento apprendiamo che nel 1923 il Comune cedette la chiesa, la sacrestia e il corridoio del piano terra al parroco pro -tempore Ferdinando Cinque per 90 anni, fino al 31 dicembre 2012.

La chiesa con il passar del tempo minacciava di crollare e verso il 1923 fu riparata per l’interessamento dei frati, in particolare del Padre Salvatore Cavagrotte di Pietraperzia e del Padre Cav. Bonaventura Asarese di Barrafranca, i quali si impegnarono nella ricostruzione della monumentale prospettiva. Questa facciata, come abbiamo detto fu eseguita dal barrese Santo Scarpulla, il quale ripristinò anche alcuni altari della chiesa. 

Ritornando a parlare del famoso quadro di S, Maria degli Angeli, riportiamo che il parroco Giunta nel 1928 scrive di aver visto di persona il dipinto, appeso nel coro della chiesa a sinistra in alto. Riferisce che rappresentava S. Maria degli Angeli con accanto la figura di S. Francesco (figura che non c’è nella descrizione del Cagliola) e non aveva dipinti intorno i miracoli del Santo. Descrivendone anche “la freschezza, la vivacità il tono sgargiante dei colori e le linee del disegno di una certa correttezza”, non credeva che fosse un quadro del 1244 ed avanzava timidamente l’ipotesi che fosse stato ritoccato con colori ad olio, i quali avevano coperto anche le scene dei miracoli di S. Francesco. Di questa opinione era anche Padre De Pasquale, autore di un manoscritto conservato dai frati nel convento.
   Non sappiamo fino a quale anno i frati Minori Riformati abitarono il “Conventino” ( secondo Angelo Scarpulla fino al 1929, quando, in seguito ai Patti Lateranensi, ritornarono in una parte del loro antico convento) In un documento del Vescovato di Piazza Armerina si parla di un cambio, per cui i frati ebbero una parte dell'antico convento e  cedettero in affitto al Comune il Conventino (il contratto d'affitto dura dal 1936 al 1956). Il Conventino” fu utilizzato dal Comune come edificio scolastico maschile, tranne nel periodo della guerra quando, in seguito ai bombardamenti del 1943, divenne ospedale da campo per i feriti civili. Ultimamente, ceduto a privati, fu abbattuto nel 1971. 
Negli anni 40 , come riportato prima, furono eseguiti molti lavori per consolidare, ristrutturare ed abbellire la chiesa, perché in seguito ai bombardamenti della Seconda Guerra mondiale era molto danneggiata la volta che in gran parte era crollata. La volta, dopo essere stata riparata e ricostruita, fu affrescata interamente nel 1949 da Vincenzo Marotta. In particolare gli interventi dal 1946 al 1950 furono iniziati da Padre Tarcisio e completati da Padre Ludovico. Allora c’erano nel Convento anche il Padre guardiano Salvatore Bevilacqua, Padre Agnello e Padre Bonaventura Asarese.
Nel 1967 i frati francescani del convento si erano ridotti a tre: il Padre guardiano Vincenzo Palermo, Padre Agnello Tinnirello e un Fratello laico.
Come abbiamo scritto in precedenza, durante la preparazione della prima stesura di questa guida, non ci fu consentito dal Padre Guardiano di allora, l’unico frate rimasto nel convento, di vedere il quadro di S. Maria degli Angeli, anche per verificare direttamente se si trattasse di una copia, di epoca più recente (tesi sostenuta dal Dott. Ligotti.)
E senza le dovute verifiche, abbiamo riportato come possibile l’opinione di questo insigne studioso, sostenendo che la tavola originale di S. Maria degli Angeli sarebbe stata trasportata nel 1500 dai Moncada a Caltanissetta, dove attualmente si troverebbe nel Collegio di Maria.
Nel 1984 fu data alle stampe la prima edizione di questa guida. Un anno dopo il Padre Guardiano, come abbiamo detto, rimasto solo, lasciò il Convento. La chiesa continuò ad essere utilizzata dal clero della vicina chiesa Madre, ma verso la fine del 1999 fu chiusa al culto, perché pericolante.
Per fugare ogni dubbio su quanto sostenuto dal Dott. Ligotti, negli anni novanta ci recammo a Caltanissetta per esaminare di persona il dipinto di S. Maria degli Angeli presso la chiesa del Collegio di Maria.
Verificammo che si trattava di un quadro ad olio su tela, rappresentante S. Maria degli Angeli, ma notammo che mancavano le scene dei miracoli di S. Francesco; in basso al centro si leggeva una data (M C…..IIII), coperta in parte da tre stemmi.
Secondo noi, anche questa sarebbe una delle copie del famosissimo quadro, che quasi sicuramente, dopo la descrizione del Cagliola, acquistò fama e risonanza in tutta la Sicilia. (Fino a questo momento si conoscerebbero la replica del dipinto del convento di S. Francesco di Barrafranca e quella del Collegio di Maria di Caltanissetta, copie scaturite dalla libera interpretazione degli artisti e dalle esigenze dei committenti).
Attualmente presso la chiesa del convento di S. Francesco, ancora chiusa al pubblico, non c’è traccia dell’opera descritta dal Giunta e quindi anche quella, da noi ritenuta una copia, è andata perduta. Nessuno degli studiosi di storia locale, né i vecchi parroci ancora in vita ne sanno notizia, anzi alcuni ne ignorano l’esistenza, come la maggior parte dei barresi.
La pregevole pala pregiottesca e la copia della Chiesa di S. Francesco, che fine hanno fatto? Si sono perdute, come tante opere d’arte che sono sparite dal nostro paese nell’indifferenza generale.
Intanto nel 2002 sulla piazza antistante alla chiesa è stata costruita una fontana, che tuttora nasconde in parte la bella visione prospettica della facciata dalla via Umberto I .
Nonostante la chiesa fosse chiusa ed inutilizzata, alcuni cittadini nel 2004, affinché non si aggravasse il suo deterioramento per le infiltrazioni d’acqua, organizzarono la raccolta: “Una tegola per S. Francesco”, per riparare il tetto e rifarne la copertura con nuove tegole.
Dopo questo intervento, si sono dovuti aspettare sei anni perché i lavori riprendessero! Finalmente nel Gennaio del 2010 hanno avuto inizio i lavori di “somma urgenza” della messa in sicurezza della Chiesa .
Progettista, direttore e responsabile unico dell’intervento è l’arch. Liborio Calascibetta, mentre Concetto Ivan Bruno è il direttore tecnico del cantiere, finanziato con fondi dell’Assessorato Regionale dei Beni Culturali ed Ambientali e P.I.
Fino a questo momento è stato sopraelevato e rifatto il tetto, per evitare che le capriate continuassero a pressare sulla volta della chiesa e causassero nuove crepe; nello stesso tempo è stata riparata parte della volta interna danneggiata.
Secondo il nostro modesto parere, l’intervento esterno disturba la parte alta del prospetto con la bifora fiancheggiata da ali a voluta, il cui slancio risulta bloccato dall’innalzamento del muro di dietro.
Alla fine del 2010 i lavori sono stati sospesi per mancanza di fondi e la chiesa è rimasta ancora chiusa.
Continuiamo il nostro lavoro presentando, dopo una recente visita della chiesa, le nuove informazioni riguardanti il suo interno.
Entrando, nel nartece a sinistra, accanto al portone principale, notiamo una lapide tombale ornata da fregi a bassorilievo con la scritta incisa:
SU QUESTA TOMBA DOLOROSA TANTO
DOVE SEPOLTO EGIDIO CIULLA GIACE
SI SPARGAN FIORI SI CONSACRI PIANTO
ED ALL’ANIMA IN CIEL S’IMPLORI PACE
FU GIOVINCEL DI BEI COSTUMI ADORNO
CUI SI FE NOTTE ALL’APPARIR DEL GIORNO
Nato agli XI Marz 1831 Morto ai XXI lugli 1847
Sulla parete di fronte a destra è collocato un recente bassorilievo rotondo rappresentante Gesù coronato di spine.
La parete destra della chiesa comprende quattro archi ciechi. Il primo racchiude l’altare dell’Annunciazione con, sotto la mensa, un piccolo bassorilievo rappresentante un Angelo.
In alto sulla sommità dell’arco due putti di stucco sorreggono un cartiglio contenente la scritta: VERBUM CARO FACTUM EST Ioan 1-4.
Segue un arco più piccolo con un ingresso laterale, con a destra un piccolo fonte in marmo per l’acqua benedetta
L’arco è sormontato da un dipinto raffigurante un Santo Martire trafitto al fianco con una spada da un soldato.
Il grande arco cieco successivo racchiude l’altare dell’Immacolata.
La nicchia negli anni trenta conteneva la statua in legno scolpito della Nostra Signora del Sacro Cuore di Gesù, la cui festa , come ci riferisce il Nicotra, si celebrava in questa chiesa ogni prima domenica di Agosto.
Questa statua sarebbe probabilmente la stessa che si trovava nella nicchia dell’Altare Maggiore della chiesa dell’Itria sino al 1879, e che è citata nell’inventario del 1745: “Altare Maggiore (Chiesa Itria) con la “statua di N.a Sig.a con suo Bambino, fabbricata di legname”.
Non abbiamo notizia quando la statua della Nostra Signora sia stata sostituita con l’attuale dell’Immacolata.
Il parroco Giunta scrive di un’Immacolata del Vaccaro “(statua e pittura) presso i Frati M.M. di S. Francesco”: si riferiva forse a questa statua?
Il dipinto dell’Immacolata del Vaccaro, conservato per molto tempo nel corridoio del Convento, attualmente si trova nella Sacrestia della Chiesa Madre
Gli stucchi che circondano la nicchia quasi sicuramente sono opera di Santo Scarpulla, perché ne richiamano lo stile.
Sopra l’arco notiamo una composizione di stucco con due putti che portano un cartiglio con la scritta: MACULA NON EST IN TE In Cant. N.7
Completa la parte bassa della parete destra un arco più piccolo con sopra la tela di S. Pasquale Baylon eseguito dal Montalto, come riferisce il parroco Giunta, che parla però di un “bozzetto”.(Di questo artista non
abbiamo notizie; conosciamo il pittore Giovanni Stefano Danedi detto Montalto (Treviglio 1612- Milano 1690), il quale operò nell’Italia settentrionale.)
In alto sopra il cornicione, nel cleristorio, si aprono due finestre in corrispondenza degli altari, intervallate da due affreschi, che completano le decorazioni sopra i due dipinti descritti in precedenza. In questi affreschi completamente rovinati, solo nel primo si riesce a distinguere la sagoma alcuni frati, di cui uno sembra S. Francesco.
Passando alla parete sinistra della chiesa, il primo altare, quello di S. Antonio, presenta sotto la mensa un bassorilievo recente del Santo e reca scritto intorno alla parte alta della nicchia: SI QUAERIS…MIRACULA. In alto sopra l’arco cieco due putti di stucco recano la scritta: SAPIENTIAM EIUS ENARRABUNT GENTES Eccl. 39. La nicchia sopra l'altare, come abbiamo scritto in precedenza, contiene la statua in cartapesta di S. Antonio sulla cui base di legno è inciso: P.tà DI STELLA INGRIA
A sinistra dell’altare di S. Antonio, in basso, notiamo una lapide di marmo con inciso:
ANGELO LIGOTTA
PADRE
DI SUA FAMIGLIA VIGILANZA E DILETTO
CITTADINO
DELLA PATRIA BENEMERITO SEMPRE
NELLA PUBBLICA INOPIA
LARGO BENEFICENTE
ALLE ABBANDONATE ORFANELLE
CELESTE CONFORTO
ADDI’XVI LUGLIO MDCCCXLVII
COL RAGGIO DEL GIUSTO IN FRONTE
SI DIPARTIVA DA NOI
E
LIBORIO
ADDOLORATO FIGLIO
QUI
NE POSAVA PIANGENDO
LE AMATE OSSA.
Sul lato destro dello stesso altare cinque anni dopo fu posta la seguente lapide:
AL DOTT DON LIBORIO LIGOTTI TRIGONA
CUI DIE CULLA L’UMILE CONVICINO
AL CITTADINO SOLERTE
CHE NELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE
FERVENTE DI PATRIA CARITA’
NORMA DI VIRTU’ MOSTROSSI
ALL’UOM CHE MORENDO BUON OLEZZO
DI CRISTO
TRAMANDA IN MEMORIA DI SE
AL TENERO PADRE AL FEDELISSIMO SPOSO
CHE
DALL’AFFETTUOSA FAMIGLIA DIPARTENDO
IL SECONDO GIORNO DI LUGLIO MDCCCLII
SIA FATTO DISSE IL VOLER DI DIO A LUI
CH’ ETERNAMANTE VIVE QUESTA MEMORIA
LA DOLENTE SPOSA CONSAGRA.
Segue un arco cieco più piccolo con un antico confessionale. Sopra è appeso un dipinto rappresentante forse una scena della vita di S. Antonio o di S. Francesco…
L’altare del Crocefisso si presenta antico e prezioso con marmi di vari colori lavorati ed intarsiati. La porticina del tabernacolo contiene il bassorilievo del Buon Pastore con in alto la scritta ECCE AGNUS DEI.
La parete sinistra termina con un arco più piccolo sormontato dal dipinto dell’Immacolata con Santi, forse “L’Immacolata coronata di stelle” citata dal parroco Giunta come opera minore del Vaccaro, presso i FF.MM.
I due affreschi nel cleristorio sinistro sono più visibili e leggibili. Nel primo si distingue S. Francesco con due Angioletti nella sua cella, il quale prega la Vergine, raffigurata in un quadro; sul tavolo si possono notare un teschio ed una corona del Rosario.
Il secondo affresco rappresenta alcuni frati con S. Francesco che battezza degli uomini convertiti..
Passando nel presbiterio, le due pareti laterali continuano il motivo dei grandi archi ciechi.
Quello destro contiene un grande dipinto molto rovinato, recuperato dal coro della chiesa, rappresentante la Madonna, S. Anna e Santi, alcuni francescani; mentre l’arco di sinistra è vuoto.
Le sommità di questi due archi sono ornate da composizioni in stucco con due putti che sorreggono cartigli con le scritte: MISCUIT VINUM ET (PRO)POSUIT MENSAM (a destra), SAPIENTIA AEDIFICAVIT SIBI DOMUM (a sinistra), tratte dai Proverbi – 9.
La parete frontale con il prezioso ciborio ligneo (nell'inventario dei beni della chiesa del 1923 è così descritto: "L'altare maggiore con un grande ciborio di legno intagliato adorno di colonnine, balaustrate, piccole nicchie con statuette di Santi Francescani e sormontato da una mezza cupoletta triangolare a squame elegante lavoro del Secolo XVII), prima della costruzione negli anni cinquanta del tempietto di Arcangelo Scarpulla, presentava tre nicchie.
Quelle laterali (ora eliminate) contenevano le statue lignee di due Santi Francescani, S. Salvatore e S. Pasquale, mentre la nicchia centrale, l’unica rimasta, racchiude la statua di S. Francesco.
Questa statua di legno scolpito mostra ai piedi del Santo, fiancheggiato da un Angioletto, un libro aperto con scritto sulla pagina sinistra: REGULA ET VITA FF. MIN. F. FRANC. PREMITTIT; e sulla pagina destra: OBEDIENTIAM, ET REVERENTIAM DNO PP: ET R. ECCL.ROM. Cap. I NICOLAUS MANCUSI SCULPSIT ANNO 1806.
Prima, la nicchia centrale era coperta da un quadro di S. Francesco, fatto dipingere nel 1807 a spese di Angelo Ligotti. Attualmente questo dipinto si trova presso la Chiesa Madre.
In alto a completamento del tempietto due putti di stucco adorano un Ostensorio con l’Ostia Consacrata, sopra la scritta: ADOREMUS CHRISTUM REGEM.
Precisiamo che il grande affresco della volta centrale rappresentante “S. Francesco che riceve le stigmate” reca scritto in basso a destra: MAROTTA VINCENZO FECE 18-8-1949; e che l’arco trionfale, che introduce al presbiterio, è sormontato da una composizione di stucco con due putti che recano un cartiglio contenente il simbolo dei francescani, rappresentante le braccia di S. Francesco e di Cristo incrociate con la Croce al centro.
Per completare la descrizione interna della chiesa, presentiamo la controfacciata dietro il nartece, divisa in tre parti.
In basso un grande arco ellittico divide la chiesa dal nartece interno; al centro campeggiano i tre archi a tutto sesto della cantoria; in alto il grande affresco rettangolare, circondato da una cornice barocca di stucco, conclude l’armonica composizione.
Prima di concludere la descrizione interna della chiesa citiamo i dipinti che il parroco Giunta scrive appartenenti a questa chiesa, ma di cui oggi non si ha più notizia: “S. Margherita, S. Giuseppe, l’Epifania, Gesù nell’orto, S. Giuseppe e il Bambino, la Madonna che abbraccia l’infante celeste, tutti dei Vaccaro; La Vergine col bambino lattante, pittura in rame dell’Albani; Mater Infirmorum, del Narbone”.
All’esterno il prospetto non presenta alcun cambiamento; la scritta incisa sulla pietra: VADE FRANCISCE REPARA DOMUM MEAM QUAE LABITUR, sembra essere di monito a tutti noi per le condizioni attuali della chiesa.

La Prefettura intanto nel 2011 procede alla cessione della Chiesa in uso gratuito all'Autorità Ecclesiatica ed erroneamente alla cessione anche dei locali di rettoria. Questi locali non risultano infatti proprietà del F.E.C, ma del Comune, il quale nel 2015 ne delibera la proprietà, fatte le dovute ricerche ed acquisita tutta la documentazione. 

Nel settembre del 2013 con i fondi dell'Assessorato ai Beni Culturali e dell'Identità Siciliana a cura della Soprintendenza BB.CC.AA. di Enna iniziano i lavori di recupero e restauro della chiesa e della rettoria. Il progettista e direttore dei lavori è l'architetto Liborio Calascibetta, il responsabile del procedimento l'ingegnere Francesco Ricerca e il direttore operativo il geometra Fabio Bonasera
Il completamento dei lavori previsto nel settembre 2014, avviene nel 2016 e il 1 Giugno dello stesso anno la chiesa viene aperta al pubblico. Da precisare che il restauro non riguarda i dipinti, le statue e gli arredi, ma solo la parte interna ed esterna della chiesa.
Dopo il restauro, all'interno si notano i seguenti cambiamenti. Nel vestibolo al centro della parete di destra è stata scavata una nicchia, che accoglie la statua lignea di S. Salvatore, statua che si trovava su una nicchia laterale della parete di fondo. Nella parete di sinistra sempre del vestibolo è stato appeso il dipinto del Battesimo di Gesù firmato "Marotta Vincenzo-Barrafranca 14-5-1940-A-XVIII-". Questo dipinto appartenente originariamente alla Chiesa Maria S.S. Della Stella, passò in seguito nella chiesa di S. Benedetto e dopo la chiusura della stessa fu conservato dal 2005 nei locali del Monastero annesso. Infine ha trovato la sua collocazione in questa chiesa.
Nel primo altare a destra è stato tolto il dipinto dell'Annunciazione, sostituito con la statua in resina di S. Pio. Questa statua acquistata a San Giovanni Rotondo nel 2017 è stata donata alla chiesa dal sig. Salvatore Frischietto.
Le prime due tele delle stesse dimensioni appese alle pareti di destra e sinistra risultano scambiate di posto. Sull'altare dell'Immacolata, la statua lignea, attribuita recentemente al Vaccaro, è stata restaurata nel 2017 da Valentino Faraci.

Il restauro è stato finanziato ed offerto da Luigi Taglione, come attesta la lapide di marmo posta in basso a sinistra dell'altare:
A perenne memoria della amata mamma
PATERNO' MARIANNA
nel fausto evento della presentazione
dei lavori di restauro della statua
lignea dell'Immacolata Concezione
il figlio Dr. Taglione Luigi
con profonda devozione questa lapide pose.
Anno Domini 25 Novembre 2017

L'ultimo arco cieco sempre di destra accoglie provvisoriamenteuna piccola statua del Cuore di Gesù.
Il dipinto dell'Annunciazione è stato appeso sulla parete sinistra del presbiterio di fronte all'altro delle stesse dimensioni con analoga cornice. Al centro del presbiterio è stato collocato l'antico altare in legno scolpito di S. Antonio, recuperato dai locali del Convento ed adattato a mensa postconciliare. Lo stesso è avvenuto con l'antica croce ora esposta nell'arco centrale della cantoria.
Osservando la parete sinistra della chiesa, notiamo che il secondo arco cieco accoglie la statua lignea della nostra Signora del Sacro Cuore di Gesù, che fino agli anni 30 del secolo scorso occupava la nicchia dove ora è collocata la statua dell'Immacolata. Nell'ultimo arco cieco infine è stata collocata una piccola statua della Madonna di Fatima.
Il fatto più singolare di questo recente restauro sono state le scoperte avvenute durante il rifacimento del pavimento con lastre di marmo.(Da precisare che nel presbiterio è stato lasciato, adeguatamente ripristinato, il vecchio il prezioso pavimento originale di maiolica).

E' stata rinvenuta una vasta grotta, destinata ad ossario, scavata nella roccia, posta sotto il presbiterio davanti all'altare maggiore.

 Questa grotta sembrerebbe preesistente all'edificazione della chiesa; infatti il territorio roccioso circostante ne conteneva in precedenza altre, una si trova all'interno del chiostro comunale "perfettamente conservata e agevolmente visitabile". La grotta della chiesa, attualmente, è visibile attraverso una botola di vetro spesso.
Lungo la navata e in particolare nel lato sinistro sono state trovate delle sepolture singole, che dopo i dovuti accertamenti, sono state ricoperte dal nuovo pavimento.
Al centro,vicino all'entrata principale è venuta alla luce una scala che scende in una cripta funeraria sotterranea formata da un ambiente centrale a croce latina con in fondo una cappelletta con altare, sormontato da una cornice in stucco, che doveva contenere un'immagine sacra. Le pareti di questo ambiente centrale sono rivestite in gesso e sono impreziosite da paraste e da modanature in stucco.
Ai lati si aprono altri due ambienti destinati a raccogliere i cadaveri, con nicchie di tre tipi ben delineate: nicchie per colatoi a forma di sedia, nicchie verticali e loculi ad alveare. Si pensa che questi ambienti ipogei in precedenza, durante altri lavori fatti nella chiesa, di cui abbiamo scritto, siano stati rinvenuti e col passare del tempo dimenticati. Alcuni ricordano che vi si poteva accedere da una porticina esterna dal lato destro della chiesa, in seguito murata e recentemente riaperta.
La scala di accesso alla cripta, resa visibile dopo il recente restauro, è stata in seguito coperta da una botola di legno.  Ultimamente a sinistra del vestibolo, al posto del dipinto del Battesimo di Gesù di Vincenzo Marotta, nel 2018 è stato collocato un podio ligneo con la statua di S. Michele Arcangelo, donati da Salvatore Marchì. L'opera di cartapesta con testa, mani, piedi e drago in terracotta, è stata realizzata nel 2017 dallo scultore Roberto Martella di Poggiardo (Lecce). La tela del Battesimo di Gesù è stata spostata nell'ultimo arco cieco della parete di sinistra.
All'esterno della chiesa sono state pulite le parti in pietra del prospetto e dei muri laterali, mentre le rimanenti parti sono stare ricoperte da intonaco chiaro.