Gaetano Vicari: GUIDA ALLE PRINCIPALI CHIESE DI BARRAFRANCA ed ai loro tesori nascosti CON AGGIORNAMENTI dal 1984 ad oggi-CAPITOLO QUARTO: CHIESA E MONASTERO DI S. BENEDETTO CON AGGIORNAMENTI fino a Marzo 2018

CAPITOLO QUARTO

CHIESA DI S. BENEDETTO

Una suora domenicana del Sacro Cuore di Gesù ci accoglie con una gentilezza riservata e discreta. Sparisce in silenzio, così come è apparsa, per ricomparire in compagnia della Madre Superiora. 

Passiamo attraverso una piccola anticamera nel cortile del monastero, circondato, lungo due lati, da un atrio: dappertutto è pace e serenità e l’insieme, anche se vecchio e un po’ malandato, rivela l’intervento amorevole delle suore, che cercano, oltre il limite del possibile, di renderlo accogliente ed accettabile.
Abbiamo l’impressione per un attimo di vivere in un mondo diverso, in un’altra dimensione, in cui lo spazio e il tempo sembrano scanditi dal silenzioso sgusciare delle suore sul pavimento, dopo intervalli di pausa e di immobilità assoluta. Entriamo in una piccola sacrestia, con le pareti scrostate, con la volta ornata da stucchi, appesi ai muri i quadri ad olio del Settecento dei fondatori del monastero di San Benedetto, ed un’immagine annerita della Madonna col Bambino.
Attraverso una piccola porta finalmente siamo in chiesa.
Aprendosi la porticina della sacrestia nella parte centrale della parete destra, appena entrati, girando intorno lo sguardo, non possiamo subito gustare la bellezza architettonica della chiesa, ma abbiamo chiaramente l’intuizione di trovarci di fronte ad una delle più originali chiese di Barrafranca, un vero gioiello dell’arte barocca siciliana.
Scendendo in fondo, vicino al portone d’ingresso, troviamo il posto ideale per cogliere la bellezza dell’insieme e per convincerci che l’intuizione avuta prima, trova piena conferma:la chiesa nel suo piccolo, rappresenta una gemma nell’ arte della controriforma in Sicilia: anche se di piccole proporzioni, essa ricalca nella sua concezione, lo schema maggiormente diffuso al tempo della sua costruzione: quello dell’ambiente unico a sala rettangolare.
In essa le soluzioni architettoniche dell’interno, non sono limitate alla creazione di una decorazione superficiale, ma assumendo una adeguata consistenza, determinano esse stesse la conformazione e la modellazione dello spazio.
Infatti le membrature molto sporgenti delle superfici suddividono l’ambiente in varie zone, definendole sia plani metricamente, sia spazialmente. Ciascuna di queste zone ritrova poi, nella forma della sua copertura, la sua coerente conclusione.
Passiamo così dalla saletta di davanti a pianta quadrata, sormontata da una cupoletta a calotta su pennacchi, al vano di centro rettangolare con
volta a crociera, e quindi alla grande nicchia dell’altare Maggiore, in una successione di spazi intelligentemente dosati.
Notiamo particolarmente la posizione della cupola, che invece di essere collocata in fondo alla chiesa, vicino all’altare Maggiore, è spostata in
avanti presso l’ingresso.
Questo crea un risultato prospettico notevole, poiché la dilatazione dello spazio nella zona anteriore dell’ambiente, provoca una convergenza maggiore della visuale verso l’altare Maggiore, eliminando in tal senso ogni dispersione.
Le pareti e la volta sono ornate da pochi stucchi, tipici dell’arte barocca, ma la quasi mancanza degli stucchi è compensata dagli affreschi che coprono quasi tutta la chiesa, in un susseguirsi di motivi architettonici e floreali, intervallati da figure e da oggetti simbolici.
I pennacchi, che sostengono la cupola, sono decorati con quattro medaglioni rappresentanti gli evangelisti: Matteo, Marco, Luca e Giovanni; la volta a crociera centrale, da festoni ed oggetti religiosi, come messali e candelabri; infine la volta dell’altare maggiore, contiene un affresco con il triangolo, simbolo della Trinità, contenente l’occhio dell’Eterno Padre, con sotto l’agnello, emblema del Cristo.
(San Matteo apostolo ed evangelista (nato Levi; Cafarnao?, fine del I secolo a.C. – Etiopia?, metà del I secolo d.C.) , di professione esattore delle tasse, fu chiamato da Gesù ad essere uno dei dodici apostoli.
San Marco evangelista ( Palestina, circa 20 – Alessandria, seconda metà del I secolo d.C.) fu discepolo dell'apostolo Paolo, e in seguito di Pietro ed è tradizionalmente ritenuto l'autore del vangelo secondo Marco. È venerato come santo dalla Chiesa cattolica.
Luca evangelista, (Antiochia, circa 10 d.C. – Tebe?, circa 93 d.C.), venerato come santo dalla Chiesa cattolica, è autore del Vangelo secondo Luca e degli Atti degli Apostoli, il terzo ed il quinto libro del Nuovo Testamento. Per i cattolici è il santo patrono degli artisti e dei medici, e viene festeggiato il 18 ottobre
Giovanni apostolo ed evangelista (Betsaida?, inizio I secolo – Efeso, fine I secolo) è stato un apostolo di Gesù. La tradizione cristiana lo identifica con l'autore del quarto vangelo e per questo gli viene attribuito anche l'epiteto di evangelista.)
Probabilmente questi affreschi furono eseguiti tempo dopo la costruzione della chiesa, forse nel 1902, perché anche se l’insieme architettonico non sembra rifiutarli, ma anzi sembra assorbirli e farli suoi, rivelano uno stile completamente diverso.
Sconosciamo purtroppo il nome dell’autore, e non disponiamo neanche di elementi per azzardare qualsiasi congettura.
Prima poche volte avevamo avuto l’occasione di entrare in questa chiesa e quelle poche volte l’avevamo guardata con occhi distratti, anche se tra noi ci eravamo fatta l’opinione che si trattasse di una chiesa interessante, tutta da scoprire.
Dopo la nostra visita e dopo un’attenta, accurata ed amorevole osservazione, abbiamo l’impressione di aver davanti una nuova chiesa, come se la vecchia si fosse aperta per rivelarci i suoi tesori nascosti. Vogliamo augurarci che la stessa cosa accada a voi dopo la lettura di questo nostro scritto.
Nella parete di destra notiamo un primo altare di marmo, rifatto nel 1945, e sovrastato da una nicchia contenente una statua, forse dei primi del 900, di Maria Ausiliatrice, titolo diffuso da S. Giovanni Bosco nell’800.
La Vergine con una mano sostiene uno scettro e con l’altra il Bambino Gesù, che tiene a sua volta uno scettro più piccolo. La composizione è perfetta, nell’armonico equilibrio degli spazi e dei volumi, che concorrono a presentarci una Madonna materna e regale nello stesso tempo, la quale aiuta e protegge.
Anche l’altare Maggiore è stato rifatto in marmo intarsiato, intorno al 1957. Ai lati sostiene due grandi colonne attorcigliate, che sorreggono un timpano spezzato e ricurvo.
Il vuoto centrale della parete di fondo è riempito da un grande quadro dell’Assunzione, circondato da una pesante e massiccia cornice argentata, in legno intagliato e traforato.
Sconosciamo il nome dell’autore di questo dipinto, anche se qualcuno ha
avanzato l’ipotesi che si tratti di un’opera di Mariano Rossi, un pittore nato a Sciacca nel 1731 e morto a Roma nel 1807. Nelle sue opere, Mariano Rossi rimane estraneo all’esperienza neoclassica e si attarda in forme barocche, che sintetizzano gli influssi della scuola romana e di quella napoletana. Anche se quest’opera del monastero di San Benedetto, oggi delle suore Domenicane del sacro Cuore di Gesù, ricalca gli schemi del barocco meridionale, a noi non sembra, ma possiamo anche sbagliare, doversi attribuire a Mariano Rossi. Possiamo anche, ma molto cautamente, avanzare l’ipotesi che possa essere stata dipinta da un suo allievo o da un suo imitatore, di livello artistico però decisamente inferiore rispetto a quello del maestro.
L’autore, anche se risente dell’influsso di Mariano Rossi, ha saputo creare un’opera dignitosa e seria, perfetta nel suo genere e per il fine per cui era stata ideata.
In questa Assunzione l’influsso di Mariano Rossi è evidente in vari particolari, ma soprattutto nella disposizione dell’insieme: le numerose figure nella varietà dei loro atteggiamenti non nocciono all’armonia generale della composizione e la loro distribuzione è piacevolmente concepita nell’alternanza dei tipi e nella molteplicità di espressioni e di movimenti. La parte centrale della tela è dominata dalla mirabile figura dell’Assunta che, sostenuta e quasi portata da un’aureola viva di cherubini, risalta sullo sfondo del cielo percorso da nubi, che accentuano la profondità spaziale. Il significato lirico è intensificato non solo dalla finezza della figura della Vergine, ma anche dal vario disporsi delle figure in basso in ginocchio capeggiate a destra da San Benedetto e a sinistra da Santa Scolastica. Qui lo sfondo fa spiccare di più le figure, nei cui volti l’artista è riuscito ad esprimere in maniera sempre nuova e diversa il divino e l’umano che li animano, raggiungendo una certa potenza e grandiosità.
La morbidezza della modellatura, la delicatezza dello sfumato nelle carni, anche se derivano da Mariano Rossi, non riescono però a cancellare l’impronta personale dell’artista, che si può considerare un rappresentante, se pur minore, della pittura barocca siciliana.
Sconosciamo purtroppo anche la data esatta del dipinto, la cui esecuzione possiamo collocare, quasi sicuramente, intorno alla seconda metà del 1700. L’opera risulta un po’ scrostata in basso.

Di fronte a quello di Maria Ausiliatrice, troviamo un altare molto antico del Crocefisso, forse nato con la Chiesa. L’altare è tutto in legno scolpito: un grande reliquiario, anche questo in legno scolpito, fa da sfondo al grande Crocefisso, drammaticamente trasfigurato dall’agonia, con il corpo martoriato e quasi tutto coperto di sangue annerito.
Ma la cosa più bella della chiesa è forse la Via Crucis.
I dipinti sono mirabilmente eseguiti da Francesco o Giuseppe Vaccaro, mentre le edicole che li contengono furono lavorate dal Sac. Giuseppe Fantauzzo, nato a Barrafranca nel 1887, un artista figlio del grande Giuseppe Fantauzzo, le cui opere ed il cui valore artistico abbiamo detto in precedenza. Le nicchie sono tutte in legno, finemente lavorato e traforato, impreziosite in basso da pennacchi e guglie, che si intrecciano e si susseguono, decrescendo dal centro verso l’esterno. L’opera fu eseguita verso il 1914 ; nello stesso anno l’autore moriva a soli ventisette anni.
Vicino all’ingresso a sinistra del nartece è appeso un quadro del Battesimo di Cristo,
opera eseguita nel 1940 dal pittore barrese Vincenzo Marotta, Il dipinto
proviene dalla vicina Parrocchia di Maria Santissima della Stella.
A ricordarci che questa è la chiesa di un monastero, c’è la cantoria, sistemata sopra il nartece della costruzione: le suore che cantavano erano velate e seminascoste da una grata lignea di stile barocco. Altrettante grate coprono le due finestrelle che si aprono sulle pareti laterali della chiesa.
Come abbiamo prima detto, la chiesa nella sua struttura architettonica è figlia del suo tempo e ricalca lo stile tardo barocco, allora più diffuso nell’Italia Meridionale. Si può pertanto dedurre che l’architetto, il quale la progettò, non abbia avuto una formazione chiusa e paesana, ma sia stato abbastanza aggiornato e sensibile ai richiami culturali provenienti dai centri maggiori.
La chiesa fu fondata nel 1745, otto anni dopo l’apertura del Monastero di San Benedetto, quando il marchesato di Barrafranca toccò a Caterina Branciforti, dopo aver superato un litigio con la sorella Rosalia. Per costruirla fu ostruita una via (la continuazione dell’attuale via Paternò Rossi) che divideva le due case signorili del Catalano e del Bufalini, fondatori del monastero.
Dopo la visita non siamo usciti dal portone centrale della chiesa, quasi sempre chiuso, ma abbiamo seguito a ritroso il cammino fatto per entrare.
Appena fuori, il nostro sguardo si è alzato ad esaminare il prospetto della chiesa. La facciata è modesta, incorniciata da pilastri di viva pietra,
motivo che è richiamato nella grande finestra centrale e nel portale, che
circonda il portone principale. Questo portale, finemente ed elegantemente lavorato, si discosta dall’insieme del prospetto, ricollegandosi nella sua struttura barocca, all’interno della chiesa.
Non abbiamo elementi per formulare qualsiasi supposizione; solo per amor di cronaca possiamo riferire che alcuni vogliono far risalire addirittura questo portale all’antico castello di Convicino, che sorgeva nelle vicinanze, supponendo che ne dovesse circondare il portone centrale. A noi però sembra che forse abbiano confuso con il vicino portale del Monastero, perché per quanto riguarda l’austerità dello stile, lo riteniamo più adatto all’ingresso di un castello.
In alto al centro infine, sotto gli spioventi del tetto, si aprono tre finestrelle ad arco, contenenti altrettante campane.
Attualmente la chiesa è chiusa al pubblico, perché pericolante e un così singolare capolavoro si sta distruggendo nel disinteresse generale

Dato alle stampe nel mese di Settembre 1984

AGGIORNAMENTI

CHIESA E MONASTERO DI S. BENEDETTO

Il Monastero benedettino della S.S. Trinità, fondato nel 1733, fu completato in soli 4 anni e inaugurato nel 1737, anche perché formato dalle abitazioni signorili già esistenti dei due fondatori, dott. Alessandro Bufalini (edificio di sinistra) e sac. Don Diego Catalano (blocco di destra). Per unire le due case, fu ostruito lo sbocco della via Paternò Rossi con ’attuale Piazza Fratelli Messina, e in parte di questo suolo recuperato fu
costruita la Chiesa del Monastero, dedicata a S. Benedetto.
Molte furono le donazioni per costruire il monastero.
“Il Principe di Butera D. Ercole Branciforti e la moglie D. Caterina con atto presso Notar Leonardo Miceli da Palermo in data 12 Maggio 1733 vi assegnarono varie terre in contrada Bucciarria, riserbandosi il diritto di scelta delle persone che dovevano farne parte. I coniugi D. Alessandro Bufalini e D. Felicia Barresi e le figlie D. Girolama, D, Camilla, D. Antonina e D. Aloysia, con atto 8 Gennaio 1733 presso Notar Giuseppe Fiore, donavano al detto monastero altri beni. D. Diego Catalano, del vero ceppo nobile di Piazza, Vic. Curato di Barrafranca nel 1724 e Parroco di Pietraperzia nel 1740, vi assegnava pure la sua parte di dote”. (Parroco Giunta).
Alcuni sostengono che in epoca bizantina la stessa struttura doveva essere un Monastero Benedettino maschile.
Di questo antico monastero benedettino resterebbero le mura del lato nord ed ovest, con gli ingressi dotati di mensole pensili (botteghe?...celle?...magazzini?) e con le alte finestre del primo piano.
Angelo Scarpulla ipotizza che questa abazia benedettina, risalente all’alto Medio Evo, doveva essere di dimensioni notevoli, con chiesa (diventata la vecchia Matrice di Convicino) e torre annessi, e doveva comprendere la chiesa del Purgatorio.
Bobò Centonze suppone che il giardino interno del monastero sarebbe stato costruito sulle basi “di una basilichetta bizantina esistita nel periodo federiciano ed oltre”.
La prima badessa del monastero fu Suor Maria Serafica Catalano, sorella di uno dei fondatori, mentre l’altro fondatore collocò nel Monastero le figlie Girolama, Petronilla, Antonina, Luisa e Caterina.
Il Nicotra scrive che la chiesa attuale fu fondata nel 1745, ma noi riteniamo che questa data si debba anticipare di alcuni anni, perché il Giunta ci riferisce che uno dei fondatori, il dott. Bufalini, morto nel 1741, fu seppellito nella chiesa del Monastero.
(Anche al Governatore di Barrafranca D. Ferdinando Capra, morto nel 1778, fu concessa la sepoltura nella chiesa).
Nell’inventario della chiese di Barrafranca del 1745 è citato anche questo monastero, nella cui chiesa si trovava tra l’altro un altare di S. Michele Arcangelo “con un quadro del Santo con sua cornice lavorata di legno indorata…” Nel 1928 il parroco Giunta scrive che il quadro si conservava all’interno del Collegio di Maria; oggi non ne abbiamo più notizia, come dei due Crocifissi, “uno a statua e l’altro a pittura”, che si trovavano nella sacrestia.
Già nel 1797, per i bisogni dello Stato, i Borboni requisirono al monastero 4 candelieri d’argento.
Nel 1866 fu approvata la legge che disponeva la soppressione dei Conventi in Sicilia e il passaggio al demanio pubblico dei beni ecclesiastici.
Nonostante ciò, le suore benedettine rimasero nel Monastero, perché un documento del 1882, pubblicato dal Centonze, riferisce di un tentativo del “Delegato ed altri Ufficiali” di impossessarsi del Monastero.
Nel 1889 infine l'Amministrazione del Fondo per il Culto cedette al Comune di Barrafranca l'edificio ex conventuale, mentre la Chiesa veniva ceduta per "mero uso", restandone la proprietà al Fondo per il Culto come attestano due documenti pubblicati sempre dal Centonze:
(5 Aprile: Cessione al Comune di Barrafranca della Chiesa del Monastero;
20 Agosto: Concessione in fitto da parte del Consiglio Comunale delle “botteghe” del Monastero).
Anni dopo, in seguito ad un accordo tra il Comune di Barrafranca e la Chiesa locale, il caseggiato a destra della chiesa fu permutato con i locali del Collegio di Maria, abitato dalle Suore del Buon Pastore e fondato accanto alla Chiesa di S. Giuseppe dai Sac. Calcedonio e Gaetano Messina nel 1850. (Attualmente a testimonianza di questo Collegio rimane il loggiato sulle abitazioni accanto all’ex chiesa di S. Giuseppe).
Le Suore del Buon Pastore, in seguito a questo scambio, si trasferirono nell’ala destra del Convento di San Benedetto, che assunse il nome di Collegio di Maria.
Lo Stato restò però proprietario della Chiesa, concedendone l’uso al clero ed alle suore (dal 1985 la chiesa di S. Benedetto fa parte del patrimonio del F.E.C. Fondo Edifici di Culto-Ministero dell’Interno)
Nel 1895 il Collegio di Maria accolse le Suore di S. Anna, fondate dalla beata Rosa Gattorno, le quali vi rimasero fino agli anni 70, quando ad esse subentrarono le Suore Domenicane del Sacro Cuore di Gesù, andate via definitivamente nel 1997.
(Salvatore Vaiana ci riferisce che “nel 1897 a Barrafranca fu ripristinato il Collegio di Maria, unico in tutta la provincia di Caltanissetta, frequentato da 17 educande”; non abbiamo notizia però della sede).
Negli anni ’30 un’ala del collegio ospitò le scuole elementari femminili.
In una foto di questo periodo si notano all’interno della chiesa: un pulpito in legno con baldacchino, collocato sulla parete destra del vano centrale; e una balaustrata in ferro battuto.
In un’altra foto si vede la precedente facciata, che “presenta nel frontespizio un loggiato bipartito”(C. Orofino). La parte superiore dell’attuale facciata risale forse agli inizi degli anni 50, perché in un documento dell’archivio parrocchiale si legge che nel 1951 vi fu la benedizione delle nuove campane.
Verso la fine degli anni ’50 fu ricostruito il solaio del salone del collegio e fu rivestita la scala di accesso al primo piano con lastre di marmo bianco di Carrara ( lavori eseguiti dal geom. Salvatore Licata).
La chiesa fu chiusa al culto verso la fine degli anni 70, perché pericolante, e da allora non è stata riaperta.
Prima del 1984, in occasione della preparazione e della stesura di questa Guida, noi visitammo la chiesa, anche se chiusa al pubblico, con il permesso delle suore Domenicane. Le condizioni della chiesa e di tutto il suo contenuto risultavano come descritto nella prima parte di questo capitolo.
Alcuni anni dopo, in seguito ad una visita al Monastero, notammo che le edicole della Via Crucis erano state trasportate ed appese lungo le pareti di un ambiente, adibito a Cappella, nel piano superiore. Quando però nel 1991, in occasione della preparazione della Mostra dei Fratelli Vaccaro con sede a Caltagirone, ci recammo nel Monastero con Vito Librando ed Annamaria Ficarra per vedere appunto la via Crucis del Vaccaro, ci fu riferito dalla Madre Superiora di allora che le edicole con i dipinti erano state distrutte da un (fantomatico) crollo del soffitto dell’ambiente in cui si trovavano…(?)
Nel 1994 crollò la volta della grande nicchia dell’altare Maggiore della chiesa di S. Benedetto. Nel settembre dello stesso anno la Soprintendenza di Enna intervenne con una copertura provvisoria in lamiera di tutto il tetto e con il consolidamento della cupola.
Da allora fino a questo momento, non c’è stato alcun altro intervento per salvare la chiesa; nel 1997, come abbiamo scritto prima, le suore Domenicane lasciarono il Monastero, che fu chiuso.
Prima di scrivere questi aggiornamenti abbiamo voluto rivisitare la chiesa per constatare di persona lo stato in cui attualmente si trova.
Le foto che pubblichiamo parlano più di tante parole e descrizioni.
Noi, durante la visita, abbiamo avuto l’impressione che, nonostante lo stato di degrado e di abbandono in cui si trova, (aggravato anche da altri crolli, da infiltrazioni d’acqua, dalla sporcizia e dallo sterco dei piccioni), la chiesa di S. Benedetto non voglia rassegnarsi ad una distruzione irrimediabile: essa si ostina a mostrare ancora tutta la sua superba bellezza, e sembra chiedere disperatamente aiuto, prima che sia troppo tardi.
Il quadro del Battesimo di Cristo di Vincenzo Marotta, che si trovava a sinistra del nartece vicino all’ingresso principale, nel 2005 fu trasportato in un locale del Monastero insieme al grande reliquario e all’altare di legno barocco del Crocefisso con la statua di cartapesta.
(A proposito dell’altare del Crocefisso, il Giunta ci riferisce che uno dei fondatori del Monastero, il Sac. Don Diego Catalano, fu seppellito nel 1749 proprio al piedi di questo altare).
In alto di questo altare (citato nell’inventario del 1745: “Abbiamo trovato un Crocifisso grande…alli piedi di detto Crocifisso abbiamo trovato un quadro piccolo di Maria Addolorata…), su un ovale di stucco, si nota la data 1904 (non sappiamo a cosa si riferisca, forse ad un ripristino dell’altare?)
La nicchia dell’altare di fronte non contiene più la statua di Maria Ausiliatrice, sistemata prima nell’Oratorio “S. Giovanni Bosco”, (ex chiesa di San Giovanni), ed attualmente nella chiesa Maria S.S. della Stella. 
In alto in un ovale di stucco, si notano due cifre di una data incompleta (..82..) .
Gli affreschi della cupola, che copre e completa questa prima saletta, resistono ancora, mostrando, quasi nel complesso, tutta la loro bellezza.
Dal centro, in cui si scorge la “M” di Maria Vergine, si dipartono otto spicchi, intervallati da altrettanti vasi con fiori diversi. Il primo spicchio contiene l’àncora con la scritta SPERANZA; il secondo, il Cuore dell’Addolorata trafitto dal pugnale; il terzo, il calice con l’Ostia consacrata con scritto CARITA’; il quarto, la Corona con la palma del martirio; il quinto, (affresco poco visibile); il sesto, i simboli del papato; il settimo, la Croce con scritto FEDE; l’ottavo infine, il Cuore di Gesù.
Dei quattro medaglioni sui pennacchi contenenti l’immagine e il nome degli evangelisti, solo quello di S. Luca è parzialmente rovinato e poco visibile.
La volta a crociera del vano centrale presenta ancora gli affreschi quasi intatti. I due triangoli centrali contengono su fiori e festoni, il primo, un volume aperto; l’altro un libro chiuso con scritto sulla copertina SACRA BIBBIA V. 1. Entrambi i triangoli laterali hanno affrescate due testine di putti alati tra nuvole e fiori. Questi ultimi affreschi presentano delle screpolature più vistose, in particolar modo quello di destra.
Guardando le pareti e le membrature della chiesa, non possiamo dire la stessa cosa degli affreschi e degli stucchi in esse contenuti, perché molto rovinati, screpolati, corrosi e anneriti dall’umidità e dal tempo.
Sono illeggibili anche le date che dovevano contenere i due ovali della cornice di stucco in alto, in corrispondenza delle due porticine nelle pareti del vano centrale (solo in quello di destra si riescono a distinguere appena le cifre: 1….6).
La grande nicchia dell’altare Maggiore è la zona della chiesa maggiormente rovinata, in quanto presenta la volta completamente distrutta (1994) e il matroneo destro, che mostra ulteriori crolli succedutisi nel tempo.
Sulla parete di sinistra si nota una lapide di marmo con scritto: SS. PP. PIUS VI. SANCTI MONIALIUM HUIUS MONASTERII BARRAFRANCAE S.P. BENEDICTI POSTULATIS BENIGNE ANNUENS ALTARE MAJUS QUOTIDIE AC PERPETUO PRIVILEGIATUM PRO CELEBRANTIBUS, CUM SECULARIBUS TUM REGULARIBUS INDULSIT. DIE XXX JULII MDCCLXXVIII
L’altare Maggiore “privilegiato”, di cui parla la lapide, doveva essere quello che ci descrive nel 1928 il parroco Giunta: “E’ un lavoro in legno scolpito di stile barocco, incastonato di specchi e con delle piccole nicchie dove in altri tempi erano le statuette di Santa Scolastica e Santa Gertrude”(Inventario del 1745)
Questo prezioso altare fu sostituito, non sappiamo il perché, negli anni 50 con l’attuale in marmo intagliato.
Sopra l’Altare Maggiore la grande pala dell’Assunzione (citata nell’inventario del 1745) è stata coperta da un telo di plastica, con la speranza che possa essere protetta e salvaguardata dalla sporcizia, dall’umidità e dallo sterco dei piccioni.
Riportiamo quello che su questo dipinto ha scritto il Giunta: “pare che questa tela rassomigli non poco a quella che il valoroso pittore Mariano Rossi da Sciacca dipinse pel monastero benedettino di S. Rosalia in Palermo. Pur non avendo ragioni per dirlo della stessa mano, possiamo giudicare di essere della stessa scuola”.
A destra dell’Altare Maggiore era collocata un’edicola in legno lavorato, a modo di teca con vetri, contenente le piccole statue in cartapesta di S. Anna e la Madonna bambina, probabilmente risalente al periodo in cui le suore di S. Anna abitarono il Monastero. Anni fa l’edicola fu trasportata nella Chiesa Madre.
Le grate lignee barocche della cantoria sono ancora quasi intatte; sotto la cantoria, l’arco dell’ingresso è ornato da due putti ( ad uno manca la testa) i quali sostengono drappi e festoni con al centro un vuoto contenente la scritta incompleta: LETABITUR VIRGO IN CHORO….
Delle altre grate lignee che ornano la chiesa, quelle del piccolo matroneo destro del presbiterio sono state in parte rovinate e distrutte dal crollo della volta in un primo tempo, e dall’incuria e da altri crolli nel corso degli anni.
La facciata esterna non ha subito alcun cambiamento, a parte il portone centrale molto più corroso e rovinato dal tempo. A destra notiamo una lapide in marmo con scritto: GRAZIE A TE, ROSA GATTORNO: QUI
VENISTI CON LE TUE FIGLIE NEL 1895. QUI RITORNANO OGGI PER
CELEBRARE I 125 ANNI DI FONDAZIONE DEL LORO ISTITUTO !
BARRAFRANCA, 6 DICEMBRE 1992.
Nel 2014, in seguito a scavi di sondaggio nel pavimento con una ruspa, sono state rinvenute diverse tombe. Nel 2015 finalmente il Comune di Barrafranca, fatte le dovute ricerche ed acquisita tutta la documentazione, delibera che l'edificio ex conventuale è di sua proprietà.

Prima di concludere questo capitolo, vogliamo ricordare che S. Benedetto (Norcia 480 – Montecassino 547) fu il fondatore dell’ordine dei Benedettini e fratello (forse gemello) di S. Scolastica, anche fondatrice e patrona dell’ordine delle monache benedettine.