Gaetano Vicari: GUIDA ALLE PRINCIPALI CHIESE DI BARRAFRANCA ed ai loro tesori nascosti CON AGGIORNAMENTI dal 1984 ad oggi-CAPITOLO TERZO: CHIESA MARIA S.S. DELLA STELLA CON AGGIORNAMENTI fino a Settembre 2017

CAPITOLO TERZO

CHIESA MARIA SANTISSIMA DELLA STELLA


La mattina del 20 giugno 1977, in un baleno, per tutta Barrafranca si sparse la notizia del furto sensazionale avvenuto nella Parrocchia Maria Santissima della Stella: durante la notte era stato rubato il quadro della Madonna della Stella, la compatrona di Barrafranca.
Noi, appresa la notizia, dopo un primo attimo di sbigottimento, ancora increduli, accorremmo subito in chiesa.
Appena entrati, gli occhi si posarono là, sull’altare maggiore, nel posto dove sapevamo si trovasse il dipinto: l’altare era come se apparisse diverso, come spogliato e profanato; anche tutta la chiesa sembrava spogliata e profanata.
L’arca, che conteneva il dipinto era vuota; e nel telaio i resti della tela sfilacciata, testimoniavano la violenza con cui il quadro era stato strappato.
Da allora, fino a questo momento non si è avuta più notizia dell’opera.
Non sappiamo la data esatta dell’esecuzione di questo quadro, tanto amato dai barresi e purtroppo perduto; ma dalle notizie che siamo riusciti a scoprire cercheremo di ricostruirne la storia.
Si crede che il culto di Maria S.S. della Stella, sia stato portato da Militello Val di Catania nel Casale di Convicino, l’antica Barrafranca, dalla
famiglia dei Barresi, che comprò il casale nel 1337 per 1100 onze.
Se la notizia è esatta, è molto probabile che l’opera sia stata dipinta per l’antico Convicino, di cui forse la Madonna della Stella era compatrona, con la Vergine al centro e ai lati San Giovanni Battista e San Luca. L’uno venerato nel luogo e forse l’antico patrono, l’altro importato dai militellesi con Maria S.S. della Stella.
(Giovanni il Battista (in ebraico Iehôhānān, in greco Ιωάννης ο Πρόδρομος, in latino Ioannes Baptista) fu un asceta proveniente da una povera famiglia sacerdotale ebraica originaria della regione montuosa della Giudea
Giovanni Battista è una delle personalità più importanti dei Vangeli, e, secondo il Cristianesimo, la sua vita e predicazione sono costantemente intrecciate con l'opera di Gesù.. Morì intorno al 35 a. C,
Luca evangelista in greco Λουκάς Loukas (Antiochia, circa 10 d.C. – Tebe?, circa 93 d.C.), venerato come santo da tutte le Chiese cristiane che ne ammettono il culto, è autore del Vangelo secondo Luca e degli Atti degli Apostoli, il terzo ed il quinto libro del Nuovo Testamento.
Per i cattolici è il santo patrono degli artisti e dei medici, e viene festeggiato il 18 ottobre.)
Da un documento riportatoci dal parroco Giunta, il quale parla di “immagine di rilievo di Maria S.S. della Stella”, possiamo dedurre che forse gli immigrati militellesi, arrivati a Convicino, per continuare la tradizione del loro paese, abbiano modellato una statua o un bassorilievo della Vergine. A conferma di ciò a Militello c’è sempre stata la statua di Maria S.S. della Stella e non il quadro.
“L’immagine di rilievo” esisteva ancora nel 1699. Da allora non se ne ha più notizia.
Dopo che Convicino divenne Barrafranca, esistevano nel paese due partiti: uno pretendeva come patrono San Giovanni Battista, l’altro Sant’Alessandro, l’attuale patrono, “scelto dal clero e dalla municipalità” e venerato molto tempo prima.
Sorse allora un terzo partito, più forte, che venerò come patrono Sant’Alessandro, siamo sicuramente nel 1572, e scelse come compatrona la Vergine Santissima della Stella, per continuarne forse la venerazione risalente, come abbiamo detto, ai tempi di Convicino.
Possiamo pensare che proprio in questo periodo, cioè intorno al 1572, che l’antica immagine della Madonna della Stella sia stata ritoccata, come dice il Giunta, specialmente nella figura di San Luca, che fu adornato con mitra e pastorale e fu trasformato in un Sant’Alessandro; oppure, come dice Pasquale Guarneri nel Dizionario del Nicotra, che tutto il quadro sia stato dipinto in questo periodo.
Durante il corso degli anni, la tela che era distesa su legno, a causa del tarlo si era sempre più rovinata, specialmente nella figura centrale della Vergine, tanto che le monache del vicino monastero, una volta, la ricoprirono di finte vesti di seta; la figura di san Giovanni Battista fu forse ridipinta, in quanto si discostava dallo stile delle altre due.
La Vergine, maestosamente seduta sotto il baldacchino, allattava il Bambino mentre il suo sguardo materno era perduto lontano, in un punto al di fuori del quadro; ai suoi lati, in piedi due figure di Santi. Nelle figure rappresentate nel dipinto, si notava, principalmente nella Vergine e nel Sant’Alessandro, l’uniformità dei volti: una tipologia unica e senza una sostanziale caratterizzazione.
Si trattava di una tipologia basilare, che voleva portare in particolare la Vergine al di sopra di ogni precisazione. Anche il repertorio di segni di cui il pittore disponeva era ridotto all’essenziale: erano quattro o cinque in tutto, ma perfettamente rapportati alla semplicità del tessuto pittorico ed alla sintesi delle immagini.
L’opera sembrava eseguita perfettamente per rispondere allo scopo prefisso, quello di richiedere con semplicità l’attenzione di gente semplice.
E proprio questa gente semplice rimase particolarmente scossa per la perdita della sua Compatrona: l’anno del furto, l’otto settembre giorno
della sua festa, Barrafranca non vide passare per le sue vie l’antica immagine, divenuta ormai familiare di Maria Santissima della Stella.
Mentre siamo in chiesa, guardiamoci intorno: qui tutto è rimasto come prima del furto; nessuna altra opera è stata sottratta.
Entrando a destra, dopo un’elegante acquasantiera di marmo posta nel nartece della chiesa nel 1965, incontriamo il primo dipinto di vaste proporzioni. Si tratta del quadro di Santa Lucia, opera del pittore Emanuele Catanese, un artista originario di Gela. Sconosciamo la data esatta dell’esecuzione del dipinto, che possiamo però collocare nella seconda metà dell’ottocento.
La Santa si libra nell’aria, circondata da tre angeli, che recano in mano i simboli del martirio e della gloria: una palma, un pugnale ed una corona. La squisita colorazione, l’accordo prezioso di rosa e verde, contrappuntati da toni scuri, giocano nella composizione il ruolo più importante, creando un’atmosfera di gentilezza e di raffinatezza. Eleganza compiuta e candore mistico si intrecciano delicatamente, alleandosi alla delicata luminosità di nitore e chiarezza mattinale. L’unità della scena risulta quindi raggiunta, non da una organizzazione di spazi ottenuta con un mezzo razionale geometrico, quale potrebbe essere la prospettiva, ma dal colore, che nella sua versione tenera e bagnata di luce, proietta un clima squisitamente lirico.
(S. Lucia (Siracusa 280-304), patrona della vista, morì martire durante la persecuzione di Diocleziano. Le sue spoglie si trovano nella chiesa di S. Geremia a Venezia.)
Avanziamo un po’ sempre lungo la navata di destra: dopo un arco cieco vuoto, troviamo una nicchia con la statua in gesso di Sant’Agnese del 1963. La santa è rappresentata secondo i canoni della più consueta tradizione che la vuole dal gesto molle e delicato e dal viso dolce ed angelico.
S. Agnese (Roma,90-93 – Roma, 305), durante la persecuzione di Diocleziano fu martirizzata all’età di 12-13 anni trafitta con un colpo di spada alla gola, come si uccidevano gli agnelli: per questo è rappresentata con in braccio un agnello.)
Nel braccio destro del transetto, si apre la cappella del Santissimo
Sacramento, con un altare rifatto in marmo nel 1973. In alto una nicchia
racchiude la statua del Cristo Re, in legno scolpito, ordinata negli anni '60 a Giuseppe Runggaldier (Ortisei 1948-) come si legge sulla targhetta alla base: GIUSEPPE RUNGGALDIER ARTE SACRA ORTISEI BOLZANO ITALIA. La statua molto bella per la verità, rappresenta il Cristo in atteggiamento regale e nello stesso tempo paterno.
(La solennità di Cristo Re, fu istituita da papa Pio XI nel 1925.)
Sempre in questa cappella davanti a quello di marmo è posto un altro altare di bronzo, di pregevole fattura, con davanti un bassorilievo, sempre in bronzo, raffigurante l’Ultima Cena.
Passiamo ora nel presbiterio della chiesa: qui notiamo un ambone, un Fonte Battesimale e un porta-cereo, tutti oggetti semplici ed eleganti, anche questi in bronzo, ordinati ad una ditta di Padova nel 1973.
L’Altare Maggiore, rifatto in marmo verso i primi dell’ottocento, sostiene uno pseudo-tempietto, di stile classico, con sei colonne corinzie, scanalate, ricoperte da stucco. Sopra il tempietto sono sedute due statue di stucco rappresentanti la Fede e la Speranza; al centro, in una raggiera dorata, il simbolo della Vergine.
Dentro il tempietto, sempre sull’altare Maggiore, è posta l’arca che prima conteneva l’antico quadro della Madonna della Stella, opera raffinata e preziosa, scolpita in legno nel 1849 da Angelo Minoldo, un artista originario di Mazzarino, il quale operò principalmente verso la metà dell’Ottocento.
Attualmente l’arca contiene un nuovo quadro della Madonna della Stella, dipinto nel 1978 dallo scrittore di questa guida, Gaetano Vicari, un pittore che vive ed opera a Barrafranca.
Un anno dopo il furto, infatti, venne bandito un apposito concorso al quale parteciparono otto pittori. La Commissione d’Arte Sacra scelse all’unanimità il dipinto di Gaetano Vicari “ avendo riguardo della continuità storica e della finalità di culto che il nuovo quadro doveva avere”.
Continuando la visita immaginaria della chiesa, scendiamo dal presbiterio e dirigiamoci verso il braccio sinistro del transetto. Qui, nella cappella di destra, subito notiamo una lugubre e nello stesso tempo suggestiva urna, mirabilmente scolpita in legno nel 1958 dal prof. Panfili, originario di Pietraperzia. L’urna contiene una statua emaciata e martoriata del Cristo Morto, opera in cartapesta, forse del 1800. Sopra l’urna è appesa un’antica croce in legno.
Sempre nella parte sinistra del transetto troviamo un altare in marmo, rifatto nel 1972, sormontato da una statua in legno scolpito del 1935, di Sant’Alessandro, il Patrono di Barrafranca.
Il Santo è seduto su un trono con i paramenti pontificali, maestoso e dolce nello stesso tempo, nell’atto di benedire. Quello che colpisce di più in questa statua è la delicatezza e la finezza del modellato, che rende morbido e quasi palpabile tutto l’insieme.
Scendendo lungo la navata di sinistra, incontriamo per primo l’altare di S. Lucia, anche questo rifatto in marmo nel 1972, con una statua del 1961,
di legno scolpito, proveniente forse da uno stabilimento di Ortisei.
Accanto all’altare di Santa Lucia, troviamo il quadro più famoso della chiesa, il Sant’Isidoro Agricola, dipinto intorno al 1620 da Pietro D’Asaro (come scrive Giulia Davì). Questo artista, detto il monocolo di Racalmuto, visse dal 1579 al 1647, e fu discepolo di Filippo Paladini, che nato a Casi presso Firenze verso il 1544, nel 1601 si trasferì in Sicilia e morì a Mazzarino nel 1614.
Il dipinto ricalca lo stile del grande maestro; ma il colore è meno brillante e il disegno meno perfetto: non per questo possiamo dire di non trovarci davanti ad un’opera d’arte.
Relegati nello sfondo gli spunti ambientali e illustrativi, l’attenzione dell’artista si concentra sui personaggi, scanditi su piani prospettici e psicologici, mentre nello sfondo si prospetta la scena dei buoi nell’atto di arare. Le superfici cromatiche si distendono larghe e solenni specie sui personaggi e sulla figura del Santo, che costituisce quasi il perno su cui ruota tutta la composizione. Ma nell’apparizione della Vergine investita dalla luce che prorompe a cascata dietro di lei, si concentra l’inclinazione a versioni soprannaturali, per il superamento della realtà operata da una fantasia quasi visionaria.
L’opera, proveniente dalla vicina chiesa del Purgatorio trasformata in oratorio nel 1956, è firmata dall’artista ma purtroppo non reca la data dell’esecuzione.
Il primo quadro, invece che si incontra entrando a sinistra è quello di
Sant’Alessandro, dipinto a Caltagirone nel 1859, da Francesco Vaccaro. Quello dei Vaccaro fu una famiglia di pittori, di Caltagirone, che operò principalmente in Sicilia entro tutto l’arco dell’ottocento.
Francesco Vaccaro si può collocare sullo stesso livello artistico di quello del fratello Giuseppe, che abbiamo visto nel San Rocco della Chiesa dell’Itria, anche se nel primo si nota la predilezione per tono più vivaci e nello stesso tempo più sfumati.
Nel Sant’Alessandro la ricostruzione della scena sembra quasi divenuta spontanea all’artista, con una fedeltà però intelligente e artisticamente con piena validità. La composizione è semplice ma mirabile nel coordinamento tra sfondo e figure, che però sembrano vivere di vita propria e sembrano parlare ai nostri occhi con tutte le loro qualità spirituali e materiali. Questo è tra i più bei quadri che i Vaccaro abbiano dipinto, per pienezza di vita, per acutezza di osservazione psicologica e per felicissima resa pittorica delle forme.
Recentemente è stato esposto il dipinto della Madonna dei Raggi dei Vaccaro, al quale furono aggiunte da uno dei Fantauzzo, non sappiamo da chi, le figlie di Maria.
Prima di uscire, fermiamoci un po’ vicino al portone d’ingresso e guardiamo la chiesa nel suo insieme: è ordinata e pulita, maestosa ed elegante. I tre archi che separano la navata centrale da quelle laterali, sono sorretti da pilastri, che non appesantiscono la struttura architettonica della chiesa, ma anzi ne aumentano la classica solennità.
La chiesa è quasi tutta coperta da stucchi neoclassici, raffinati ed eleganti, che la impreziosiscono e ne sottolineano l’imponenza. Gli stucchi della navata centrale, eseguiti nel 1858, sono opera di Salvatore Signorelli che li modellò su disegni del fratello Vincenzo. I Signorelli furono degli abilissimi stecchisti, dei veri artisti, originari di Siracusa, che operarono nell’ottocento principalmente in Sicilia.
Gli stucchi della navata centrale sono sicuramente del Signorelli: quelli invece delle navate laterali, eseguiti con le stesse verso i primi del novecento, si dimostrano opera di Antonino Musolino, aiutato forse dai cugini Carmelo e Calogero Fantauzzo, figli di Giuseppe. Carmelo, nato a Barrafranca nel 1879, morì a 27 anni nel 1906; Calogero, nato nel 1882 sempre a Barrafranca, fu aiutante del fratello ma, morto questi, non si occupò più di arte; è morto a Barrafranca nel 1967. Il Musolino, anche lui di Barrafranca, dopo aver operato in questo paese ed in quelli dei dintorni, nei primi del Novecento emigrò in America, dove è morto di recente.
Se guardiamo attentamente, possiamo notare gli interventi di quel soldato di Savona, il quale dopo la seconda guerra mondiale, si fermò a Barrafranca per riparare gli stucchi danneggiati.
Come abbiamo potuto capire dalla descrizione precedente, la chiesa è a tre navate, abbastanza ampia: è profonda infatti una quarantina di metri e larga diciotto.
Alziamo un po’ lo sguardo ed esaminiamo la volta. A parte gli stucchi di cui abbiamo già parlato, possiamo notare, sei grandi ottagoni, che racchiudono altrettanti affreschi raffiguranti:
il primo forse “Ester ed Assuero”, non possiamo capirlo tanto, perché il dipinto è rovinato; gli altri “L’Ascensione”, “La Pentecoste”, “La Trasfigurazione”, “Maria Santissima della Stella”, ed infine “”L’Immacolata”.
(In base a quanto narrato dal Nuovo Testamento, l'evento noto come Ascensione è l'ultimo episodio della vita terrena di Gesù: questi, quaranta giorni dopo la sua morte e risurrezione, è asceso al cielo. La ricorrenza è celebrata in tutte le confessioni cristiane e, insieme a Pasqua e Pentecoste, è una delle solennità più importanti del calendario ecclesiastico.
Pentecoste, dal greco antico pentekostè (heméra) - πεντηκοστή (ἡμὲρα) - cioè "cinquantesimo" (giorno), è una festa della religione cristiana, che cade nel cinquantesimo giorno dopo Pasqua (da cui il nome), di domenica, ed è quindi una festa mobile, dipendente dalla data della Pasqua.
All'interno del gruppo dei discepoli di Gesù Cristo, seguendo quanto narrato in Atti 2,1-11 la Pentecoste designa la discesa dello Spirito Santo, discesa che segna la nascita della Chiesa, a cominciare dalla comunità paleocristiana di Gerusalemme, o "comunità gerosolimitana" (At 2,42-48).
La Trasfigurazione di Gesù è un episodio della vita di Gesù descritto nei vangeli sinottici Matteo 17,1-8; Marco 9,2-8 e Luca 9,28-36.
La festa è celebrata il 6 agosto dalla Chiesa cattolica, dalla Chiesa ortodossa e da altre confessioni cristiane in ricordo dell'episodio biblico).
Questi affreschi sono opera dignitosa e perfetta, forse di Paolo da Terranova, un artista di Catania, il quale probabilmente li dipinse dopo l’esecuzione degli stucchi. Il parroco Giunta li vuole del Damaggio, pittore anch’esso di Catania.
Gli affreschi rivelano il grande mestiere dell’autore, il quale, quando è libero da ogni modello, assurge alle vette dell’arte; peccato che dopo la seconda guerra mondiale, alcuni siano stati ritoccati dal barrese Vincenzo Marotta, che in parte ne rovinò l’originale bellezza, rendendo più aspri i passaggi tonali e meno delicato lo sfumato.
Guardandola, dopo il ripristino ed il consolidamento che durò dal 1968 al 1972, non sembra che debba essere forse la più antica chiesa di Barrafranca, sorta probabilmente molto tempo prima che Matteo III Barresi ristrutturasse Convicino e fondasse Barrafranca, siamo intorno al 1530.
Abbiamo notizia che nel corso degli anni la chiesa ha subito varie trasformazioni: una volta siamo nel 1693, fu distrutta a causa di terremoto e riedificata più ampia nel 1699.
Nei primi del novecento, quando ne era rettore don Luigi Maria Guerreri. fu trasformata a croce latina e vi furono aggiunte le navate laterali, essendo prima la chiesa ad una sola navata.
Attualmente completano l’arredo della chiesa una via Crucis, in legno scolpito, ordinata a Luigi Santifaller di Ortisei nel 1962; e dei lampadari di vetro di Murano, scelti nel 1970 dal Parroco don Giuseppe Zafarana presso una ditta artigianale di Venezia.
Dopo aver visitato la chiesa e dopo averne gustato la bellezza dell’insieme e dei particolari, usciamo fuori ed osserviamo il prospetto. La facciata è semplice e lineare, con il tetto appuntito, fiancheggiata da un sontuoso campanile, costruito verso la fine del seicento, terminante con stile orientaleggiante a forma di pera. La cupola fu forse eseguita o ristrutturata dai Fantauzzo, ma non sappiamo da chi e quando.
Il portale in pietra intagliata, che circonda il portone centrale della chiesa richiama subito la nostra attenzione per la bellezza e la finezza del modellato. La pietra però, in alcune parti, è molto corrosa dal tempo.

Dato alle stampe nel mese di Settembre 1984

AGGIORNAMENTI

PARROCCHIA MARIA S.S. DELLA STELLA

La presenza del Patrono S. Alessandro e della Compatrona Maria S.S.
della Stella ha fatto in modo che la chiesa nel corso dei secoli abbia avuto una duplice e incerta denominazione.
In un Atto Notorio, redatto dall’Autorità Ecclesiastica nel 1705, è indicata “Chiesa di S. Alessandro”; allo stesso modo la chiamano il Nicotra nel 1907 e il Giunta nel 1928.
Contrariamente, nel 1693 un documento ci riferisce che un terremoto abbatté la “Chiesa di Maria S.S. della Stella”; nel 1742 si legge in un altro documento che si concedeva l’indulgenza plenaria di 7 anni alla “ Ecclesiam B.M.V. de Stella”. “Chiesa di M. S.S. della Stella” è denominata in un decreto del 1846 e in un documento del 1931.
Nel 1944, infine, assunse il nome attuale di Parrocchia Maria S.S. della Stella.
Sull’antico dipinto di Maria S.S. della Stella, compatrona di Barrafranca, rimangono molti dubbi ed incertezze che gli studi, le ricerche e i documenti riescono a risolvere e a fugare in parte. Noi desideriamo soffermarci sulla data e sulla modalità della festa, le quali nel corso degli anni hanno subito vari cambiamenti.
Apprendiamo da un documento che nel 1699 si celebrava la festa di Maria S.S. della Stella il 15 Settembre; lo stesso giorno troviamo nella Bolla di Benedetto XIV del 1742.
Il Nicotra , che scrive il suo Dizionario nel 1907, ci riferisce che se ne celebrava la festa l’8 Settembre, con la processione “della reliquia, che è formata da un capello della S.S. Vergine.
Ogni decennio suole celebrarsi più solennemente; e allora nella processione l’immagine viene portata a spalla dal ceto dei civili, e nei dì precedenti il festino un coro di fanciulli, simboleggianti altrettanti angeli, canta ad intervalli l’inno tradizionale su apposito carro trionfale, che, tirato da buoi, percorre le principali strade della città”.

Perchè l'antico dipinto era coperto di finte vesti di seta? risponde a questa domanda il parroco Giunta che così scrive: "La tela della pittura è distesa sul legno il cui tarlo rovinò tutto, lasciando appena integri i volti. Le Benedettine di questo monastero lo ricoprirono di finte vesti di seta". (Forse verso la fine del 1800).
In un documento dell’archivio parrocchiale, infine, leggiamo che nel 1963 “il quadro è ricoperto con vesti più preziose tempestate di oro e di argento (il ricamo è di Giuseppina Sentito). Si decide di celebrare la festa con la processione del quadro ogni anno, invece di ogni 7 anni”.
Possiamo quindi dedurre, confortati anche da quanto asseriscono Licata-Orofino e Filippo Salvaggio, che anticamente il sacro simulacro veniva portato solennemente in processione il 15 settembre ogni 10 anni.
Probabilmente nei primi dell’ottocento la data della festa fu spostata all’8 Settembre; agli inizi del novecento il periodo della processione del quadro da 10 anni si ridusse a 7, fino al 1963, quando si decise di portare in processione il dipinto ogni anno.
La leggenda del miracolo delle locuste acquista fondamento storico da un Documento dell’Archivio Parrocchiale il quale rivela che dal 1689 al 1711 Barrafranca subì l’invasione delle locuste “che varcando il Mediterraneo, vengono come immense nubi dalla costa africana e devastano i seminati, le vigne e gli alberi”…Le locuste tornarono con non meno violenza nel 1784 e nel 1798.
L’arca, contenente il dipinto della Compatrona e sovrastante l’Altare Maggiore, nel corso degli anni ha subito diverse dipinture, come si può dedurre osservando attentamente la parte posteriore.
Il colore originario sembra essere marrone con fregi ed ornati in oro:
nel retro in basso è scritto in nero:
GLO(RIOSA) MAD. DELLA STELLA PATRON. BARRAFRANCA- ANGELO MINOLDO MAZZARINESE (Q)UESTA (BARA) TRIONFALE A SPESE DI FRANCESCO BONINCONTRO E DELLA POPOLAZIONE FINIVA NEL NOVEMBRE DEL 1849.
In seguito la bara trionfale fu dipinta di verde e nero marmorizzato con
fregi ed ornati sempre in oro; ultimamente la parte anteriore è stata verniciata con colore avorio, ceruleo e oro
Descriviamo in particolare il retro dell’arca, molto bello in verità, che pochi hanno la possibilità di ammirare.
E’ diviso in tre parti: al centro campeggia una grande stella caudata con all’interno il simbolo della Vergine e con le otto punte intervallate dalle lettere P-A-N-A-G-I-A (Nome che i cristiani orientali danno a Maria madre di Gesù: dal greco “Tutta Santa”); ai lati si notano due pseudo-nicchie contenenti, a sinistra, il piccolo bassorilievo di S. Alessandro, rappresentato senza tiara con in mano la palma del martirio e il rotolo delle sacre scritture, a destra S. Giovanni Battista con il bastone terminante a croce, avvolto dal cartiglio dell’ “Ecce agnus dei”.
Certamente la cornice che circonda il dipinto non è stata scolpita dallo stesso autore dell’arca, perché più elaborata nella fattura, di epoca decisamente anteriore. Avvalora questa tesi quanto scritto nell’inventario del 1745, dove leggiamo che nell’Altare Maggiore di questa chiesa c’era “un tabernacolo alto in cui si trova una Venerabile Immagine di pittura (Maria S.S. della Stella) con altre immagini, con sua cornice intagliata indorata d’oro…”
La chiesa alla sommità della facciata esterna fino alla fine della prima metà del Novecento presentava “una bella edicola che racchiudeva, tra cartocci e lesene, un bassorilievo raffigurante la Madonna della Stella fra due Santi, secondo l’assetto iconografico del quadro dipinto”(C.Orofino). Il Salvaggio precisa che il bassorilievo era “fatto di mattoni rossi”.
Le nuove immagini di Maria S.S. della Stella e del Bambino, dipinte da Gaetano Vicari, autore di questa Guida, nel 1978 furono incoronate solennemente dal Vescovo mons. Sebastiano Rosso con corone e stelle d’argento tempestate da acque marine e topazi, offerte da Maria Caltavuturo ved. Ferreri.
Queste corone e le stelle che circondano il capo della Vergine sono opera di Santo Gambino (Ditta Fredi di Catania). (Le stelle dello stellario erano undici, perchè la dodicesima era applicata sulla corona; una tredicesima stella in più fu donata insieme al Diploma di Primo Premio all’autore del dipinto Gaetano Vicari, il 12/08/1978 dal Parroco di allora. Nel 2014 è stata aggiunta allo stellario la dodicesima stella realizzata dall'Argenteria Amato di Palermo, perfettamente uguale alle altre).
Per applicare le stelle e le corone nel 1978 furono praticati dei buchi sul dipinto; in seguito la tela è stata bucata per ornare la Madonna con collana, anello ed orecchini; ultimamente nel 2013 è stato fatto un ulteriore buco per applicare la sagoma con l'oro offerto alla Madonna, nonostante il parere contrario dell'autore Gaetano Vicari. (Durante la processione del 2016 la sagoma con l'oro non è stata applicata). 
In tutto fino al 2015 l'opera ha subito ben 24 buchi! 


Questo dipinto di Gaetano Vicari nel corso degli anni è stato ritoccato dallo stesso autore: nel 1994, dopo la processione dell’8 Settembre, nella parte superiore del manto della Madonna e nell’aureola di S. Giovanni; nel 2009, sempre dopo la festa, nelle stelle dello “stellario”, che circonda il capo della Vergine.
S. Alessandro è il patrono di Barrafranca dal 1572 e tale rimane fino ai nostri giorni. A conferma di ciò riportiamo quanto scritto dal Nicotra: “Un atto notorio del 1705, redatto dall’autorità ecclesiastica, comprovante che nelle chiesa di S. Alessandro fu dispersa la reliquia di detto glorioso patrono per trascurataggine dei procuratori della predetta chiesa… esiste pure un’autentica in data 1748 a firma di fra Serafino provinciale di Barrafranca, con la quale si conferma che S. Alessandro papa e martire è il patrono principale delle terre di Barrafranca”.
Pare che nella chiesa non sempre ci sia stata la stessa statua del Santo. Abbiamo notizia, infatti, che nel corso degli anni si siano succeduti diversi simulacri del Patrono, forse a causa delle tipiche corse tradizionali, che ne hanno causato la distruzione durante le annuali processioni del 3 Maggio.
In un documento del 1679 si parla di una scultura di S. Alessandro e della cassetta delle reliquie. Nell’inventario del 1745 è elencata anche una effige di S. Alessandro, sostituita da una nuova , come riporta il Giunta.
Nel 1907 il Nicotra scrive di una figura “del santo, che vestito in abiti pontificali, seduto su un seggiolone, è in atto di benedire il popolo. A piè della statua, che è in grandezza naturale, sta la piccola statua di S.Teodulo, che nel martirio, fu compagno volontario al santo patrono e le reliquie di esso”.
Questa figura di gesso, come riportano Licata-Orofino, sarebbe ruzzolata per terra andando in frantumi, in seguito ad una rissa dei giovani portatori, che volevano deviare secondo il loro capriccio il percorso della “via dei Santi”.
Un testimone ci ha riferito invece che dal 1935 sarebbero esistite nella chiesa due statue del Patrono: l’attuale, che era esposta nella nicchia sopra l’altare; e la vecchia, che era portata in processione e che sarebbe caduta a terra, frantumandosi, nella stessa chiesa durante la preparazione per la processione del 1937.
Sarebbe rimasta così l’attuale scultura lignea del 1935, la quale nel 2002 fu ridipinta dal parroco don Giuseppe Bonfirraro, Gaetano Vicari, (autore di questa Guida) e Gaetano Orofino, che rifece alcune dita di una mano.
Questa effige ogni anno il 3 Maggio viene portata in processione con due composizioni di spighe di grano applicate alla spalliera del seggio e con la cassetta delle reliquie, che l’inventario del 1745 così descrive: “Una cassetta di legname indorata d’oro con varie reliquie di S. Alessandro… in due vasi di argento con sua autentica ed attestato (Le reliquie di S. Alessandro si ebbero ad opera del principe Barrese). Item una cassettina di legname coperto di carta di pittura rosa con seta rossa e sigillata di cera di Spagna ove si ritrova parte del corpo di S. Vitale e parte delle gambe di S. Celestina Martire. Item una reliquia di S. Rosalia Panormitana con sua autentica. Item diverse reliquie senza autentica di diversi santi”.
L’attuale cassetta reca inserito nella stoffa, che ne riveste l’interno. il seguente documento: “La benedizione di S. Alessandro scenda sulla famiglia di Onofriuccio Ligotti per la donazione dell’urna per le reliquie di S. Alessandro. - 28 Aprile 1951.- Sac. Giovanni Faraci.”
Del patrono S. Alessandro esiste nella chiesa anche un grande dipinto di Francesco Vaccaro, attualmente appeso entrando a sinistra sopra il confessionale, al posto del S. Isidoro Agricola di Pietro d’Asaro . Vito Librando ed Annamaria Ficarra scrivono tra l’altro nel 1991: “Lo schema compositivo del Santo benedicente in trono si ricollega ad un modello iconografico molto diffuso in Sicilia…Nella scritta risulta solo il nome di Francesco…Da tener presente che il dipinto appare deteriorato nella parte in cui si trova la scritta, e che la tela è stata ridotta nei lati lunghi:
causando la scomparsa dell’anno, 1859 (Vicari ci ha confermato di averlo
letto nella scritta).”
Ai piedi del Santo, a sinistra, un angelo sostiene un libro aperto nella cui pagina sinistra è scritto: IS CONSTITUIT UT TANTUMODO PANIS ET VINUM IN MI/STERIO OFFERETUR…VINUM AUTEM AQUA MISCERI JUSSIT:, mentre nella pagina destra si legge: ET IN CANONE MISSAE ADDIDIT…QUI PRIDIE QUAM PATERETUR.
(Alessandro I (Roma, 80 – 3 Maggio 115), eletto papa a meno di trent’anni, secondo la tradizione fu decapitato a Roma il 3 Maggio.)
Il parroco Giunta scrive che questa “è certo tra le più antiche chiese di Barrafranca, poiché dall’Arch. Parr. si rileva che nel 1598 vi si seppellivano i defunti”. (A. Scarpulla ipotizza che ai tempi dei Normanni sia stata l’antica Chiesa Madre del paese).
Dopo il terremoto del 1693, la chiesa fu riedificata insieme all’attuale campanile ( per A. Scarpulla un antico minareto arabo), la cui balconata in ferro risale al 1840. Scrive il Giunta: “…un documento di quest’Archivio Parr. in data 2 Ottobre 1699 ci riferisce come a causa dell’anzidetto tremuoto sia andata in rovina la chiesa del Patrono S. Alessandro.
Lo stesso documento ci rende noto come in quella occasione l’immagine di rilievo (una statua?) di Maria S.S. della Stella sia stata ricoverata nell’antica Chiesa Madre.
La chiesa venne rifabbricata…e si terminava nel 1699. Ribenedetta la nuova chiesa, l’immagine di Maria S.S. fu riportata processionalmente nella nuova dimora…”
Il Giunta ancora ci riferisce tra l’altro che nel 1707 venne aumentata di nuove fabbriche, (forse a completamento della sua ricostruzione dopo il terremoto) e che nel 1948 per sopperire alle spese del Governo Rivoluzionario la chiesa donò un calice d’argento con patena indorata e un paio di pendenti.
Tutte le fonti e tutti i documenti sono concordi nell’affermare che gli
stucchi della navata centrale e della parte absidale della chiesa siano del Signorelli, che li eseguì nel 1858. Nei due archi trionfali della volta il Signorelli rappresentò ed onorò il Patrono e la Compatrona: nel primo si scorgono i simboli del papato con la seguente scritta su un libro aperto: QUI PRIDIE QUAM PATERETUR; nel secondo su un grande cartiglio azzurro si legge: PROTECTIO NOSTRA MARIA TU ES.
Quasi sicuramente in tale data la chiesa doveva essere ancora ad una sola navata, e non come affermano i sac, Giuliana e Zafarana, che sia stata ingrandita a croce latina sul finire del 700.
Non sappiamo da dove abbiano attinto la notizia, ma a noi ciò sembra improbabile, altrimenti il Signorelli, che, come abbiamo detto, lavorò nella chiesa nel 1858, avrebbe ornato di stucchi anche il transetto.

La chiesa, secondo noi, fu ampliata, successivamente ai lavori del Signorelli, con l’aggiunta del transetto prima, e delle navate laterali dopo.
Ciò si può dedurre osservando attentamente gli stucchi che presentano difformità di esecuzione: quelli del transetto, meno raffinati, furono modellati forse da Giuseppe Fantauzzo su imitazione degli stucchi della navata centrale, opera, come abbiamo detto, del suo maestro, il Signorelli; mentre quelli delle navate laterali, di stile completamente diverso, furono eseguiti, subito dopo la costruzione di dette navate, verso i primi del 900’ da Carmelo Fantauzzo e Antonino Musolino.
Verso le fine degli anni ’50 furono ripristinati dal geom. S. Licata i portali degli ingressi laterali.
Negli anni sessanta la chiesa manifestò dei cedimenti nelle colonne degli archi ed ebbe bisogno di un pronto intervento: i lavori di consolidamento delle basi delle colonne iniziati nel 1968, furono completati nel 1972 (Anni prima Santo Scarpulla aveva ristrutturato i soffitti e gli stucchi). Nel frattempo Giuseppe Puzzanghera eseguiva il ritocco, la riparazione e il rifacimento degli stucchi, coprendone alcuni con lamine di oro zecchino: l’opera di ripristino del Puzzanghera fu completata nel 1974, dopo che la chiesa venne riaperta al culto dei fedeli (12 agosto 1973).
Dopo aver presentato tutte le nuove notizie, riguardanti la chiesa durante gli anni antecedenti al 1984, prima di proseguire questo nostro lavoro, riteniamo opportuno elencare i parroci che si sono succeduti nella
Parrocchia, precisando che tutte le opere eseguite nella chiesa nel tempo del loro operato apostolico sono dovute al loro impegno ed al loro interessamento:
don Giovanni Faraci (28/05/1944-29/10/1960), don Giuseppe Zafarana (30/10/1960-06/09/1987) e don Giuseppe Bonfirraro (07/09/1987-16/12/2009); a causa dell’impedimento di quest’ultimo per motivi di salute, il 1 Agosto 2004 fu nominato Amministratore Parrocchiale don Alessandro Geraci (parroco dal 17/12/2009 al 12/12/2014, data delle sue dimissioni). Dal 13/12/2014 è parroco don Lino Giuliana di Butera.
Dopo la prima stabilizzazione sopra descritta, la chiesa ha subito nuovi interventi di potenziamento e di restauro esterno da parte della Sovrintendenza alle Belle Arti di Enna.
Ricordiamo, tra l’altro il rinforzamento esterno dell’abside e la pulitura delle sue pietre intagliate dal 1990 al 1991.
Nel 1995 un restauro mise in evidenza la struttura in pietra del Campanile, rendendone visibile lo stato originario. A causa del distacco di alcune tessere di coccio smaltato dalla sua cupola, fortunatamente cadute sopra il tetto, nel 2003 si provvide alla sostituzione delle tessere mancanti.

Ultimamente l'Ufficio Nazionale per i Beni Culturali e Ecclesiastici della Conferenza Episcopale Italiana, Diocesi di Piazza Armerina ha eseguito i lavori di restauro della facciata, finanziati con il contributo dell'otto per mille ala Chiesa Cattolica Italiana. I lavori, di cui l'architetto Tiziana Crocco è stato progettista e direttore e il geometra Ivan Bruno direttore tecnico, sono iniziati il 4 Ottobre 2016 e ultimati il 2 Aprile 2017.

Nel 2009 A. Strazzanti rimise a nuovo il grande portone principale di legno con i simboli dorati del Patrono e della Compatrona. 

Questo portone, risalente a quando la chiesa fu ricostruita dopo il terremoto, all’interno in alto ha incisa la seguente scritta: M-PH.S-LA PERGOLA F- AN-1699-IN D 8.
Entrando, a destra del nartece (rinfrescato nel 2011 da Paolo Russo e Fabio Patti) era appeso un grande dipinto circondato da una larga cornice barocca, molto rovinato, recuperato alla visione dei fedeli dai magazzini della chiesa.
La tela rappresenta S. Eligio Vescovo, patrono dei fabbri, come si legge in basso: SA(N)TUS (E)LIGIUS 66 (il 660 è l’anno della morte del Santo).
L’opera è stata tolta dopo il rinnovo del nartece nel 2011.
Sempre a destra l’acquasantiera di marmo del 1965, è stata sostituita con un’altra in pietra scolpita, appartenente alla vicina chiesa del Purgatorio, diroccata nel 1956 e trasformata in oratorio. L’acquasantiera, che si trovava nel cortile dell’oratorio, negli anni novanta fu trasportata in questa chiesa.
L’interno della chiesa è protetto da una bussola di legno, ordinata dal parroco don Giuseppe Bonfirraro nel 1988 ad una ditta di Genova, con al centro in basso due grandi vetrate rappresentanti l’Angelo Gabriele e l’Annunciata; in alto altre due vetrate più piccole con altrettante stelle, simbolo della Compatrona.
Nella navata laterale destra (rinnovata nel 2010 da Paolo Russo e Fabio Patti) accanto all’altare di S. Isidoro Agricola, è appeso un grande dipinto, anch’esso preso dai magazzini della chiesa.
Nell’inventario dei beni di questa chiesa del 1745 leggiamo tra l’altro: altare di S. Antonio, con statua di cartapesta; altare di S. Nicolò, con immagine di pittura; altare di S. Francesco di Paola, con statua di legname; altare dello Spirito Santo, con quadro di pittura antico; una statuetta di legname di S. Rosalia e i quadri di S. Biagio e S. Apollonia…

La tela in questione potrebbe rappresentare un’opera di questo inventario,forse S. Biagio vescovo e medico, che cura la salute del corpo degli ammalati distesi al suoi piedi (i piccoli draghi volanti rappresentano forse il male che fugge dagli infermi). S. Biagio visse tra il III e il IV sec. a Sebaste in Armenia (Asia Minore). Il dipinto probabilmente dei primi del 700, è stato incorniciato recentemente nel 1997.
Al posto del quadro di S. Lucia, si trova la pala del S. Isidoro Agricola di
Pietro d’Asaro, restaurata nel 1970 dalla Soprintendenza alle Gallerie ed alle Opere d’Arte della Sicilia con sede a Palermo, e incorniciata nel 1997. Il restauro non ha reso più visibile la scritta al piedi del quadro, riportata dal parroco Giunta nel suo libro e vista a suo tempo più volte da noi: INFELIX MONUCULUS RACALMUTENSIS DISCIPULUS PALADINI FECIT.
Il Nicotra erroneamente attribuisce quest’opera al Paladini.
Il Santo (Madrid 1080 – 1130) è rappresentato durante uno dei suoi miracoli, quando gli Angeli aravano per lui, lasciandogli il tempo di pregare.
Sotto il dipinto è collocato uno dei due altari lignei trovati nel sotterraneo della chiesa, provenienti forse dalla chiesa del Purgatorio e reintegrati e dipinti nel 1998 da Giuseppe Puzzanghera
L’altare, impreziosito nella parte centrale dalla piccola tela della Cena di Emmaus eseguita nel 1999 dal parroco don Giuseppe Bonfirraro, in alto sostiene la statua di S. Luigi, pregevole opera in cartapesta di Giuseppe Fantauzzo, ridipinta nel 1987 dal pronipote Giuseppe Vicari (Vigi).
(Il passo evangelico della Cena in Emmaus Luca ( 24,35-48) è forse la più poetica delle testimonianze sulla Resurrezione di Cristo. Due discepoli si dirigevano alla volta di Emmaus ed ebbero la gioia di incontrare il Risorto. Gioia che assaporarono solo nel momento in cui il Viandante e Sconosciuto uomo che li accompagna lungo il viaggio, invitato a rimanere con loro, accetta l'invito e poi si fa riconoscere nello spezzare il pane.
S Luigi (1568 – Roma 1591) fu un santo gesuita, che durante un’epidemia di peste, trasportando sulle spalle un appestato, rimase contagiato e morì a soli 23 anni.)
Il secondo arco cieco del transetto destro, prima vuoto, attualmente contiene in basso uno dei due confessionali in legno, ordinati nel 1988 alla stessa ditta di Genova della bussola. Sopra è appeso il dipinto di S. Lucia di Emanuele Catanese, un pittore che operò in Sicilia intorno alla metà dell’800, specialmente a San Cataldo. Il Giunta attribuisce quest’opera al Vaccaro.
Sotto la nicchia, contenente la statua di S. Agnese, ridipinta nel 2005 da Lina Arena, fu costruito, nello stesso anno, un nuovo altare in marmo, che richiama lo stile di quello di fronte, dedicato a S. Lucia.
Nella cappella del S.S. Sacramento del braccio destro del transetto, in alto, nel 2000 fu inserita una vetrata, realizzata dalla ditta Roberto Salamone di Barrafranca, rappresentante il Sacro Cuore.
L’arco cieco, a sinistra dell’altare del Santissimo, dopo la chiusura di una porta nel 1999, è utilizzato a cappella, che attualmente contiene l’antica statua di cartapesta del Cristo nell’urna, trasformato in Crocefisso e riparata e ridipinto da Rosetta Vitale nel 2007.
Saliamo sul presbiterio attraverso una gradinata ovale aggiunta nel 2001.
Qui la Mensa postconciliare di marmo, con archi e colonnine, fu sostituita nel 2000 con un’altra lignea, pregevole, proveniente dal vicino monastero di S. Benedetto e ristrutturata e dipinta da Giuseppe Puzzanghera. Il Puzzanghera rinnovò anche l’ambone e ricostruì ex novo, sempre in legno, il fonte battesimale.
L’antica Mensa postconciliare presenta nella sua struttura anteriore tre nicchie riempite nel 2002 dalle statuette lignee della Madonna col Bambino al centro, di S. Pietro a sinistra, e S. Paolo a destra. La nicchia del Fonte Battesimale contiene la statuetta di S. Giovanni Battista, mentre quella dell’ambone, il Cristo predicatore.
(Pietro (Betsaida, 1 ? – Roma, circa 67) fu uno dei dodici apostoli di Gesù; è considerato dalla Chiesa cattolica il primo Papa.
Paolo (o Saulo) di Tarso, più noto come san Paolo (Tarso, 5-10 – Roma, 64-67), è stato l'«apostolo dei Gentili», ovvero il principale (sebbene non il primo) missionario del Vangelo di Gesù tra i pagani greci e romani.
A Roma Pietro e Paolo sono stati venerati insieme come colonne della Chiesa, e per questo le Chiese, soprattutto in Oriente, hanno da sempre tributato grande onore alla Chiesa romana, poiché, unica nel mondo, fu fondata dalla predicazione di due Apostoli, non già per un primato pietrino - alquanto dubbio - introdotto soltanto in modo surrettizio in epoca molto più tarda.)
Sulla parete destra e sinistra del presbiterio i quattro riquadri contengono altrettanti dipinti, di varie epoche, probabilmente del 700 e dell’800: in alto a destra notiamo la riproduzione di parte della grande tela della Madonna della Mercede, che attualmente si trova nella chiesa Madre; in basso, il dipinto della Madonna del Carmelo con la scritta: PER DIVOZIONE DELLA RIALE MAESTRANZA. ANNO 1821. Sulla parete sinistra in alto è appeso il quadro dell’Addolorata; sotto, la tela della Madonna del Rosario, con una cornice barocca di stile diverso da quello degli altri quadri.
L’Altare Maggiore dell’ottocento, che mostra in basso un piccolo bassorilievo ovale in marmo di Maria S.S. della Stella, è stato consolidato nel 2010 da Luciano Bonfirraro. In alto, ai lati delle colonne, notiamo due angeli in gesso, che sostengono altrettanti candelabri a tre bracci. (Le statue provengono dal vicino Monastero di S. Benedetto).
Sulla parete dell’abside nel 1998 furono scoperti due grandi affreschi della “SPES” e della “FIDES”, rappresentate da due figure di donna tra vari decori, fregi ed arabeschi, la prima con l’ancora, l’altra con il calice e la croce.
Questi affreschi dalla narrazione ampia e solenne, testimoniano la validità e la perizia dell’autore che sa rappresentare le Virtù Teologali, con una monumentalità, che deriva dal plasticismo rinascimentale, semplificata da una esecuzione pittorica piena di freschezza. Peccato che l’intonaco è in molte parti staccato e il colore di conseguenza perduto!
La scoperta degli affreschi pone alla nostra attenzione diverse considerazioni: ci chiediamo se il ciclo di pitture murali abbia decorato solo l’abside, oppure tutte le pareti della chiesa; se gli affreschi siano stati eseguiti prima del terremoto del 1693, da cui si sarebbe salvata forse parte della chiesa compresa l’abside, oppure dopo la ricostruzione del 1699.
A queste domande non abbiamo risposte certe, anche perché nessun documento e nessuna pubblicazione fanno cenno agli affreschi, coperti definitivamente nel 1858 dagli stucchi del Signorelli.

Nel 2000 furono tolti dall'interno del tempietto sopra l'Altare Maggiore due pannelli di legno scorrevoli, non più utilizzati e sempre aperti. Questi pannelli dovevano servire anticamente a nascondere il dipinto di Maria S.S. della Stella, a imitazione di quanto avviene a Militello. 

In questa cittadina la statua di Maria S. S. della Stella, per tutto l'anno nascosta, tranne il mese di Maggio, viene svelata ai fedeli il 7 settembre e dopo dieci giorni viene nascosta e chiusa nella sua cappella il 16 dello stesso mese, a conclusione dei festeggiamenti. Questi hanno inizio il 29 Agosto con la novena di preparazione e con la processione di un piccolo quadro del volto della Madonna.
Da noi, a Barrafranca, attualmente abbiamo la quindicina di preparazione alla festa della Compatrona, che si conclude l'otto settembre, mentre il dipinto resta esposto e visibile tutto l'anno.
Non abbiamo notizia, né abbiamo trovato alcun documento che il dipinto di Maria S.S. della Stella anticamente fosse nascosto durante qualche periodo dell'anno. I pannelli, di cui prima abbiamo parlato, dimostrerebbero il contrario e forse deriverebbe da ciò il racconto dei "sette veli" appesi davanti al dipinto della Madonna.

Ai piedi dell’Altare Maggiore troneggia infine un’elegante ed argentea Sedia Presidenziale, ripristinata nel 1995 da Angelo Tambè e nel 2011 da Paolo Russo, con lamine d’oro e d’argento.

Nel 2011 Paolo Russo, Maurizio Russo e Fabio Patti hanno rinnovato tutti gli stucchi del presbiterio e dell’abside (compreso il tempietto sopra l’Altare Maggiore), del transetto destro e della nicchia di S.Agnese.
Scendendo nel transetto sinistro, notiamo la cappella del “Cristo Morto nell’urna” completamente rinnovata.
L’urna, che un ripristino del 1996, da parte di una ditta di Verona ha reso tutta aurea, contiene una nuova statua lignea del Cristo Morto, ritirata nel 1993 da una ditta di Parma. L'urna originaria di colore avorio con fregi e decori in oro era stata donata alla chiesa nel 1958 dalla sig.ra Alfonsina Scalia in Crapanzano.
Alle pareti laterali della cappella spiccano due bassorilievi in pietra con i simboli della passione, realizzati nel 1999 dalla ditta Calabrese di Barrafranca. L’urna lignea è completata con l’aggiunta dell’angioletto centrale nel 2001 (sostituito nel 2012 dal vecchio angelo di cartapesta restaurato da Salvatore Costa) e gradualmente di altri quattro angioletti laterali nel 2002, tutti in legno dorato.
Questa cappella è una delle più alte espressioni artistiche del parroco don Giuseppe Bonfirraro, grande artista scomparso nel 2009, il quale ha voluto rappresentare la Resurrezione che vince la Morte e completa la Vita.
L’urna, posta su una mensa di marmo, è immersa in una grande luce, preannuncio della Risurrezione, simboleggiata dalla lastra di alabastro luminosa, che campeggia al centro.
In questo capolavoro il Bonfirraro ha voluto conciliare i termini strutturali con quelli pittorici, che sono evidenziati dal trattamento levigato e nitido delle superfici, la cui posizione equilibrata viene modellata, dipinta e soprattutto inondata dall’uso sapiente della luce, che rappresenta il principale e il più importante elemento compositivo della struttura.
Sempre nel transetto sinistro, sopra l’altare di S. Alessandro (transetto e altare rinnovati nel Marzo 2010 da Alessandro Salamone e Alessandro Gulino) notiamo un’altra vetrata del 2000, realizzata dalla ditta Roberto Salamone di Barrafranca.
Passando alla navata di sinistra, ripristinata con l’altare di S, Lucia nel 2009 sempre da A. Salamone ed A. Gulino, dopo l’altro confessionale ordinato alla ditta di Genova nel 1988 con sopra il quadro di S. Alessandro, arriviamo al primo altare.
Per amor di cronaca vogliamo riferire che nel citato inventario del 1745 risultava in questa chiesa un altare di S. Lucia con “quadro di pittura con cornice di legname bianca”, di cui non abbiamo notizia.
Anche il primo altare della navata di sinistra, come l’altro di fronte, fu recuperato dal sotterraneo, (la cui apertura di accesso si trova nei pressi sul pavimento), ed fu ristrutturato nel 1998 da Giuseppe Puzzanghera, autore del piccolo dipinto centrale di “Gesù e i fanciulli”.
(Il principale brano evangelico che tratta di “Gesù e i fanciulli” è quello di Marco,10:13-14: “Allora, gli furono presentati dei fanciulli, perché li toccasse, ma i discepoli sgridavano coloro che li portavano.
E Gesù, nel vedere ciò, si indignò, e disse loro: «Lasciate che i piccoli fanciulli vengano a me e non glielo impedite, perché di tali è il regno di Dio.”)
Sopra, al posto del quadro di S. Alessandro, è appeso il dipinto della Madonna dei Raggi del Vaccaro, incorniciato nel 1997.
(Il culto della Madonna dei raggi nacque nell’800 in seguito alle apparizioni della Vergine ad una monaca francese, suor Caterina della Figlie della Carità. In una sua apparizione la Madonna invitò la suora a far coniare la famosa Medaglia, che diffondesse la Sua devozione.)
Spostandoci al centro della chiesa, in alto sulla sommità dell’arco di entrata notiamo un medaglione ceruleo con la scritta AVE MARIA, mentre, più in alto, la grande finestra del coro contiene la vetrata dell’Incoronazione di Maria, realizzata nel 2000 sempre dalla ditta Salamone di Barrafranca.
Nel 2011 sono stati rimessi a nuovo gli stucchi delle pareti della navata centrale dai fratelli Paolo e Maurizio Russo, aiutati da Fabio Patti; gli stessi hanno completato i lavori nel 2012 con il rinnovo degli stucchi delle volte della navata centrale e del presbiterio.
Per quanto riguarda gli affreschi sulla volta di questa navata, possiamo affermare che quasi sicuramente possono essere attribuiti a Raimondo Butera, un pittore di San Cataldo che operò intorno alla metà del 1800. Tale affermazione è suffragata dalle affinità e dalle analogie riscontrate con la pala dell’Assunzione della Vergine dello stesso autore nella chiesa Madre di Villarosa.
La chiesa è stata eretta a Parrocchia con bolla del Vescovo mons. Sturzo il 31 Maggio 1939, e funzionante dal 1944.
In seguito al restauro dell’Arca, eseguito da Valentino Faraci nel 2010, abbiamo potuto conoscere in modo certo le dipinture succedutesi nel corso degli anni. “Il colore originario scoperto durante le fasi preliminari di restauro è avorio (tendente al verdino) con fregi ed ornati in oro zecchino 23 Carati e argento vero; nel retro in basso è scritto in nero: A GLORIA DI MARIA DELLA STELLA PATRONA IN BARRAFRANCA ANGELO MINOLDO MAZZARINESE QUESTA BARA TRIONFALE A SPESE DI FRANCESCA BONINCONTRO E DELLA POPOLAZIONE FINITA NEL NOVEMBRE DEL 1849”.
Dopo la “Bara trionfale” fu dipinta di verde e nero marmorizzato con
fregi ed ornati rivestiti con falso oro e porporine; infine la parte anteriore fu verniciata con smalti di colore avorio, ceruleo, falso oro e porporine”.
L’opera è costruita da diverse assi di legno di abete, faggio e tiglio, ornate all’esterno da numerosi intagli floreali (fiori e foglie d’acanto) in legno scolpito.
Nella parte posteriore, in particolare, le colonne, i fregi, le statue, intagliati a bassorilievo, sono di faggio e tiglio.
All’interno nella parte centrale del soffitto si nota un intaglio, rappresentante una colomba circondata da una raggiera.
La parte anteriore esterna è sovrastata da un’altra raggiera, con i raggi che si dipartono da un corpo nuvoloso, il quale circonda una Stella caudata intagliata.
All’apice infine è collocato un uovo tornito, intagliato in basso con motivi fitomorfi.
L’Arca riportata all’originario splendore ( colore avorio tendente al verdino con colonne, fregi, ornati, intagli e raggiere in oro zecchino ed argento vero), è stata esposta ai fedeli con il dipinto della Compatrona il 5 Settembre 2010 e benedetta solennemente la vigilia della Festa (l’otto Settembre) dal vescovo Mons. Michele Pennisi.
Nello stesso anno, durante la Messa solenne dell’”ottava” (l’ottavo giorno dopo la festa, il 15 Settembre) c’è stato il rito del bacio della reliquia, che, come afferma il Nicotra, sarebbe “formata da un capello della S.S. Vergine”.

Questa reliquia, applicata ad uno stendardo con l’immagine di Maria S.S. della Stella, usciva lungo la “via dei Santi” l’otto Settembre, negli anni in cui la festa era meno solenne.
In seguito, quando il dipinto di Maria S.S. della Stella venne portato in processione ogni anno, la reliquia ornò le veste preziosa della “Madonna della Giunta”.
In realtà il piccolo reliquiario rotondo contiene due reliquie: quella di sopra (un pezzettino di stoffa chiara) reca scritto “De vel. B.V.M”; e la
seconda ( un altro pezzettino di stoffa chiara): “S. Joseph”,
Nel 2011 prima della la messa solenne della vigilia è stata iniziata la cerimonia della discesa della teca con il dipinto di Maria S.S. della Stella.
Nello stesso anno, il giorno della festa è uscito per la “via del Santi” il dipinto della Compatrona, accompagnata dalle statue di S. Agnese, S. Lucia, S. Luigi, S. Giovanni Bosco, S. Rita, S. Antonio, S. Francesco e S. Pasquale, secondo l’antica tradizione.
Dopo la messa conclusiva dell’ “ottava”, infine, è stata proposta la funzione del sollevamento e del collocamento della teca con il quadro di Maria S.S. della Stella, nella sua nicchia sopra l’Altare Maggiore.
Dal 2013 il dipinto è portato in processione con la veste e il manto della Madonna coperti da una sagoma su cui è applicato parte dell'oro offerto dai fedeli. Nonostante il parere contrario dell'autore Gaetano Vicari, si è preferito ostentare l'oro e non il dipinto nella sua bellezza originaria; e per di più si è praticato sulla tela un ulteriore buco, oltre a quelli fatti in precedenza per applicare le stelle, le corone, gli orecchini,le collane...! (Durante la processione del 2016 la sagoma con l'oro non è stata applicata).  
Nel 2014 Valentino Faraci ha riparato l'Arca, che dopo il restauro del 2010, aveva bisogno di nuovi interventi.
Per quanto riguarda la festa del Patrono S. Alessandro, nel 2014 la sera della vigilia è stata introdotta l'usanza della raccolta del pane offerto dai vari fornai del paese. Dopo la celebrazione in chiesa del Vespri solenni in onore del Santo Patrono, il pane benedetto è stato distribuito ai fedeli.
Dal 2015 a conclusione della raccolta, avviene la processione della reliquia del Santo, accompagnata dagli sbandieratori, la banda musicale e le majorette.

    Per concludere apprendiamo che prima del 1739 si trovava in questa chiesa un organo come si evince da questo documento:"Il 4 settembre del 1739 a Donato Del Piano, di Napoli, viene ordinato di realizzare, per il convento dei frati minori Osservanti di S. Francesco, di Barrafranca,...un organo nuovo simile a quello da lui fabbricato per la chiesa di S. Alessandro..."