Gaetano Vicari: GUIDA ALLE PRINCIPALI CHIESE DI BARRAFRANCA ed ai loro tesori nascosti CON AGGIORNAMENTI dal 1984 ad oggi-CAPITOLO SECONDO: CHIESA MARIA S.S. DELL'ITRIA CON AGGIORNAMENTI fino a GIUGNO 2018

CAPITOLO SECONDO

CHIESA DELLA MADONNA DELL’ITRIA.

La chiesa ci appare all’improvviso, appena arrivati nella piccola piazza Itria: la sua prospettiva austera e slanciata nello stesso tempo, anche se vi predominano le linee orizzontali, domina lo spazio circostante e quasi sembra riempirlo tutto.
Un portale, severo ed elegante, scolpito nel Seicento, più di trecento anni fa, da uno scalpellino di Pietraperzia, circonda il portone centrale e rappresenta il motivo ispiratore che fu tenuto presente per il rifacimento della facciata.
Il prospetto infatti che noi possiamo ammirare risale ai primi anni dell’Ottocento, forse al 1821, e richiama gli stessi motivi del portale centrale, come abbiamo detto di epoca anteriore, e ne sembra quasi una continuazione naturale. La parte alta con tre archi che fungono da campanile si distacca un po’ dall’insieme, ma dà alla chiesa un tocco gaio e festoso, quasi provinciale e paesano. In alto, per finire, un arco racchiude un orologio elettronico, istallato di recente.
Entriamo in chiesa e guardiamoci intorno: gli stucchi del Fantauzzo la coprono interamente, in un susseguirsi continuo di fiori, piante, angeli, festoni, come se non dovessero finire mai, in un crescendo continuo. Qui Giuseppe Fantauzzo, l’artista barrese di cui abbiamo parlato in occasione della Chiesa Maria S.S. delle Grazie, subisce ancora l’influsso del suo maestro, il Signorelli.
Anche se riveste tutta la volta e le pareti, l’ornato degli stucchi si presenta contenuto e non soverchia e nasconde la struttura architettonica della chiesa, che risulta nitida e chiara.
Dall’insieme degli stucchi possiamo dedurre che forse il Fantauzzo abbia ornato questa chiesa prima di quella di Maria delle Grazie, forse tra 1876 e il 1880.
Alziamo un po’ lo sguardo: in alto, la volta è divisa in cinque parti, che racchiudono ovali con bassorilievi, sempre del Fantauzzo, i quali rappresentano: l’Annunciazione, la Madonna dell’Itria, l’Assunta, San Francesco di Paola e la Nostra Signora del Sacro Cuore di Gesù.
All’epoca del rifacimento della chiesa da parte del Fantauzzo, gli ovali della volta, quasi sicuramente, dovevano raffigurare i santi venerati sugli altari delle pareti: attualmente non c’è più corrispondenza, perché alcune statue o quadri sono stati cambiati di posto o sono diversi.
Guardandola, dopo il ripristino e rinnovo terminati nel 1958, non sembra che debba essere una delle chiese più antiche di Barrafranca, essendo stata costruita quasi quattro secoli fa.
Non sappiamo la data esatta della sua fondazione, ma sicuramente la chiesa doveva esistere prima del lontano 1599, pochi anni dopo che l’antico Convicino diventasse Barrafranca, quando il paese era dominata da quel Fabrizio Branciforti, che con seicento cavalieri sulla marina di Scicli assalì i Turchi e li costrinse a fuggire.
Ora la chiesa è rinnovata: gli altari sono stati rifatti in marmo, alcune statue vecchie sono state sostituite con delle nuove, la facciata è stata dipinta nel 1958, con un colore che non si adatta, a nostro avviso, all’insieme del prospetto.
Venite, vi condurremo a visitare la chiesa e ve la faremo riscoprire. A noi importa che, dopo la nostra descrizione, voi guardiate con altri occhi l’insieme e i particolari della chiesa e gustiate ciò che di bello e di gratificante può derivare dalla contemplazione dell’arte.
La chiesa profonda quasi 35 metri e larga 8, è ad una sola navata.
Entrando, a destra, subito incontriamo la prima tela, il San Rocco dipinto nel 1837 dal Vaccaro, forse da Giuseppe aiutato dal fratello Francesco. Quella dei Vaccaro fu una famiglia di pittori di Caltagirone, la
quale operò principalmente in Sicilia entro tutto l’arco dell’Ottocento.
Il San Rocco è opera dignitosa e seria che rivela il grande mestiere dell’autore. La lieve inclinazione della figura, il morbido gesto del braccio, l’alzarsi del volto e l’obliquo dello sguardo perso lontano, immergono la figura in un’atmosfera quasi rarefatta ove lo spazio fattosi colore, allargandosi in passaggi preziosi di bruni, si cambia in una nuova dimensione, psicologica, annullando nella brevità dello sguardo e, più, annegando nella tonalità bassa dei colori, l’accenno di un movimento.
(S. Rocco, nato a Montpellier e morto a Voghera, visse nella seconda metà del 1300. E’ protettore dei pellegrini, degli appestati, dei contagiati, dei farmacisti e dei becchini. Nella tela del Vaccaro è rappresentato nella sua degenza come appestato, curato da un Angelo e nutrito da un cane).
Dopo un arco cieco vuoto, sempre a destra, troviamo l’altare dell’Assunta con una statua in legno scolpito, opera recente, ordinata negli anni cinquanta a Luigi Santifaller di Ortisei.
La Vergine è circondata in basso da un ammasso di nuvole e di angeli, che invece di accentuarne lo slancio verso l’alto, sembra bloccarlo e contenerlo. Gli stucchi invece che circondano la nicchia, eseguiti negli anni cinquanta, sono opera raffinata e perfetta dell’artista barrese Santo Scarpulla, il quale nel realizzare quest’opera, si ispirò a quelli dell’altare seguente, opera del Fantauzzo.
Il Fantauzzo, quasi sicuramente, dovette fare l’altare dedicato a San Francesco di Paola, nello stesso tempo del rifacimento di tutta la Chiesa: ora la nicchia accoglie una statua del Sacro Cuore, anche questa in legno scolpito, ordinata a Luigi Santifaller di Ortisei nel 1950.
In alto, sempre in questo altare con una simbologia elegante, sono raffigurate le tre virtù teologali: Fede, Carità e Speranza. Lo stesso motivo sarà ripreso, però questa volta in modo più appariscente, nel tempietto sopra l’Altare Maggiore.
Al di là della balaustrata, nel lato destro del presbiterio si trova un quadro di vaste proporzioni, raffigurante il battesimo di Gesù, opera datata 1975 del pittore Giuseppe Puzzanghera, un artista ancora vivente ed operante nel nostro paese.
(Il Battesimo di Gesù nel Cristianesimo si riferisce al battesimo ricevuto da Gesù da parte di Giovanni Battista, così come raccontato nel Vangelo secondo Marco (1,9-11), nel Vangelo secondo Matteo (3,13-17) e nel Vangelo secondo Luca (3,21-22). L'evento è ricordato come il primo dei misteri della luce di cui è composto il rosario. La festa del Battesimo di Gesù viene celebrata dalla Chiesa cattolica nella domenica che cade dal 7 al 13 gennaio).
L’Altare Maggiore, rifatto in marmo nel 1954 da Santo Scarpulla, è sormontato da una semicupola, sorretta da otto colonne, quattro per ogni lato. In alto, due statue rappresentanti la Fede e la Speranza; al centro il simbolo della Carità. Ai lati delle colonne sono poste due statue di Angeli, opere pregevoli di Santo Scarpulla del 1954.
La nicchia dell’Altare Maggiore racchiude la statua lignea della Nostra Signora del Sacro Cuore di Gesù, eseguita nel 1879 senza pretese, e ritirata dai frati minori per la loro chiesa dalla casa Daniel di Parigi. In seguito, non sappiamo il motivo, passò alla chiesa dell’Itria.
Continuando la nostra visita immaginaria della chiesa, esaminiamo ora la parete di sinistra. In fondo troviamo l’altare in marmo del Crocefisso, con una statua antica, in legno scolpito, forse ottocentesca.
L’altare accanto, dedicato al Cuore di Maria, di cui si può ammirare una statua in legno, recente, firmata alla base "LUIGI SANTIFALLER Ortisei Bolzano" , è stato eseguito da un artista barrese Arcangelo Scarpulla, fratello minore di Santo.
L’insieme della realizzazione risulta di tono minore e rivela un artista, anche se pur dotato, di livello inferiore a quello del fratello Santo.
(Quella del Cuore Immacolato di Maria è una devozione cattolica, la cui memoria liturgica fu estesa a tutta la Chiesa da Papa XII nel 1944, in ricordo della Consacrazione del mondo al Cuore Immacolato di Maria, da lui fatta nel 1942).
Ed eccoci di fronte al quadro più bello della chiesa, la grande tela dell’Annunciazione, opera attribuita dal dott. Ligotti a Mattia Preti e decisamente non al Dorè, come afferma il Nicotra, facendo dipingere il quadro ad un pittore nato dopo l’esecuzione dell’opera.
Abbiamo notizia che Mattia Preti, un artista del seicento originario di Taverna, un paese in provincia di Catanzaro, nel 1661 si sia stabilito a Malta. Probabilmente durante uno dei suoi viaggi, uno ne fece nel 1672, in occasione della morte del fratello Gregorio, fermandosi a Barrafranca, abbia dipinto il quadro, oppure ne abbia avuto la commissione. Il dipinto, quindi, potrebbe essere stato eseguito nell’arco di tempo che va dal 1661 al 1699, anno della morte del Preti. Volendo precisare meglio, abbiamo notizia che il principe C. Maria Carafa, il quale ebbe il Marchesato di Barrafranca dal 1680 al 1695, commissionò al Preti varie opere, tra cui molto probabilmente questa dell’Annunciazione.
L’opera nel suo insieme esprime un linguaggio barocco, in cui la drammatica suggestione delle immagini e l’inquietante atmosfera delle azioni, condensano il messaggio della corrente realistico-barocca, che tanta fortuna ebbe a Napoli.
La figura della Vergine è tutta piegata in una mossa ritrosa, sì da sembrare appena posata a terra; e l’espressione del volto bellissimo accentua quella ritrosia unita ad una dolorosa rassegnazione. Non meno idealmente sentita la figura dell’angelo, dolcissimo nel gesto, ed al tempo stesso solenne.
Il dipinto è ricco di sentimento profondo, di vita nell’espressione delle figure ma, a nostro avviso, confortati anche dall’illustre parere di uno studioso canadese, non è tutto eseguito di mano di Mattia Preti, poiché vi è manifesto l’intervento di qualche aiuto.
La composizione è perfetta e il disegno anche; dobbiamo quindi ritenere che il disegno sia di mano del Preti, ma che l’esecuzione pittorica sia dovuta anche a dei discepoli, che in certe parti del quadro ignorano la trasparenza e le preziosità del colore del maestro, ne attenuano la luce e rendono sordi i colori, e più gravi le forme.
La tela risultava un po’ rovinata e in alcune parti addirittura strappata, e nel 1982 è stata restaurata presso l’Istituto del Restauro di Palermo.
Il primo quadro che incontriamo, entrando a sinistra, rappresenta la Madonna dell’Itria, l’opera più antica, forse nata insieme alla chiesa o immediatamente dopo. Nel quadro è raccontata la storia della Madonna dell’Itria, così come la vuole la leggenda e la narra la tradizione. Questa Madonna fu trovata dentro una cassa galleggiante in mezzo al mare e tratta in salvo da due frati, che ne iniziarono la venerazione.
Itria infatti si fa derivare dal greco e viene a corrispondere a “guida della giusta via delle acque”.
L’artista, purtroppo a noi sconosciuto, nel dipingere quest’opera, pur assimilando gli influssi dei pittori del suo tempo, giunge ad una creazione originale in cui il suo squisito gusto per il colore e la risoluta predilezione per i tono smorzati, si manifestano con la maggiore sapienza. L’insieme della composizione è di una certa grandiosità, mentre il volto della Madonna rivela una pensosità severa.
L’acquasantiera di sinistra, in marmo è del 1651: pensate, per più di tre secoli generazioni e generazioni vi hanno intinto le dita per segnarsi prima di entrare o di uscire dalla chiesa!
Nel corso dei suoi quattro secoli, la chiesa ha subito vari cambiamenti, rifacimenti, aggiunte , modifiche: abbiamo notizia che nel 1821 il muro di prospetto era talmente diroccato, che per lavorare si portava il Santissimo Sacramento nella sacrestia.

Verso il 1956, quando fu rifatto il pavimento con lastre di marmo, durante i lavori, sotto il vecchio impiantito fu scoperto un corridoio sotterraneo che serviva per il seppellimento dei cadaveri. Vi si accedeva mediante due scale: una principale vicino al portone d’ingresso della chiesa; l’altra, secondaria sotto l’altare dell’Assunta.
Attualmente completano l’arredo della chiesa: una Via Crucis di Luigi Santifaller del 1962 e dei lampadari in legno scolpito del 1960.
La chiesa fu elevata a parrocchia con bolla del Vescovo mons. Sturzo il 2 aprile 1936, ma funzionante dal 1947.
Vogliamo concludere con una curiosità narrataci nel suo libro dal parroco Giunta: nel 1761 si usava in questa chiesa vestire un bambino povero a capodanno in onore di Gesù Bambino, “ma s’inibiva al sacerdote che lo guidava di non portare cotta e stola”. Il Giunta ci dice che questa usanza veniva ancora praticata nel tempo in cui scriveva il suo libro, cioè nel 1928.
Oggi purtroppo questa tradizione si è estinta.

Dato alle stampe nel mese di Settembre 1984

AGGIORNAMENTI

PARROCCHIA MARIA S.S. DELL’ITRIA

Il parroco Giunta ci riferisce che “il primo defunto che troviamo seppellito in questa chiesa è del 1618”
La data, invece, del 1651 troviamo incisa alla base dell’acquasantiera di sinistra insieme alla seguente iscrizione: IERONIMUS DE PATTI FECIT P. SPESA SUA 1651.
L’attribuzione a Mattia Preti (1613-1699) della pala dell’Annunciazione rimane una questione ancora aperta, perché alcuni, tra cui Vito Librando e Annamaria Ficarra, che videro l’opera nel 1991 in occasione della preparazione del Catalogo della mostra dei fratelli Vaccaro a Caltagirone, negano che il dipinto sia del Preti.
Di parere contrario sono altri, come il dott. Angelo Ligotti, il quale non aveva dubbi nell’attribuire il dipinto a Mattia Preti.
Resta fondamentale, secondo noi, la testimonianza dello studioso d’arte di Ottawa, il quale, a detta del parroco don Liborio Tambè, verso i primi degli anni ottanta, venuto apposta nella chiesa per vedere questa Annunciazione citata in un suo libro d’arte, si soffermò per circa tre ore a studiare la pala ed a prendere appunti. Alla fine riferì al Parroco che riteneva le figure della Vergine e dell’Angelo di mano di Mattia Preti, mentre scorgeva nel resto del quadro l’intervento di aiuti e di allievi.
Per approfondire l’argomento, abbiamo studiato ed esaminato l’opera pittorica di Mattia Preti. In certi suoi dipinti abbiamo trovato delle analogie con alcuni personaggi di questa tela dell’Annunciazione, per quanto riguarda gli atteggiamenti, i gesti, il disegno, il modo di dipingere, l’uso dei colori e principalmente l’atmosfera dell’insieme; in particolare nel “Cristo in gloria e Santi”, per la figura della Vergine, e nel “San Paolo degli eremiti”e nel “San Giorgio e il drago”, per quella dell’Angelo.
(Pubblichiamo le immagini, perché ognuno possa fare il confronto, e trarre le dovute deduzioni: a noi queste somiglianze sembrano un’ulteriore conferma dell’attribuzione dell’ Annunciazione della chiesa dell’Itria di Barrafranca a Mattia Preti).
Sicuramente il dipinto è anteriore al 1745, perché lo troviamo citato nell’inventario dei beni della chiesa dello stesso anno (“’altare di Sta. Maria della Nunciata con un quadro di Sa. Sig.a è nel medesmo altri immagini con sua cornice di legname indorata…”). Non può essere attribuito al Dorè (1832-1883), come anacronisticamente afferma il Nicotra
Nello stesso inventario si parla tra l’altro dell’altare di S. Silvestro e S. Stefano con un quadro; e, nella sacrestia, di “una testa di San Paolo con sua veste ed ossatura di legname”.
(L'Annunciazione è l'annuncio del concepimento verginale e della nascita verginale di Gesù che viene fatto a sua madre Maria (per il Vangelo secondo Luca) e a suo padre Giuseppe (per il Vangelo secondo Matteo) dall'arcangelo Gabriele).
Il sac. Giunta riferisce che un altro dipinto della chiesa, il San Rocco dei fratelli Vaccaro, fu offerto nel 1837 dal dott. D. Antonio Geraci, forse lo stesso “Giudice supplente” del nostro paese, citato nel libro su Barrafranca di Licata –Orofino.

A proposito di questo quadro Librando-Ficarra hanno scritto tra l’altro nel 1991: “Un massiccio confessionale non ha consentito di ispezionare la parte inferiore della tela per appurare se il Giunta abbia tratto i dati dal dipinto o da documento scritto. Vicari nota la prevalenza della mano di Giuseppe”.
In alto a sinistra sono dipinti due putti, che recano in mano un cartiglio con la scritta: ESTO IN PESTE PATRONUS.
Fino al 26 Agosto 1879 la nicchia dell’Altare Maggiore racchiudeva una statua “di N.a Sig.a con suo Bambino fabbricata di legname…” (come è descritta nell’inventario del 1745) (la statua della Madonna dell'Itria di cui parla il parroco Giunta?), sostituita nello stesso anno con l’attuale della Nostra Signora del Sacro Cuore di Gesù.
(La vecchia statua della Madonna con Bambino, dopo essere stata riposta per diversi anni nel piccolo ambiente dietro l’altare Maggiore, sarebbe forse passata presso la chiesa di S. Francesco? Attualmente presso il convento di S. Francesco si trova una statua lignea della Madonna con il Bambino).

Dietro l’Altare Maggiore sarebbe stata conservata anche una statua sempre in legno di San Francesco di Paola, andata perduta. ( Il dott. Ligotti sosteneva che questa statua si trovava sull’Altare Maggiore fino al primo ventennio del 900).
In onore della Nostra Signora, il Fantauzzo, quando rivestì di stucchi la chiesa, ornò la sommità dell’arco trionfale con un fregio contenente il Sacro Cuor e sostenuto da due Angeli, dai quali si dipartono due nastri con a sinistra la scritta: NOSTRA DOMINA, ora pro nobis; e a destra: A SACRO CORDE JESUS, 100 dies ind. Pius IX.
(Il culto della Nostra Signora del Sacro Cuore, nacque in Francia nel 1857 nella Congregazione dei Missionari del Sacro Cuore. L’immagine attuale si ebbe per desiderio di Pio IX nel 1874.
Francesco da Paola (Paola, 27 marzo 1416 – Tours, 2 aprile 1507) è stato un religioso italiano, proclamato santo da papa Leone X nel 1519. Eremita, è il fondatore dell'Ordine dei Minimi. Attualmente, parte delle sue reliquie si trovano presso il Santuario di San Francesco di Paola, meta di pellegrini, provenienti da tutto il mondo).
Gli anni cinquanta furono tutti un fervore di lavori nella chiesa.
La notte del 15 Agosto 1951 un piccolo incendio, causato da una candela lasciata accesa, fece sciogliere la statua in cera della Madonna morta, comunemente chiamata “La Buona Morte” e ridusse in cenere l’artistica urna lignea che la conteneva.
Si decise di costruire un nuovo altare dell’Assunta, questa volta con la statua della Vergine assunta in cielo. A tal uopo si chiuse la porta laterale destra e si scavò nella parete una nicchia, la cui sporgenza è visibile anche dall’esterno, per contenere la statua.
I lavori furono completati nel 1957 come recita la lapide nel lato sinistro dell’altare: HANC AEDICULAM S. MARIAE ASSUMPTIONIS DICATAM ONOFRII LIGOTTI AD MEMORIAM AETERNAM FILII BENEDICTUS R/IS. ET DOCTOR ANGELUS M.O. ET C.es EREXERUNT ANNO DOMINI MCMLVII.
(L'Assunzione di Maria in Cielo è un dogma cattolico (proclamato da papa Pio XII il 1º novembre 1950, anno santo), nel quale viene affermato che Maria, terminato il corso della vita terrena, fu trasferita in Paradiso, sia con l'anima che con il corpo, cioè fu assunta, accolta in cielo).
Sempre nel 1951 furono fabbricate alcune stanze, addossate al muro esterno di sinistra che, dopo la costruzione del salone e di altre stanze eseguita dal geom. Salvatore Licata dal 1957 al 1959, risultò del tutto nascosto, con evidente squilibrio dell’architettura esterna della chiesa.
Sette anni dopo, fu rifatto l’altare del Cuore di Maria, come attesta la lapide laterale: I CONIUGI CALOGERO FERRERI E MARIA CALTAVUTURO IN MEMORIA DEI LORO GENITORI 1958.
Quasi sicuramente dello stesso periodo sono anche gli altari del Crocefisso (la cui statua fu restaurata da Santo Scarpulla) e dell’Annunciata, perchè di stile uguale agli altri descritti in precedenza, anche se le lapidi indicano i nomi dei committenti e non la data di esecuzione:
LA SIG. SANTA BELLANTI VED. NOTAR. URICO INGRIA E LA SIG. MARIA MUSCARELLO VED. CAV. ONOFRIO VIRONE IN MEMORIA DEI LORO SPOSI (Altare del Crocefisso)
ALLA MEMORIA DEL LORO GENITORE ONOFRIO LIGOTTI LE FIGLIE MARIA GIUSEPPINA ROSA E ROSALIA (Altare dell’Annunciata).
Per interessamento del parroco don Liborio Tambè, succeduto il 1 Luglio 1969 a don Calogero Guerreri (primo parroco dal 1947), venne installato nel 1975 sulla sommità della facciata un orologio elettronico, i cui congegni furono posti dietro l’altare Maggiore della chiesa con la seguente lapide: AD MEMORIAM AETERNAM CONIUGIS EQUITIS ET MAGISTRI DOMINI CALOGERI FERRERI, QUONDAM DOMINI PHILIPPI, VIRI DEGNISSIMI EXECELLENTISSIMI ET MINIFICENTISSIMI HUIUS CIVITATIS BARRAFRANCAE. DOMINA MARIA DE CALTAVUTURO, QUONDAM DOMINI ANGELI, UXOR ET FIDELISSIMA SPONSA HUNC HOROLOGIUM SUO SUMPTO IUSSIT FACERE. ANNO DOMINI MCMLXXV.
La statua lignea della “Nostra Signora”, posta sull’altare Maggiore, aveva bisogno di una nuova dipintura, che sostituisse la vecchia in più parti scrostata. Eseguirono i lavori nel 1981 Pasquale Bellanti, in quel tempo seminarista, e Gaetano Vicari, autore di questa Guida. Nel 1987 l’incarnato della Madonna e del Bambino, in alcune parti macchiato e rovinato, venne rifatto da Giovanni Ruggeri di Barrafranca.

Recentemente è stata restaurata presso il laboratorio di Robert Stuflesser di Ortisei e consegnata alla chiesa il 19 Settembre 2015.
Sempre nel 1987 Giovanni Ruggeri ridipinse le statue del Sacro Cuore e dell’Assunta, che il trascorrere del tempo e l’umidità avevano ridotto in cattivo stato; quest’ultima statua è stata di nuovo ritoccata nel 2009 da Gianluca Schillaci di Piazza Armerina.
Nel 1985 il nartece interno della chiesa fu completato con una bussola fatta da Angelo Tambè e ornata da vetrate con vari simboli religiosi incisi con il metodo dell’ insabbiatura dalla Vetreria Privitera di Caltagirone, su disegni del prof. Giulio Francipane
(In particolare sulle vetrate si notano le seguenti scritte: nella parte centrale, in alto a sinistra CHARITAS, in basso sempre a sinistra SPES e a destra M; nella porta laterale sinistra, in basso VIA VERITAS VITA-TU ES PETRUS- LEX; mentre nella porta destra, in alto COR UNUM.).
Per riempire il secondo arco cieco della parete di destra, sopra il confessionale fu appesa una tela rappresentante “Santa Cecilia”, dipinta nel 1986 da Roberto Caputo di Barrafranca.
Finalmente nel 1994 un restauro esterno, a cura della Soprintendenza di Enna, riportò la facciata allo stato originario, togliendo la dipintura rossastra e rendendo visibili i mattoni di cotto. Su una pietra sopra il portale, a sinistra, si leggono le lettere: M G.
Con il trascorrere degli anni, la chiesa ha avuto bisogno di un nuovo ripristino interno ed esterno e su richiesta del parroco don Liborio Tambè, i lavori, finanziati dalla Conferenza Episcopale Italiana, hanno avuto inizio nel luglio del 2009 e sono stati completati nel 2011.
Le opere, eseguite dalla ditta Bruno di Piazza Armerina con l’approvazione della Soprintendenza di Enna, sono state dirette dall’ing. Paolo Bonanno e dall’arch. Alessandro Lo Presti, entrambi di Barrafranca, i quali sono stati anche i progettisti.
Fino a questo momento abbiamo notato all’esterno della chiesa degli interventi checoprendo con intonaco chiaro parte del muro laterale destro, hanno pulito e lasciate scoperte le parti costruite con pietra intagliata sempre del muro laterale destro e di tutta l’abside.
Nell’interno sono stati tolti i due confessionali in legno che si trovavano nei primi due archi ciechi della parete destra, (uno è collocato nel nartece sempre a destra).
Al loro posto sono stati costruiti due altari in marmo: il primo, di San Rocco, è stato offerto da Epifania Patti, come si può leggere sulla lapide: ALLA MEMORIA DEI GENITORI ANGELO PATTI E CONCETTA BALSAMO LA FIGLIA EPIFANIA-ANNO DOMINI MMIX; il secondo, fatto a spese delle sorelle Rosalia, Concetta e Pina Ferreri (Lapide: ALLA MEMORIA DEI LORO GENITORI GIUSEPPE FERRERI E MARIANGELA PATTI LE FIGLIE ROSALIA, CONCETTA E PINA-ANNO DOMINI MMIX), è attualmente sovrastato da un quadro ad olio del Cristo della Divina Misericordia, opera dipinta nel 2007 da Gaetano Vicari, autore di questa Guida.
Su quest’altare nel Gennaio del 2012 è stato posto, dentro una teca di vetro, un reliquiario di bronzo dorato, donato alla chiesa da Giuseppa La Zia. Il reliquiario contiene la reliquia di S. Faustina, proveniente dalla Polonia.
I lampadari e le applique in legno scolpito sono stati ripristinati e reintegrati da Denise Tambè e Francesco Paternò (Defra) di Barrafranca (2009), mentre le stoffe, che rivestono la parte interna del tabernacolo e l’interno della porticina, sono state dipinte dall’autore di questa Guida (2010).
Dopo il rinnovo, abbiamo notato che le vele della volta a crociera, in corrispondenza degli altari laterali, recano dei cartigli, sorretti da putti, con simboli diversi. Quelli di destra: i simboli di S. Rocco quali il bastone da pellegrino e l’unguento per la cura della peste, il giglio, la “M” di Maria, la raggiera con Charitas, il simbolo dell’Eucarestia; a sinistra: la corona e la palma del martirio, il cespo di rose, il Sacro Cuore, i simboli della Crocifissione, oggetti di Gesù Bambino.
Questi gli ultimi cambiamenti che abbiamo visto nella chiesa, dall’inizio dei lavori del 2009 fino alla stesura di questo capitolo.
Nel 2011 è stato messo in opera un altro intervento esterno, per eliminare l’infiltrazione d’acqua tra la parte alta del muro di prospetto e il tetto.

La Mensa postconciliare di marmo presenta nella sua struttura anteriore due spazi, che sono stati riempiti nel 2015 dalle statuette di resina di S. Giuseppe a sinistra (donata da Giuseppina Lanza Messina), e di S. Teresa del Bambino Gesù a destra (donata dai fratelli Puzzo).

Sempre nel 2015 è stata rifatta dai fratelli Paolo e Maurizio Russo la cornice che circonda la nicchia sopra l'altare maggiore contenente la statua della Nostra Signora del Sacro Cuore di Gesù. Gli stessi fratelli Paolo e Maurizio Russo nel luglio del 2016 hanno ornato la parete dell'altare del Crocifisso con integrazione di cherubini, ghirigori alle estremità della croce e raggi. Sullo stesso altare nel 2018 è stata posta, a destra del Crocifisso, una statua di resina dell'Addolorata, acquistata presso la ditta Giuseppe La Rosa di Catania

Desideriamo concludere con una breve spiegazione del termine “Itria”.
Secondo il prof. Santi Correnti, è l’abbreviazione dell’antichissimo titolo bizantino di “Odegitria od Odigitria”, che gli imperatori di Costantinopoli diedero alla Madonna, come “Guida nel cammino della vita”. Il culto fu introdotto in Italia nel secolo VIII, durante la persecuzione degli iconoclasti, da due monaci Basiliani, che portarono in Puglia una statua della Vergine da una chiesa di Costantinopoli, e ne diffusero il culto nell’Italia meridionale.
Una leggenda narra di un’icona della Madonna dipinta da S. Luca a Costantinopoli, gettata in mare dagli iconoclasti in una cassa insieme a due monaci Basiliani ed emersa in Occidente con i monaci sani e salvi…Un’altra versione parla della parte superiore di una statua della Vergine, non distrutta completamente dai soldati iconoclasti, da questi affidata al mare in una cassa ed accolta in Sicilia dai padri Calogeriani di S. Basilio, che ne diffusero il culto con il titolo di Madonna Odigitria o dell’Itria (dal greco “idros” acqua).